Memorie di famiglia: narrazione, serialità e fotografia

Ognuno di noi ha un album che raccoglie le fotografie di momenti importanti, sia esso digitale o cartaceo. Il racconto della famiglia – sia esso fatto per immagini o narrato – ha origini antiche e diventa, nel corso dei secoli, romanzo, serie tv, film, ma anche mostra fotografica. Perché le storie famigliari riescono ancora ad affascinarci tanto?

La tradizione dei memoriali famigliari ha origini antiche: fin dal Medioevo le famiglie tenevano un resoconto fittissimo degli eventi più importanti che avevano coinvolto i membri della famiglia. L’abitudine a “ricordare”, anche quando questo non vuol dire raccontare, si è protratta fino ad oggi, dando vita, in ambito letterario, ad un genere specifico: il romanzo di famiglia.

Per poter parlare di romanzo famigliare è necessario che la narrazione coinvolga ben tre diverse generazioni, e che esse si susseguano come «come anelli di una catena». Non si tratta, infatti, di una semplice giustapposizione di personaggi – appartenenti ad un nucleo famigliare – e degli eventi che li hanno coinvolti. A rendere tale un romanzo di famiglia è il peso che quest’ultima avrà per ciascun personaggio: non esiste alcun orizzonte individualistico al quale fare riferimento e ogni individuo si sentirà determinato dalla famiglia e determinante per essa. Il principio di autodeterminazione scompare, dunque, in favore di una più “nobile” causa, di un obiettivo “più alto” che la famiglia persegue in modo coeso.

Sicuramente il capolavoro indiscusso del genere è I Buddenbrook. Decadenza di  una famiglia, apparso nel 1901 e che valse a Thomas Mann il Nobel. Se il romanzo di famiglia, per essere definito tale, presuppone la presenza di ben tre generazioni, I Buddenbrook ne è l’esempio perfetto. In questo celebre romanzo la storia di una famiglia – quindi il racconto singolare di un nucleo chiuso, ben definito – si intreccia con la dimensione borghese, classe sociale alla quale la famiglia che dà il titolo al romanzo appartiene.

Tuttavia la narrazione famigliare non è invenzione manniana, ma ha interessanti precedenti anche nel corso dei secoli precedenti. Affascinante caso è quello dei Rougon Maquart. Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero, imponente saga famigliare pubblicata da Èmile Zola tra il 1871 e il 1893. In realtà, a differenza dei Buddenbrook, i due rami della famiglia che danno anche il titolo al ciclo non si sentono così strettamente investiti di un ruolo fondamentale, e la coesione macrotestuale è data dal loro tramandarsi caratteristiche peculiari, siano esse fisiche o morali. Al tema famigliare si coniuga in questo caso la modalità narrativa seriale. Nonostante la diffusione che potremmo definire capillare del racconto seriale – che esso sia fruito in tv o nella forma romanzo – non si tratta affatto di un’invenzione dei nostri giorni; molti autori dell’Ottocento utilizzano l’espediente della ciclicità per mantenere solidi e duraturi rapporti con le case editrici, alcuni di loro – come Zola – trovando proprio nella forma genealogica un genere che assicuri tale continuità.

Potremmo chiederci per quale motivo narrazioni di questo tipo risultino ancora attraenti ai nostri occhi. Indubbiamente per autori come Mann e Zola il microcosmo famigliare era strumento per analizzare tanto le contraddizioni interne alla classe borghese e il suo disfacimento quanto la natura umana, entro l’ampio ventaglio di caratteristiche che i membri di una famiglia possono offrire. Ma volendone legittimare l’esistenza oggi – nell’ampio spettro di serie tv, film, reality show in cui il tema è centrale – probabilmente dovremmo pensare che in qualche modo l’universo finzionale si fonda con quello reale del lettore/spettatore, risolvendosi in certe strutture “topiche” nelle quali ancora oggi è possibile riconoscersi.

Se è vero quanto accade in Lessico Familiare di Natalia Ginzburg – ossia che ogni famiglia esiste e gravita attorno ad un proprio lessico, in cui singole parole possono risultare emotivamente cariche di significato – è pur vero che in ogni famiglia si ripetono – in modo sistematico, ma non per questo pacificato – strutture e modalità di interazione.
In qualche modo la famiglia – quale che sia la sua composizione interna, i ruoli di coloro che la compongono – riesce a configurarsi in ambito artistico come un archetipo, qualcosa di universalmente valido, non nell’omogeneità delle sue caratteristiche ma proprio nelle sue differenze.

Il tema famigliare, nella forma di grande e, potremmo dire, “universale” narrazione visiva, torna nel 1955 quando ebbe luogo per la prima volta, presso il Dipartimento di Fotografia del MoMA di New York, la mostra curata da Edward Steichen, “The Family of Man”. Il progetto era estremamente ambizioso, ma ancor di più lo è stata la risonanza che esso ha avuto. Prima di diventare installazione permanente al Castello di Clervaux in Lussemburgo, la mostra ha girato per il mondo per ben 8 anni, ottenendo un record di visite. In seguito alla straordinaria accoglienza della mostra, Steichen disse: “Le persone guardano le foto, e le foto guardano loro. Così si riconoscono l’un l’altro.” Ed è proprio in questa frase che è condensato il senso stesso non solo della mostra, ma anche di tutte quelle narrazioni famigliari che ancora vengono accolte con ampio consenso.

Se è vero quanto scritto da Tolstoj nell’incipit di Anna Karenina, «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo», è pur vero che ogni microcosmo famigliare esiste nella propria dimensione, ciascuno con le proprie differenze. Eppure, certi dettagli, certe tensioni emotive, riescono in qualche modo a richiamare nell’osservatore/lettore la propria natura universale. Ed è proprio in questa caratteristica che stanno il fascino e la fortuna del genere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *