Perché i Mille sbarcarono in Sicilia?

Il primo obiettivo del più famoso corpo di spedizione garibaldino fu un azzardo pericoloso. Garibaldi, però, decise di puntare tutto sui siciliani.

La spedizione guidata da Garibaldi per la conquista del Regno delle Due Sicilie, la cui formazione venne denominata “I Mille”, salpò da Quarto il 5 maggio del 1860. Il corpo di spedizione diretto verso la Sicilia era formato da un contingente di poco più di un migliaio soldati che, nonostante contasse un numero considerevole di veterani, era composto nella maggior parte da volontari (molti estremamente giovani) male armati e digiuni di esperienza in fatto di guerra.

Dato che non si trattò di un’azione militare “ufficiale”, né, tanto meno, fu favorita da un’organizzazione statale, i garibaldini furono costretti a requisire due piroscafi, così da poter raggiungere l’isola, sottraendoli al regno sabaudo: il “Lombardo” e il “Piemonte”.

Dopo sei giorni di navigazione, i Mille arrivarono nei pressi della Trinacria, sbarcando a Marsala l’11 maggio. Il 15 maggio si ebbe il primo scontro effettivo con le truppe dell’esercito del Regno delle Due Sicilie a Calatafimi, e, dopo una prima avvisaglia di sconfitta, l’esercito guidato dal generale nizzardo sbaragliò le truppe borboniche.

Fu questo l’inizio della conquista della Sicilia.

Tuttavia, per quanto possa sembrarci “ovvio”, l’invasione dell’isola da parte della spedizione dei Mille non fu una mossa obbligata. Tutt’altro, si trattò di un vero e proprio azzardo e di un rischio piuttosto pericoloso.

All’inizio, lo stesso Garibaldi non si dimostrò entusiasta del piano d’azione, preferendogli una strategia che prevedeva l’invasione dello stato pontificio e non delle terre più a sud della penisola. Da un punto di vista tattico-militare, infatti, la Sicilia poteva rivelarsi l’obiettivo più difficile.

I principali problemi erano costituiti sia dalla distanza, sia dal percorso obbligatorio da compiere per raggiungere la Trinacria. Per un esercito come quello garibaldino, quindi poco numeroso, mal equipaggiato e impossibilitato a ottenere rifornimenti, la distanza era un nemico considerevole e, in caso di problemi sopraggiunti durante il viaggio, avrebbe potuto decimarne gli effettivi.

L’altro problema era la necessità di dover arrivare sull’isola attraversando un considerevole tratto di mare. In un ipotetico scontro la marina di Francesco II, infatti, si sarebbe dimostrata un avversario insormontabile. Il Regno delle Due Sicilie disponeva di una flotta piuttosto considerevole, che non avrebbe avuto il minimo problema ad avere ragione sui semplici piroscafi della spedizione. Quest’ultimi non solo rischiarono di essere intercettati durante la loro navigazione verso l’isola, ma anche di vedersi negata la possibilità di sbarcare sulla terra ferma.

Ovviamente, entrambe le opzioni avrebbero mandato a monte ogni possibile azione militare.

Inoltre, anche riuscendo a sbarcare superando un possibile blocco, o svincolandosi da uno scontro diretto, i Mille avrebbero costantemente dovuto temere le navi napoletane, che rimanevano una minaccia costante, sia per la forza di fuoco, sia per la mobilità di cui potevano disporre.

Da una parte, infatti, il potere di fuoco della marina era un’arma estremamente temibile; dall’altra, qualora la situazione sull’isola fosse peggiorata, un ipotetico blocco navale avrebbe reso impossibile qualsiasi possibilità di fuga e/o di ritirata.

Ma il problema di Garibaldi non era solo nell’esercito nemico, quanto anche in una possibile non insurrezione del popolo siciliano. Se gli abitanti dell’isola non avessero imbracciato le armi a favore della spedizione, e invece fossero rimasti (come d’altronde accadde all’inizio) non fedeli a Francesco II, ma quantomeno neutrali o indifferenti alla lotta, allora i Mille sarebbero stati soverchiati dalla superiorità dell’esercito borbonico.

È vero che Garibaldi ottenne a Calatafimi una vittoria con i suoi soli volontari, ma è pur vero che senza una sommossa popolare, senza aiuti in fatto di nuovi elementi, rifornimenti, ripari ecc. l’esercito garibaldino sarebbe stato probabilmente sopraffatto da un nemico molto più numeroso, meglio armato ed equipaggiato.

Garibaldi, però, puntava proprio sull’animo siciliano per la sua impresa, e sulla speranza che il popolo insorgesse contro il potere di Napoli.

Privo della prospettiva dell’insurrezione siciliana, Garibaldi non sarebbe sbarcato a Marsala, né avrebbe vinto senza il sostegno attivo o indiretto delle popolazioni contadine (…)

Salvatore Lupo

Per quanto il territorio del regno fosse piuttosto eterogeneo e non privo di problemi, la Sicilia rappresentava un caso a parte, costituendo, senza alcun dubbio, una vera e propria spina nel fianco dell’autorità centrale. L’isola era come una polveriera pronta a saltare in aria.

Come ha sottolineato Paolo Macry, la Trinacria era  un territorio abitato da una popolazione bellicosa, ostile e non molto incline alla sottomissione, in un contesto di costante organizzazione armata contro il resto dello Stato. Già dodici anni prima dell’arrivo di Garibaldi, i siciliani avevano dato prova della fondatezza delle paure che Napoli dimostrava verso quei sudditi così ostili.

Invero, durante i moti del 1848, nell’unico territorio, tra l’altro, in cui ci furono sollevazioni popolari di considerevole spessore, i siciliani misero letteralmente in ginocchio la macchina statale e l’ordine pubblico, che collassarono sotto il peso irrefrenabile della rivolta.

Con l’arrivo del generale nizzardo la situazione si ripeté, e la violenza, provocata e scatenata in special modo dalle bande armate rurali, poté scatenarsi nuovamente. Persino lo stesso Garibaldi e il suo seguito si trovarono spesso in situazioni di instabilità, non riuscendo a mantenere l’ordine in quel contesto.

Si potrebbe tranquillamente affermare che i napoletani avessero semplicemente paura della Sicilia e dei suoi abitanti, comprendendo bene quanto la situazione fosse precaria in un contesto tanto ostile. Vi era così tanto il timore di una rivolta armata (o meglio, di un’altra) che l’isola era addirittura esente dalla leva militare. In questo modo, la popolazione non sarebbe stata addestrata ad azioni militari.

Tuttavia, l’assenza di siciliani tra le fila dell’esercito borbonico rese quest’ultimo incapace di comunicare, o quantomeno di mediare, con il popolo. L’esercito era visto come un semplice occupante, e non la forza armata della Nazione.

Ovviamente, il timore nei confronti dei siciliani influenzò non poco l’atteggiamento delle truppe di difesa, che alternarono risoluzioni aggressive a comportamenti decisamente più timorosi. A riprova di ciò, basti considerare che il comandante delle truppe del Regno delle Due Sicilie fece ritirare le truppe regie durante la battaglia di Calatafimi (comportamento che ha decretato la sconfitta in battaglia) soprattutto per paura di una possibile insurrezione del popolo.

Lo stesso generale Salvatore Pianell, palermitano e liberale, comprese il rischio che la Sicilia rappresentava, arrivando a giustificare nei suoi documenti e nelle sue lettere private gli atti di repressione, anche i più duri e violenti, ai fini di mantenere l’ordine.

È per questa situazione di tensione che i Mille sbarcarono in Sicilia. Garibaldi, nonostante tutti i suoi dubbi e le sue varie strategie, alla fine scelse (enormemente influenzato dai suoi collaboratori) quella che, in fin dei conti, sembrava una delle strade più impervie.

Ciononostante, intuendo la precaria e tesa situazione dell’isola, e sfruttando i vari agenti e i numerosi collaborati presenti in Trinacria, ha ponderato accuratamente la sua scelta e ha scelto una mano piuttosto rischiosa.

Scelta, tuttavia, che la storia ci ha dimostrato efficace.

Per approfondire:

Macry P., “Unità e Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo assieme i pezzi”, Il Mulino, Bologna 2012.

Riall L., “Garibaldi. L’invenzione di un eroe”, Editori Laterza, Bari 2007.

Lupo S., “Il grande brigantaggio. Interpretazione e memoria di una guerra civile”, in Barberis W. (a cura di), “Storia d’Italia. Annali”, vol. 18, “Guerra e Pace”, Einaudi, Torino 2002, pp. 465-502.

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