Il Silfio: la pianta ormai estinta venduta a peso d’oro

Abortire nell’antichità: quando una pianta diventa tanto agognata da scomparire.

Ancora oggi non sono chiare le caratteristiche identificative di questa antica pianta. Σίλϕυων per i Greci e laser o laserpitum per i Romani, l’attestazione di esistenza del silfio è giunta fino a noi grazie a queste antiche civiltà. La sua storia si perde nella notte dei tempi; tuttavia possediamo diverse fonti, spesso anche contrastanti fra loro, che contengono importanti indizi sull’aspetto del silfio, sul suo habitat e sulla sua diffusione.

Le fonti

Una delle fonti più accurate nel descriverne la morfologia risulta essere il greco Teofrasto (371-287 a.C.), filosofo e botanico, che lo classifica come appartenente alla classe delle ombrellifere o delle ferule.

Ne troviamo traccia anche nella letteratura latina in opere di Catone il Vecchio (234-149 a.C.), del geografo Strabone (63 a.C.-23 d.C) e di Columella (4-70 d.C.), particolarmente interessato all’agricoltura. Plinio il Vecchio nel Naturalis historia (77-78 d.C) ci fornisce dettagli molto utili per quanto riguarda la sua diffusione nella Cirenaica: già all’età di Cesare (100-44 a.C.) il silfio era divenuto tanto prezioso da essere venduto a peso d’oro. Lo storiografo afferma che ai tempi dell’impero di Nerone (37-78 d.C) era talmente raro da riuscire a reperirne una sola pianta per l’imperatore, che ne era incuriosito probabilmente dalla rarità. Secondo Plinio la scarsità del silfio era causata dalla fatto che gli animali da pascolo ne andassero particolarmente ghiotti.

Esistono documenti che attestano la totale scomparsa del silfio già dal V secolo, ai tempi del vescovo Sinesio.

tetradracma (14,38 g), Zeus ammone e silfio (ex New York XXVII, 2012)

L’habitat

Fonti di vario tipo certificano che la pianta fosse straordinariamente diffusa nel territorio della Cirenaica, regione storica della Libia. Tra le testimonianze più evidenti vi è quella numismatica: la pianta era riprodotta sulle monete di Cirene in quanto rappresentava una delle maggiori fonti di guadagno del territorio. Il silfio era sicuramente esportato da quella regione, che, essendo la regione più produttiva, ne supervisionava la diffusione nel mercato.

Anche le informazioni forniteci riguardo le peculiarità del terreno in cui cresceva sono discordanti:  secondo recenti ricostruzioni e ipotesi di studiosi moderni il suolo ideale doveva essere incolto e stepposo, mentre secondo l’antica attestazione del greco Teofrasto sembra che fosse diffuso anche sul versante litoraneo.

Le proprietà benefiche, gli effetti curativi e le applicazioni mediche

Da questa pianta veniva estratta la resina o il succo, chiamato laser o laserpicium  dai Romani e utilizzato sia per scopi medici che come apprezzata spezia in cucina. È noto il fatto che lo stesso Ippocrate lo impiegasse come cura contro molte malattie variamente diffuse, mentre secondo Plinio il Vecchio sarebbe stato adottato anche come contraccettivo. Su quest’ultima ipotesi si sono sviluppati vari dibattiti: taluni ritengono che l’antica pianta potesse effettivamente possedere proprietà abortive, come è stato dimostrato per altre piante della stessa specie, mentre altri studi fanno leva sulla possibilità di un’originaria contaminazione del silfio. La richiestissima resina sarebbe dunque stata “corrotta” (a insaputa dei Romani, ovviamente) con degli stomaci di insetto; questi sprigionavano una sostanza chimica chiamata cantaridina che potrebbe essere la causa dell’effetto abortivo. È attestato l’uso anticoncezionale di questa pianta anche in Egitto, tanto che si è ipotizzato un collegamento tra la forma dei semi della pianta e il geroglifico  che rappresentava il concetto di cuore, emblema della sensualità.

La pesatura del silfio, V sec. a.C.

L’estinzione

Anche il modo in cui è effettivamente avvenuta l’estinzione non è chiaro: vi sono varie teorie discordanti. Si presume che il cambiamento climatico avvenuto nel tempo in quella zona potrebbe aver influito sulla scomparsa.

Ricordiamo la teoria di Plinio il Vecchio secondo la quale il silfio sarebbe scomparso perché il bestiame se ne nutriva avidamente. Anche altre ipotesi si basano sulla constatazione dell’incredibile incremento della domanda di animali che venivano nutriti con questa pianta per garantire la prelibatezza della carne. 

Altre teorie attribuiscono il problema alla deprechevole condotta dei governatori romani che, preso il potere dopo un periodo di democrazia, avrebbero tentato di sfruttare al massimo le risorse del territorio cirenaico, incrementando quindi anche la raccolta del silfio, che veniva coltivato intensivamente. Questo potrebbe aver causato l’estinzione della pianta in quanto coltivata in condizioni non più favorevoli alla sua nascita spontanea. Secondo la testimonianza di una fonte riportata da Teofrasto, infatti, la pianta poteva crescere solo spontaneamente: se coltivata periva.

Secondo l’ipotesi di J. S. Gilbert l’amministrazione di quel territorio da parte dei Romani portò allo sfruttamento degli schiavi nella raccolta del silfio e nella produzione del laserpicium. La conseguenza, secondo questa teoria, sarebbe stata quella della diversa composizione del prodotto finale: gli schiavi, infatti, erano all’oscuro del fatto che il prodotto esportato contenesse stomaci di insetto; dunque la resina della pianta non avrebbe più prodotto gli effetti anticoncettivi provocati probabilmente dall’aggiunta dell’”ingrediente segreto”. Secondo questa ricostruzione l’estinzione del silfio non sarebbe mai avvenuta e la leggendaria scomparsa starebbe stata tramandata erroneamente.

Per approfondire: 

https://www.treccani.it/enciclopedia/silfio_(Enciclopedia-Italiana)/

https://wsimag.com/it/benessere/22640-il-mistero-del-silfio

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Silfio

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