Un robot che non serve a nulla

È possibile automatizzare il processo di socializzazione? Quali sono i requisiti che deve soddisfare un agente artificiale affinché questo divenga sociale?

Allo stato attuale, non esiste un agente artificiale in grado di preparare la cena, rammendare i pantaloni, passare l’aspirapolvere, accompagnare i bambini a scuola e fare giardinaggio. Né tantomeno decorare l’albero di natale, suonare il flauto o telefonare a casa per dire che arriverà in ritardo. Il problema non è semplicemente tecnico. Ci sono molti sistemi artificiali capaci di svolgere l’uno o l’altro di questi compiti, per esempio telefonare, suonare il flauto o rimuovere la polvere. Altri dei compiti menzionati – fare giardinaggio, accompagnare i bambini a scuola, rammendare i pantaloni, preparare la cena – non sembrano impossibili da realizzare mediante sistemi esperti. Anzi, per alcune delle funzioni elencate esistono già dei prototipi di sistemi esperti che operano bene in condizioni circoscritte.

Costruire un agente artificiale in grado di realizzare uno qualsiasi di questi compiti, o almeno alcuni di essi, presenta difficoltà che vanno oltre i problemi tecnici – per ora irrisolti – legati al tentativo di creare un agente artificiale così versatile. Senza dubbio, inventare uno strumento in grado di svolgere l’una o l’altra di queste funzioni, è essenzialmente una sfida tecnica. Ma creare un agente artificiale capace di passare dall’una all’altra funzione in modo spontaneo, “naturale” e armonioso nel senso della fluidità tecnica della transizione, pone un problema completamente diverso. Genera difficoltà di ordine sociale o relazionale.

Per definizione, la lista dei compiti di un essere sociale è aperta, infinita e indeterminata. È impossibile conoscere in anticipo la prossima voce (task) che apparirà nell’elenco, ossia, la funzione successiva da assolvere. Un robot sociale, nel senso in cui lo tematizziamo in questo articolo, deve essere in grado di adattarsi a situazioni nuove e imprevedibili. Certamente lo spazio di possibilità definitorio di tali situazioni non è illimitato, né equivale al dominio continuo nel quale gli esseri umani possono agire.

Se siamo in grado di creare agenti artificiali capaci di svolgere ruoli sociali è anche perché ci sono ruoli sociali definiti e limitati, tali da consentirci di escludere a priori, come altamente improbabili, molte alternative. In questo senso un sostituto è anzitutto un robot capace di interpretare un certo ruolo sociale, per esempio, quello di receptionist o assistente ad personam. Ma un robot sociale deve essere anche in grado di reagire in tempo reale, adattarsi e coordinarsi con i propri interlocutori.

Sembra che almeno tre cose, tipicamente umane, siano fuori dalla portata degli attuali automi. In primo luogo, essi non sono in grado di ridere (o di piangere); secondo, non arrossiscono; terzo, non si suicidano”.

Lo ha scritto John Cohen più di cinquant’anni fa, per far notare che una delle difficoltà insite nel tentativo di creare agenti artificiali dotati delle capacità menzionate, risiede nell’insufficiente comprensione dei meccanismi fisiologici in gioco.

Per esempio, non conosciamo i meccanismi implicati nell’arrossire ma sappiamo esattamente in quali circostanze le persone arrossiscono; così come tendenzialmente sappiamo di cosa stanno ridendo o piangendo e perché si suicidano. Ma le nostre conoscenze in proposito sono solo aneddotiche. Questi comportamenti tipicamente umani – ridere, piangere, arrossire e suicidarsi – sono anche e soprattutto comportamenti sociali. Svolgono un ruolo centrale in tutti i fenomeni di associazione e divisione.

Ridiamo molto insieme, o l’uno dell’altro; arrossiamo sotto lo sguardo dell’altro; piangiamo e c’è chi addirittura si toglie la vita. Eppure, come fa notare Cohen, sebbene siamo tutti capaci di questi cambiamenti, non ne capiamo adeguatamente il significato e la funzione sociale, così come non comprendiamo appieno le ragioni che spingono le persone le une verso le altre.

Molti aspetti e molte dimensioni della socialità umana ci rimangono sconosciuti. Che cosa tiene insieme un gruppo umano? Che cosa spinge un individuo ad abbandonare un progetto o ad impegnarsi nel volerlo portare avanti? Quali sono le condizioni per un apprendimento efficace? Che cosa ostacola o facilita la capacità di interagire serenamente con gli altri senza scontri?

Molti esperti in robotica, considerano gli agenti sociali artificiali di loro produzione, come strumenti scientifici utili all’avanzamento della conoscenza sulla socialità. Più che credere di poter usare i robot per sostituire l’uomo nei lavori considerati sociali, ritengono che il progetto di costruire agenti sociali artificiali possa permetterci di progredire significativamente nella conoscenza della nostra socialità.  

Sto cercando di creare un robot inutile che non serva a nulla”. Questa è stata la risposta di Takanori Shibata a chi gli chiedeva quale fosse l’utilità del sistema robotico che ha creato. Si tratta di Paro, il piccolo robot che ha le sembianze di un cucciolo di foca bianco della Groenlandia. La risposta di Shibata, leggermente fuorviante, dice l’essenziale: Paro sostituisce animali da compagnia in ospedali e case di riposo, ma non ha alcuna funzione specifica.

Più precisamente, deve svolgere una molteplicità di funzioni diverse come ad esempio divertire, confortare, rassicurare eccetera. L’elenco è indefinito. Tenere compagnia, diversamente dal lavare i piatti o passare l’aspirapolvere, non è un compito i cui dettagli possano essere esaurientemente definiti in anticipo, né vincolati in modo tale da escludere l’imprevisto. A differenza di un cancello automatico o di un tosaerba autonomo da giardino, un agente sociale, anche quando ha uno scopo specifico, deve essere in grado di svincolarsi da esso. Non solo deve potersi adattare ad una vasta gamma di situazioni diverse ma deve anche essere capace di interrompere lo svolgimento della sua funzione corrente per intraprendere altre attività, magari molto diverse.

Gli esseri sociali non sono soggetti a fini particolari e tuttavia devono avere la capacità di svolgere compiti diversi in momenti differenti. Per definizione, un robot sociale che opera come sostituto non può essere destinato a un singolo ruolo o ad una particolare funzione, altrimenti non sarebbe un attore sociale. Più in generale, la socialità non ha alcun scopo particolare al di là di se stessa. Costituisce la condizione necessaria per l’emergere di tutti i fini in un contesto sociale il più ampio possibile.

L’opposto della socialità è la specializzazione e specificazione, di compiti e funzioni, al fine di rendere possibile la loro delegazione ad artefatti artificiali. Non casualmente, ogni organizzazione gerarchica cerca di circoscrivere o contenere tale capacità di “coordinazione indefinita” attraverso la definizione di compiti limitati e fissi, che vengono affidati, ove possibile, a macchine destinate ad eseguire una singola funzione.

Un agente artificiale, diventa agente sociale nel momento in cui acquisisce capacità di adattamento e di coordinazione, seppur in modo limitato. Questa proprietà richiede che il robot possa svincolarsi da un singolo compito o da una singola funzione. L’orizzonte ultimo della socialità artificiale, come afferma Shibata, è quello di creare un robot che non serve a nulla e che può fare qualsiasi cosa.

LINK UTILI:

Human Robots in Myth and science

Paro: foca robot terapeutica

Il Pensiero Artificiale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *