Tutte le lingue del mondo

L’uomo usa le lingue per comunicare, creare società e dare ordine al mondo che lo circonda. Ma quante lingue esistono al mondo?

Le lingue rivestono un ruolo fondamentale nelle comunità umane. Come scrisse il filosofo greco Aristotele, vissuto nel IV sec. a. C., nella sua Politica, “l’uomo è un animale sociale”: tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. Siamo esseri sociali e dobbiamo comunicare, per riuscirci dobbiamo costruire codici comuni e condivisi per trasmettere informazioni e che ci permettano di dare ordine al mondo. Le lingue e le altre forme di comunicazione non verbali sono indispensabili alla creazione e al mantenimento delle società umane.

Grazie alle lingue e alla loro codificazione l’uomo è in grado non solo di comunicare tra gli appartenenti al proprio gruppo di riferimento, ma anche di comunicare con estranei ad esso. Ma quante lingue sono state “create” dall’uomo sino ad oggi? E quali sono le somiglianze tra sistemi linguistici molto lontani tra loro?

Lingue nel mondo

Le lingue operano come rivelatori che identificano i cambiamenti di una comunità e ne segnano l’identità. Sono marcatori di popoli: ad esempio, i Greci chiamavano barbari coloro che non parlavano il greco, la lingua determinava lo status di chi era greco e chi non lo era, e gli Aztechi definivano selvaggi coloro che non conoscevano la lingua nahuatl, la lingua azteca.

Esistono 195 Stati, a cui si possono aggiungere altre nazioni non riconosciute come Stati autonomi, ma sono riconosciute 7139 lingue. Possiamo affermare che in ogni nazione esiste il plurilinguismo e che la lingua nazionale convive con molte minoranze linguistiche. In Italia, ad esempio le lingue riconosciute sono circa 30 e alcuni dialetti, come il napoletano e il siciliano, sono riconosciuti dall’UNESCO come lingue regionali d’Italia. L’inventario linguistico è piuttosto disuniforme: il 97% della popolazione mondiale parla il 4% delle lingue conosciute.

Attualmente il 42% delle lingue rischia di estinguersi, dato che i gruppi di parlanti di tali lingue si stanno riducendo sempre più, per alcune di esse i parlanti sono meno di 1000 individui. Le lingue minoritarie vengono soppiantate dalle lingue dominanti e di generazione in generazione la lingua minoritaria viene insegnata sempre meno, fino al punto che solo pochi individui, tendenzialmente gli anziani, mantengono l’uso di tale lingua. In Italia le lingue autoctone che rischiano di estinguersi sono il 64%. In Nuova Zelanda e negli Stati Uniti quasi la totalità degli idiomi presenti rischia di estinguersi, mentre le percentuali più basse di lingue in estinzione si possono riscontrare in Asia centrale (ad esempio, in Kazakistan 0%) e in Africa, dove la percentuale in maggioranza per ogni stato non supera il 40%. Le lingue autoctone sopravvivono dove non vengono soppiantate da lingue dominanti e nel caso specifico dell’Africa soprattutto in riferimento al periodo coloniale.

Le lingue ufficiali adottate dagli Stati rappresentano solamente circa il 7% delle lingue conosciute e la loro probabilità di estinzione rasenta lo zero dato che sono state adottata a livello istituzionale. Il restante 50% comprende le lingue che vengono definite “stabili”, ossia lingue che non solo vengono insegnate ancora alle giovani generazioni, ma sono anche utilizzate attivamente.

C’è la possibilità che alcuni elementi culturali autoctoni si estinguano a loro volta dato che la lingua in grado di esprimerli con precisione sta scomparendo. Ci sono piccole isole linguistiche, spesso più dense nelle regioni tropicali, dove la varietà linguistica è molto più marcata rispetto ad altre parti del pianeta. Esiste una maggior diversità linguistica dove c’è una maggior biodiversità poiché vi è necessità di descrivere questa realtà così variegata e ricca, di conseguenza si creano maggiori varietà di tipo linguistico.

In base al contesto ambientale, storico e sociale in cui si sviluppa una lingua, essa presenta caratteristiche molto diverse, elementi che potremmo definire quasi intraducibili. Ad esempio, si pensa che la lingua inuit utilizzi moltissimi termini per indicare la neve, ma la questione è dibattuta, quello che sappiamo è che non esiste una parola per designare la guerra. I popoli dell’Artico hanno una cultura basata sulla pace, sull’amore per il prossimo, sul totale rispetto della natura e non sono mai stati coinvolti nelle guerre del mondo occidentale e orientale.

Uno strumento comune e migliaia di suoni

A parte la condivisa finalità comunicativa, gli organi utilizzati per parlare sono gli stessi per tutti gli esseri umani. Il nostro apparato fonatorio è composto dagli stessi elementi e potenzialmente siamo in grado di pronunciare qualsiasi suono, se alleniamo i nostri organi a determinate azioni come la chiusura delle labbra, la posizione della lingua rispetto ai denti, il passaggio dell’aria dai polmoni e via dicendo.

Ovviamente la lingua è indispensabile per l’articolazione di suoni, infatti in molti casi il termine “lingua” viene utilizzato per indicare l’idioma. Oltre all’italiano, viene utilizzata la stessa parola per indicare l’organo e l’idioma, ad esempio, anche in russo (язык, jazyk) e in francese (langue). In inglese il termine mother tongue indica la lingua madre e viene utilizzato il termine tongue anziché language in modo metaforico per sottolineare l’origine del parlare, ossia la madre e la lingua intesa come organo.

Il modo in cui gli organi fonatori vengono utilizzati determina non solo i suoni, ma anche le cadenze e le intonazioni tipiche di ogni lingua. Le lingue, infatti, non sono solo espressioni fonetiche, ma organizzano le potenzialità sonore in un numero determinato di unità codificate chiamate fonemi. La lingua è il prodotto di una selezione di unità sonore che trasformano il linguaggio da semplice suono in una composizione particolare, realizzata con organi limitati e comuni a tutti gli esseri umani.

Esclusi i suoni onomatopeici, non c’è nessun nesso tra il nome che diamo alle cose e le cose stesse. Viene stabilito un codice condiviso arbitrario dall’uomo, esso poi viene mantenuto, portato avanti e arricchito per poter comunicare in maniera sempre più complessa e precisa. Più termini abbiamo a disposizione più la comunicazione può essere puntuale ed efficace.  

Oltre all’articolazione dell’apparato fonatorio, i parlanti lingue diverse utilizzano il cervello in modo diverso. Sono stati condotti esperimenti sui bilingui per stabilire come l’attivazione di una lingua e la conseguente inibizione dell’altra causasse una maggior affluenza di sangue in certe zone del cervello nel momento in cui i soggetti stavano parlando. Ai bilingui è stato chiesto di parlare nella prima lingua e poi nella seconda e attraverso una risonanza magnetica funzionale (fRMI) è stato possibile determinare che l’attività si svolgeva in aree diverse del cervello.

Famiglie linguistiche

Le famiglie linguistiche sono gruppi di lingue discendenti da una lingua comune, detta protolingua. Vengono utilizzate per collocare le varietà linguistiche passate e presenti in uno schema molto articolato di rapporti di derivazione. Il linguista francese Antoine Meillet (1866-1936) nella sua opera Linguistique historique et linguistique générale scrisse che “le lingue imparentate costituiscono in realtà una medesima lingua modificatasi in maniera differente nel corso del tempo”.

L’enorme quantità di lingue riconosciute al mondo può essere suddivisa in 142 famiglie linguistiche. Tra queste, sei risultano essere le famiglie linguistiche più consistenti e diffuse:

  • la famiglia indoeuropea, diffusa in tutta l’Europa, in gran parte dell’Asia, in America settentrionale, meridionale e in Sud Africa
  • la famiglia afroasiatica diffusa in Africa settentrionale, occidentale, Corno d’Africa e Medio Oriente
  • la famiglia niger-kordofaniana diffusa in tutta l’Africa meridionale, centrale, orientale, occidentale e a Cuba
  • la famiglia austronesiana diffusa in Cina, Sud est asiatico, Stati Uniti, Cile, Madagascar e Nuova Zelanda
  • la famiglia sino-tibetana diffusa in Cina, India e Stati confinanti
  • la famiglia trans-Nuova Guinea diffusa diffusa in Papua Nuova Guinea e in Indonesia

Queste famiglie insieme rappresentano i 2/3 di tutte le lingue conosciute. Le famiglie niger-kordofaniana e austronesiana sono le più numerose, ognuna conta più di 1200 lingue, poiché le zone in cui si sono sviluppate presentano una grande varietà linguistica dovuta alla biodiversità e agli incontri con culture diverse soprattutto per il commercio.

Queste sei famiglie inoltre rappresentano 5/6 della popolazione mondiale. Il numero di parlanti del gruppo indoeuropeo e del gruppo sino-tibetano raggiungono 4,6 miliardi di persone. Questo non deve stupire: l’inglese, appartenente alla famiglia indoeuropea, è la lingua più diffusa al mondo, infatti, contando sia madrelingua sia non, si raggiungono 1,348 miliardi di persone. La sua espansione è dovuta principalmente al colonialismo attuato dall’Impero britannico e alla diffusione della cultura americana in tempi più recenti. Il cinese mandarino, appartenente alla famiglia sino-tibetana, invece, risulta molto più concentrato rispetto all’inglese, ma, se si prendono in considerazione solo i madrelingua, risulta essere la lingua più parlata al mondo con 921 milioni di parlanti.

Fonte dei dati: https://www.ethnologue.com/

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