Il “sorriso” delle statue nell’arte della Grecia arcaica

Scopriamo cosa si cela dietro il “sorriso” che i Greci, prima dei capolavori dell’età classica, scolpirono sui volti delle statue arcaiche.

Il debito dell’arte e della cultura occidentali nei confronti dell’ampio ventaglio di produzioni artistiche dell’antica Grecia è un dato assodato, ma che non per questo si dovrebbe smettere di valorizzare. Pittura, scultura e architettura elleniche affascinarono prima i Romani, quindi gli artisti del Rinascimento, cui si deve la riscoperta dei modelli classici e il loro innalzamento a massima fonte d’ispirazione per tutta l’arte europea dei secoli XIV-XIX.

Del resto, nel linguaggio archeologico ispirato ai precetti di Johann Joachim Winckelmann, il termine “classico” racchiude un concetto di perfezione esemplare, che si manifestò nel periodo compreso tra i primi decenni del V secolo a.C. e la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), quando l’arte greca raggiunse il suo culmine insuperato.

Ed avendo i Greci concepito l’uomo come metro di tutte le cose, come immagine concreta dell’ordine universale, nonché come canone per la raffigurazione delle divinità stesse, non stupisce che le opere simbolo di quest’epoca ricadano nel campo della scultura. Così, il Doriforo di Policleto, il Discobolo di Mirone e le statue frontonali del Partenone di Fidia costituiscono i più alti capolavori del realismo classico.

Tuttavia, a queste forme si giunse dopo un secolo di faticosi tentativi, che trovano testimonianza nelle statuaria arcaica del VI secolo a.C. In questa fase, la figura umana può sembrare ingenua, primitiva, pervasa da soluzioni artistiche apparentemente ingiustificabili. È questo il caso, ad esempio, di un tratto caratteristico delle statue del periodo, che nella grande maggioranza dei casi sfoggiano un “sorriso” a dir poco enigmatico.

Si tratta di una manifestazione di gioia? O vi sono altre spiegazioni?

Le prime immagini dell’uomo: il kouros e la kore

Il cosiddetto “sorriso arcaico” segna presto il volto di quel modello scultoreo, predominante nel VI secolo a.C., noto come kouros (dal greco “giovane”) che si distingue per la nudità e la sostanziale rigidità della posa: l’orientamento è rigorosamente frontale; le braccia sono tese lungo ai fianchi fino alle cosce, sulle quali battono i pugni chiusi; solo una gamba avanzata suggerisce un accenno di movimento.

Alla figura virile nuda si affianca poi quella femminile vestita, nota come kore (dal greco “fanciulla”). Anche qui la posa è statica e le pesanti e lunghe vesti, che celano il corpo di queste giovani fino ai piedi, costringono l’intera composizione quasi nella forma di una rigida colonna. Immancabile, sul viso, il taglio semilunato di un sorriso.

I kouroi fratelli Kleobis e Biton, 580 a.C. ca., Delfi, Museo Archeologico.
Fonte immagine: flickr.com/photos/hesim/7228288448
La kore detta “dea con il melograno” o “dea di Berlino”, 570 a.C. ca., Berlino, Staatliche Museen.
Fonte immagine: commons.wikimedia.org

È interessante come, al progressivo allentamento della staticità di questi tipi statuari, non corrisponda affatto, fino al primo decennio del V secolo a.C., il superamento di questo tratto del volto. La sua tenace persistenza, infatti, è ravvisabile anche in alcuni capolavori recuperati dalla cosiddetta Colmata persiana, lo scarico di macerie di opere d’arte riempito sull’Acropoli dagli Ateniesi dopo la battaglia di Platea (479 a.C.).

Così, ad esempio, sorride il kouros moschophoros (dal greco “portatore di vitellino”), che rompe lo schema tradizionale portando al petto le braccia, con le mani a stringere le zampe dell’animale in un gioco simmetrico a X. E anche il cavaliere Rampin, la più antica statua equestre dell’arte greca, nel volgersi con vitalità dall’asse principale della composizione, violando l’austerità simmetrica del suo tempo, piega ancora le labbra in un sorriso. Non manca di sorridere, infine, la Kore col peplo, il cui braccio piegato in avanti incrina la rigida postura del corpo, coperto dall’abito privo di pieghe.

Il cavaliere Rampin, 550 a.C. ca., Atene, Museo dell’Acropoli.
Fonte immagine: it.wikipedia.org/wiki/Cavaliere_Rampin
Il kouros moschophoros, 570-560 a.C., Atene, Museo dell’Acropoli.
Fonte immagine: commons.wikimedia.org
La Kore col peplo, 540-530 a.C., Atene, Museo dell’Acropoli.
Fonte immagine: flickr.com/photos/profzucker/15808502755

Il “sorriso arcaico” e le sue interpretazioni

Nel tentativo di comprendere il significato nascosto dietro questi visi sorridenti, gli studiosi hanno fornito le interpretazioni più diverse. Alcuni lo considerano un elemento espressivo autentico: di serena benevolenza nelle statue intese a rappresentare la divinità; di compiacimento, in quelle raffiguranti i devoti, lieti del loro legame con il dio; o semplicemente di generale soddisfazione per il pieno godimento di un corpo sano e giovane. Si è anche ritenuto, al contrario, che dovesse trattarsi di una maschera aulica, destinata a celare i sentimenti personali: insomma, un vero e proprio “sorriso falso”.

L’ipotesi più convincente, in realtà, è che il “sorriso arcaico” rappresenti il tentativo degli artisti del tempo di risolvere il problema della resa realistica della bocca, che sul volto umano non poggia come una piatta linea orizzontale, ma curva gli angoli in profondità. L’arte arcaica, tuttavia, che non conosceva ancora la visione di scorcio, aveva concepito la figura umana secondo la semplice giustapposizione di quattro piani, corrispondenti ai quattro principali punti d’osservazione della stessa: frontale, di profilo, posteriore e di nuovo di profilo.

Una volta tradotto sulla pietra, non consentendo questo schema di far girare realisticamente la bocca nella terza dimensione, l’arretramento in profondità venne reso alzando all’insù le estremità delle labbra sul piano d’osservazione frontale, da cui la conseguente parvenza di un volto sorridente.

Dettaglio del “sorriso” del kouros moschophoros.
Fonte immagine: it.wikipedia.org/wiki/Moscoforo

In quest’ottica, il “sorriso arcaico” costituisce una prova visibile del fondamentale percorso compiuto dall’arte greca verso la piena comprensione dell’anatomia umana, quale si mostra nei capolavori dell’epoca classica. Insieme a tutte le convenzioni artistiche del suo tempo, questo riso è segno non già di primitiva ingenuità, ma del naturale percorso di scoperta e conoscenza della realtà, per la quale l’arte, come ogni altra forma di cultura e manifestazione del sapere, richiede il tempo che le è dovuto.  

Per approfondire:

R. Bianchi Bandinelli, Introduzione all’archeologia, Roma-Bari 1976.

G. Becatti, L’arte dell’età classica, Milano 1995, pp. 77-89 e 112-122.

L. Rocchetti, Le gioie sepolte. Scultura greca del periodo arcaico, Roma 2019. 

* Fonte immagine di copertina: flickr.com/photos/5telios/3582702468

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