Una tassa sui robot

Tassare i robot e distribuire la ricchezza generata dall’automazione può essere una soluzione ai problemi sociali causati dall’automazione. Ma può costituire anche un deterrente per l’innovazione.

Ho un ricordo vivido di quando, più di vent’anni fa, accompagnai mia madre dalla merciaia del paese per comprare delle calze. La merciaia spiegò con dovizia di dettagli il tallone e la punta rinforzate, l’ampia fascia elastica e la qualità del cotone filo di Scozia. Quella commessa conosceva a menadito tutte le caratteristiche di ogni prodotto del suo negozio. Oggi, invece, un commesso svolge perlopiù compiti manuali di ordinamento e di controllo: non è più generalmente richiesta una competenza specifica, perché la conoscenza della bontà del prodotto è stata assorbita dal brand che è divenuto una “certificazione” sintetica della qualità.

Il commesso è oggi più facilmente sostituibile con conseguente abbassamento dei salari e trasferimento di una parte del valore al marchio. Questa tendenza si può estendere pressoché ad ogni altra attività. In molte attività a basso livello di competenza, l’intelligenza artificiale è in grado di affiancare le persone, fornendo indicazioni sullo svolgimento di alcune delle loro funzioni e riducendo così il livello di addestramento e di competenza necessaria al lavoratore; in altre parole rendono le persone sostituibili per via dell’automazione delle (singole) abilità.

La forza che può contrastare questa pressione è l’aumento della formazione grazie alla quale le persone acquisiscono l’abilità di svolgere funzioni diverse ed attività meno ripetitive, per le quali sia richiesta la capacità di affrontare e gestire eccezioni e criticità. A differenza delle rivoluzioni precedenti, quella digitale sta avvenendo nell’arco di una sola generazione, mettendo a dura prova la capacità di adeguamento delle strutture sociali e produttive.

Che impatto ha tutto questo sulla società? Ci fa bene tutta questa “intelligenza”?

L’intelligenza artificiale porta con sé una quantità innegabile di benefici, che difficilmente raggiungeremo attraverso uno sviluppo lineare delle capacità umane. Come ogni tecnologia dirompente, dalla ruota al computer, non è tutto oro quel che luccica, e i problemi sociali stanno già emergendo.

Una delle preoccupazioni è legata alla polarizzazione degli stipendi: è facile immaginare uno scenario in cui i lavoratori, estremamente specializzati e competenti, vengano strapagati mentre la maggior parte delle persone vive con uno stipendio di sussistenza coperto dalle tasse dello stato.

Quasi l’80 percento delle entrate di uno stato proviene dalle tasse pagate dai lavoratori e dalle imprese. Ma se sarà un software a “sostituirci” nel nostro lavoro, chi pagherà le tasse? Questa domanda sta portando studiosi, politici e capitani d’impresa a incontrarsi per dare una risposta collettiva ad una questione davvero spinosa.

Bill Gates ha lanciato per primo l’idea provocatoria di tassare i robot ed usare quegli introiti per stimolare l’economia dell’educazione e della terza età. Ma la questione non è risolvibile così facilmente e richiede un’analisi molto profonda.

Innanzitutto, una tassa sui robot sarebbe davvero una soluzione efficace? La necessità di una tassa di questo genere si lega alla velocità con cui certi posti di lavoro verranno perduti mentre altri se ne formeranno. Più veloce e problematica sarà la disoccupazione generata dagli algoritmi intelligenti tanto più ci sarà chi ritiene che una tassa di questo tipo potrebbe essere necessaria.

Ma può davvero funzionare? Per rispondere dobbiamo pensare agli effetti collaterali. Potrebbe non essere una semplice tassa ma un minore incentivo per le aziende che sviluppano tecnologie di automazione. È quanto già accade in Corea del Sud, dove le aziende ricevono meno aiuti governativi per le tecnologie che potenzialmente compromettono posti di lavoro.

Un’altra idea è quella di dividere il guadagno incrementale generato dalle macchine tra azienda e lavoratori. Sarebbe a tutti gli effetti una tassa, ma verrebbe usata dallo stato come sussidio di disoccupazione per i lavoratori che hanno perso il lavoro a causa della tecnologia. Ma allora dovremmo eliminare gli scavatori e tornare alle zappe?

Come definiamo cos’è un robot o una macchina in questo frangente? Chiunque usi un computer dovrebbe essere tassato? E che dire di chi installa un distributore automatico? Se lo smistamento di buste viene fatto da un robot lo tassiamo e se la busta dematerializzata in una email, tassiamo il server di posta elettronica?

Sono tutti approcci problematici. Sebbene il problema possa apparire prettamente teorico, non è facile definire cosa costituisca un robot e cosa no (fatta salva la versione antropomorfizzata a cui pensiamo istintivamente). Qualcuno potrebbe pensare di incentivare le aziende che sono dotate di una forza lavoro stabile o tassare maggiormente quelle più efficienti in termini di profitto per unità di lavoro.

Si può sicuramente diventare creativi e pensare a forme di tassazione diverse rispetto a quelle già in uso, ma è un terreno minato. Dietro l’angolo ci sono effetti nefasti sulla produttività del paese.  

Il trade-off della faccenda è chiaramente tra tassa e tasso d’innovazione. Il rischio infatti è che tasse più alte riducano la velocità di innovazione e questo, per un paese, è un problema tanto grave quanto la disoccupazione. Si pensi ai paesi emergenti nei quali le infrastrutture per le telecomunicazioni non sono sviluppate come nei paesi occidentali.

È quindi giusto o no tassare i robot? Potrebbe essere utile per rallentare lo sviluppo dell’automazione e permettere al mercato del lavoro di adattarsi alla rivoluzione in atto, o per dotare il governo di un budget da usare contro gli effetti negativi dell’intelligenza artificiale. D’altro canto potremmo non averne bisogno se le nostre stime (negative) dell’impatto dell’automazione sull’economia si rivelassero completamente errate, come paiono dimostrare i dati dei paesi a maggior tasso di automazione.

Fare previsioni è difficile, specie sul futuro. Non sappiamo con assoluta certezza come cambieranno le cose nei prossimi decenni, ma possiamo studiare e tentare di capire come possano emergere nel tempo differenti interazioni. Di una cosa siamo certi: l’intelligenza artificiale ha un impatto che è destinato a durare; non si tratta semplicemente di una moda del momento.

Anzi, ci porta sulla soglia di domande capitali che vanno ben oltre le questioni relative al regime di tassazione: cosa vogliamo, cosa ci sta a cuore, cosa è bene e cosa è male. Domande che forse non siamo più abituati a porre ma sulle quali dobbiamo al più presto imparare nuovamente a riflettere. Si dice spesso che l’intelligenza artificiale è uno specchio in cui guardiamo noi stessi per capirci ma anche per spingerci oltre i nostri limiti. La bellezza o la mostruosità dell’immagine riflessa dipende (forse) interamente noi. 

LINK UTILI:

A tax on robots?

Should robots pay taxes?

Il Pensiero Artificiale

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