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Recitazione su Zoom e festival in streaming: cosa resterà del 2020?

La pandemia di COVID-19 ha inferto un duro colpo specialmente a quei settori destinati ad una fruizione “classica”, come, tra gli altri, teatro e cinema. Ma nelle tragedie si annidano tanto i germi della rinascita quanto preziose opportunità di sviluppo.

Ci sarebbe una data per l’apertura dei teatri e dei cinema. Il ministro Franceschini parla del 27 marzo, anche se il condizionale è d’obbligo viste le varianti in circolazione e i provvedimenti, più restrittivi, che si stanno pensando per le scuole. Spettacoli e proiezioni sarebbero però collegati al colore della regione, che deve essere per forza gialla. Una notizia buona solo a metà, dunque, visto che soltanto le realtà più solide, o quelle a partecipazione pubblica, possono permettersi di ripartire con la spada di Damocle di dover subito richiudere, ripiegando nell’online, mentre le realtà più piccole andrebbero maggiormente in sofferenza.

Anche se teatro, opera e cinema sono indissolubilmente legati a luoghi specifici, e perdono la loro unicità se trasferiti in altro media, in tanti hanno provato a capire come si potesse sfruttare l’online per provare a reagire al momento di inedia, all’inizio semplicemente come eco di qualcosa di già prodotto altrove, e, poi, con contenuti sempre più specifici e dedicati. Il risultato è che sono nate anche delle idee, sicuramente interessanti, destinate a scomparire con la fine della pandemia – quando si potrà tornare agli eventi dal vivo – oppure a creare una nuova forma artistica, destinata ad un suo sviluppo svincolato ed autonomo.

Tanti gli esempi che si possono fare su questo tema, tante le realtà che si sono mosse su vie simili.

Il molto, troppo, tempo libero; le poche attività che si possono svolgere; l’impossibilità degli spostamenti; i costi ridotti o nulli delle produzioni online che hanno permesso a settori di nicchia, come per esempio l’opera lirica, o i festival di cinema indipendenti, di raggiungere un numero maggiore di persone, arrivando anche a chi non si sarebbe potuto permettere una poltroncina in platea o che mai avrebbe pensato di ascoltare un’aria di Verdi avendo ancora il pub aperto sotto casa. O che mai avrebbe pensato un giorno di guardare di fila dieci cortometraggi sottotitolati di registi emergenti di un festival americano. Nonostante qualche intoppo iniziale, ha avuto un discreto successo, per esempio, l’iniziativa del Teatro Regio di Torino, che ha iniziato la sua stagione ‘online’ con la Boheme di Puccini con i costumi e le scenografie originali (proprio a Torino c’era stata la prima nel lontano 1896). L’acquisto del biglietto – al costo di 5 euro, di 10/20 volte più basso rispetto al prezzo dal vivo, decisamente più accessibile per tutte le tasche – dava un codice unico di accesso alla piattaforma streaming, con una prima serata in diretta o la possibilità di vederla, in qualunque momento, per alcuni giorni. La Scala di Milano ha invece scelto la distribuzione televisiva, in accordo con la Rai (fruibile anche su Raiplay): nella sua prima a porte chiuse ha sperimentato la profondità del teatro, è riuscita ad uscire dal concetto di palco per utilizzare tutti gli spazi, compreso quelli di solito destinati al pubblico, ovviamente assente. Un modo originale per fare un lavoro che fosse in grado di sfruttare la struttura a 360°.

Sicuramente la realtà che ha avuto più difficoltà è quella delle sale cinematografiche, visto che le case di produzione hanno potuto ripiegare sulla distribuzione in streaming delle novità, approfittando delle piattaforme online che, o hanno direttamente comprato i diritti per i loro abbonati, o li hanno messi in vendita come contenuto extra. Tante le iniziative, invece, per salvare i festival, rendendoli anzi più accessibili anche a chi fisicamente non sarebbe potuto andare. Venezia ha scelto lo streaming, permettendo ad un numero limitato di utenti, a pagamento ma ad un prezzo ridottissimo, l’accesso online ai film, in contemporanea alla proiezione in sala. In streaming anche il Torino Film Festival, mentre il Festival di Cannes è stato annullato. Lo Slamdance Festival, concorso dedicato al cinema indipendente organizzato nello Utah, non soltanto ha permesso la visione di corti e film online, gratis o a pagamento in base al periodo di adesione al festival, ma ha anche sfruttato la situazione per coinvolgere il pubblico nel giudizio e nella valutazione dei film, premiando l’indice di gradimento più alto. Un pubblico che, per la prima volta e per espressa scelta degli organizzatori, poteva davvero arrivare da ogni parte del globo, coinvolgendo persone, sicuramente con un interesse affine, ma provenienti da culture molto diverse tra loro, come per le stesse pellicole in concorso.

Il teatro ha provato a muoversi su questa scia: alcuni hanno tentato di portare in scena degli spettacoli destinati allo streaming, con date specifiche e ‘biglietti’ da acquistare per accedere alla diretta. Un pubblico in contemporanea, anche se ognuno da casa propria. Interessanti tutte le sperimentazioni che hanno costruito lo spettacolo attorno al mezzo, utilizzando le varie piattaforme di videochiamata, sempre più note, come spazio di creazione della storia. Su questo improvvisatori teatrali e comici si sono fatti trovare particolarmente pronti, riuscendo a dar vita al mezzo in modo da renderlo un’opportunità piuttosto che un ostacolo. L’opposizione tra chi vedeva il teatro in presenza come unica via e ha preferito stare fermo e chi ha voluto comunque trovare nuove soluzioni online è stata molto forte, soprattutto nella prima fase, quando anche la risposta del pubblico non sembrava molto convinta. Da una parte c’era chi diceva che di fronte alla chiusura e alla pandemia servisse solo il silenzio, inizialmente, e poi solo la riapertura, soprattutto nella fase autunnale. Dall’altra chi, pur d’accordo sulla necessità di riaprire, ha comunque pensato di lavorare con gli strumenti che aveva, prima solo mandando online vecchi spettacoli registrati, con tanto di spettatori in sala, poi pensando a come fare qualcosa di nuovo, di innovativo. Magari destinato a rimanere chiuso in questa lunga parentesi surreale.

E il pubblico? Forse all’inizio la certezza che si sarebbe presto tornati alla normalità non ha aiutato a promuovere i primi semi delle nuove iniziative. Poi la situazione ha preso il sopravvento, e anche il modo di usufruire della creatività è un po’ cambiato. La lontananza da teatri e cinema, le tante ore a casa e l’interesse per le nuove forme artistiche hanno comunque spinto un buon numero di persone a sostenere queste novità, rispondendo con attenzione agli eventi online.

Esemplificativo quello che è avvenuto per #ultimoconcerto, evento in streaming gratuito che prevedeva il collegamento in contemporanea con 130 live club e grandi nomi della musica. Sullo schermo è invece apparsa solo la scritta ‘nessun concerto’: “Ci sono momenti nei quali è importante manifestare “comunità” e oggi musicisti e club uniti come non era mai successo hanno scelto di mandare un segnale importante”, hanno poi comunicato i Subsonica. Nessuno spettacolo online durante l’ultimo spettacolo online, dunque. Non può esistere musica dal vivo se non dal vivo, giustamente. Come teatro se non a teatro e cinema se non al cinema, e la situazione che i lavoratori del settore stanno vivendo in questo momento è drammatica e la loro frustrazione assolutamente evidente.

Però contemporaneamente questa protesta dimostra un innovativo uso del mezzo. La consapevolezza del successo che l’organizzazione di un concerto del genere online avrebbe avuto, del grandissimo numero di persone che questa iniziativa avrebbe raggiunto. La dimostrazione che, volenti o nolenti, questo 2020 ha fatto fare un balzo in avanti alle potenzialità del panorama online, e che probabilmente qualcosa continuerà a crescere da sola. Ha contribuito a far evolvere una forma d’arte nuova di cui ancora non siamo completamente coscienti.

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