Il significato delle parole

Il nostro linguaggio non sempre sta al passo con l’avanzamento tecnologico. A volte le nostre parole non sono adatte, altre volte i concetti sono così nuovi che i termini appropriati semplicemente non esistono. Quale parallelismo tra il significato delle parole e le nuove tecnologie?

La natura del linguaggio cambia (e cambierà) in risposta all’introduzione di tecnologie innovative. Il linguaggio si adatta per venire incontro alle nostre necessità in modi interessanti. A volte semplicemente inventiamo parole nuove come hashtag, influencer e metaverso. A volte uniamo due parole e ne fondiamo il significato, come brunch (breakfast-lunch), smog (fumo e nebbia, smock-fog), motel (motore + hotel, motor-hotel). Ma la maggior parte delle volte, utilizziamo inopportunamente vecchie parole per nuovi scopi, come “stringere i denti” finché il nuovo significato espandendosi e cambiando diventa consueto.

Le parole sono importanti. Il modo in cui diciamo le cose dona sfumature a quello che pensiamo. Le parole descrivono, catturano e comunicano, e non solo; le parole inquadrano la nostra comprensione e danno forma alla nostra immaginazione.

Noi interpretiamo le nuove esperienze nei termini di quelle passate, e le esperienze che scegliamo come punti di riferimento alterano il modo in cui vediamo il mondo. 

Uno degli esempi più interessanti riguardo l’adattabilità del linguaggio ai progressi tecnologici è il significato della parola musica.

Il grammofono fu inventato nel 1877 da Thomas Edison e migliorato da Alexander Graham Bell negli anni ’80 dell’Ottocento, con l’uso di cilindri di cera come mezzo di registrazione. Prima di allora, se volevi ascoltare musica l’unico modo per farlo era ascoltare qualcuno che la eseguisse.

Semplicemente non esisteva la separazione dell’atto di fare musica dal suono che ne veniva prodotto e quindi non c’era bisogno di considerare se l’azione effettiva di fare musica fosse essenziale per esprimerne il concetto.

Come reagì la gente quando ascoltò per la prima volta la musica registrata? Consideriamo la reazione severa di John Philip Sousa, compositore e direttore di banda. Come reazione all’emergere di strumenti di registrazione, Sousa nel 1906 scrisse un sermone intitolato “La minaccia della musica meccanica”. 

Finora, l’intero corso della musica, dal suo primo giorno ad oggi, è andato di pari passo col farne l’espressione degli stati d’animo. Coloro che ci presentano apparecchi di riproduzione meccanica, nel loro folle desiderio di offrire musica per ogni occasione, si stanno offrendo di soppiantare le orchestre da ballo. Evidentemente ritengono che nessun campo sia troppo grande per le loro incursioni, né nessuna richiesta troppo stravagante.”

Continua: “La musica insegna tutto quello che di bello c’è a questo mondo. Non limitiamola ad una macchina che racconta la stessa storia giorno dopo giorno, senza variazioni, senza anima”.

In altre parole, per Sousa, la musica reale richiedeva l’atto creativo di una persona che esprimesse i suoi autentici sentimenti. In questo caso, la macchina non poteva fare musica, il rumore propagato non era la stessa cosa. Anche se suonava simile, mancava della forza emozionale necessaria per qualificarla come “vera musica”.

È superfluo dirlo, ma oggi chiunque sostenesse una tale posizione sarebbe considerato un pazzo. Ovviamente, la musica è musica, indipendentemente da com’è fatta.

Molte persone credevano che la musica digitale inevitabilmente suonasse piatta, che mancasse della profondità e delle sottigliezze della musica analogica.

Per esempio, Harry Pearson, fondatore nel 1973 della rivista The Absolute Sound, (forse inconsapevolmente) sulle orme di Sousa disse che “Gli LP (dischi in vinile) sono decisamente più musicali. I CD svuotano l’anima della musica. Il coinvolgimento emotivo sparisce.

Questo sentimento non era raro tra gli audiofili. Citando Michael Fremer, editore della Tracking Angle, una rivista di recensioni musicali, nel 1997: “il digitale preserva la musica nello stesso modo in cui la formaldeide preserva le rane: la uccide e la fa durare in eterno”.

Prima di congedare tutti questi gentiluomini prigionieri delle loro prospettive datate e ottenebrate, prendiamo in considerazione come vi sentireste se in futuro i vostri figli chiedessero a un computer di suonare un po’ di Micheal Jackson, e invece di riprodurre una delle canzoni del “re del pop”, il computer istantaneamente componesse e sintetizzasse una serie di tracce identiche al suo lavoro, indistinguibili da chiunque non fosse attentissimo conoscitore della sua opera e del suo stile vocale inconfondibile.

Sentireste che questa creazione artificiale non è vera musica? Sicuramente non è il vero Michael Jackson, perché non è stata prodotta in nessun senso da un artista umano. Potreste essere tentati di vedere questa discussione a proposito del significato della parola “musica” come un’inutile pignoleria. E avreste ragione.

Consideriamo, per esempio, i veicoli autonomi, le self-driving cars. Quando le automobili furono introdotte per la prima volta nei primi anni del 1900, la gente le chiamava “carrozze senza cavalli” perché le carrozze trainate da cavalli erano il punto di riferimento più vicino a cui agganciare il concetto di macchine moderne.

Ora, noi parliamo di “auto senza conducente” per la stessa ragione. Entrambe le espressioni sono esempi di come le nuove tecnologie vengono descritte nei termini di quelle passate. Una “auto senza conducente” suona come una meravigliosa nuova tecnologia con la quale truccare il tuo prossimo veicolo, come i sensori di parcheggio e la telecamera posteriore.

È come la vostra vecchia auto, ad eccezione che adesso non dovete guidarla voi. Ma la verità è che questa nuova tecnologia cambierà totalmente il modo in cui pensiamo al trasporto, con un impatto sulla società molto più grande di quanto le parole suggeriscano. A quel punto probabilmente utilizzeremo altri termini per indicare “veicolo a guida autonoma”, o semplicemente “automobile”.

Osserviamo un altro esempio di spostamento del linguaggio per andare incontro alle nuove tecnologie, questa volta predetto da Alan Turing. Nel 1950 scrisse un saggio molto importante dal titolo “computing machinery and intelligence” che iniziava con le seguenti parole: “Propongo di considerare la questione: le macchine possono pensare?” Prosegue definendo quello che lui chiama “the imitation game”, che noi conosciamo come il test di Turing.

Turing ipotizzava: “Credo che in circa cinquant’anni sarà possibile programmare computer in grado di sfidare l’uomo nel gioco the imitation game così bene che un interrogatore medio non avrà più del 70% di possibilità di fare la giusta identificazione dopo cinque minuti di conversazione”.

Il test di Turing è stato largamente interpretato come una sorta di rituale formativo per le intelligenze artificiali, una soglia sulla quale le macchine avrebbero dimostrato abilità intellettuali degne di rispetto umano.

Questa interpretazione del testo però è fuorviante, non è affatto quello che Turing aveva in mente. Una lettura più attenta dei suoi appunti rivela un intento differente: “La domanda originale, le macchine possono pensare? Credo sia così priva di significato da non meritare una discussione. Ciononostante, credo che alla fine del secolo l’uso delle parole e l’opinione generale delle persone informate sarà cambiata al punto che si sarà in grado di parlare di macchine pensanti senza aspettarsi di essere contraddetti”.

La mia ipotesi è che se poteste viaggiare indietro nel tempo con il vostro smartphone, per mostrare Siri, il modulo con linguaggio naturale di risposta alle domande, la gente si sarebbe irritata. Con gli esseri umani come unico riferimento rilevante per comprendere questo strano golem, si sarebbero chiesti seriamente se fosse moralmente accettabile condannare un essere apparentemente senziente a vivere un’esistenza solitaria confinato in una piccola monolitica lastra. Oggi, Apple descrive Siri come un “assistente intelligente”, senza troppe obiezioni, e nessuno pensa che il dispositivo abbia una mente.

Sembra anche perfettamente ragionevole dire che Watson, il giocatore di Jeopardy della IBM, “pensava” le sue risposte dimostrando “intelligenza”, anche se nessuna persona di buon senso gli attribuirebbe le caratteristiche salienti di un’anima umana, qualunque esse siano. Sebbene Watson possa senza dubbio rispondere a domande su se stesso in modo considerevolmente dettagliato, e possa chiaramente monitorare i propri processi di pensiero, non sembra appropriato definirlo introspettivo.

La predizione di Turing non era tanto a proposito delle capacità delle macchine, quanto del significato accettabile delle parole. È un po’ difficile immaginare come avreste potuto reagire voi nel 1950 se qualcuno si fosse riferito a un computer che si sta facendo gli affari suoi come “pensante”, ma sospetto fortemente che sarebbe stato piuttosto sconvolgente.

In altre parole, Turing non stava cercando di formulare un test che le macchine dovessero superare per raggiungere le fila degli intelligenti. Stava ipotizzando che entro la fine del secolo il significato di parole importanti come pensare e intelligenza sarebbe cambiato fino a includere qualunque macchina che riuscisse a superare il suo test, esattamente come il significato della parola “musica” è cambiato per accogliere gli output di macchine che possono riprodurre i suoni creati dai musicisti.

Link utili:
The Menace of Mechanical Music
Vinyl Rises From the Dead As Music Lovers Fuel Revival
Il muro del significato

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