Welcome Venice

Welcome Venice, una storia famigliare in una Venezia che si spopola

“Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare. La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi Venezia, la vende ai turisti”. Già Guccini nei primi anni Ottanta raccontava quello che Andrea Segre ha voluto riprendere nel suo ultimo lungometraggio Welcome Venice. Il film, presentato al Festival lagunare proprio a inizio settembre, ha per protagonisti due fratelli – Andrea Pennacchi nel ruolo di Alvise e Paolo Pierobon in quello di Pietro – con due visioni molto diverse di futuro: da una parte c’è il turismo, dall’altra la tradizione, la storia di una famiglia e della stessa città. Teatro di questa battaglia tra fratelli è la Giudecca, quartiere veneziano di pescatori, dove la casa di famiglia è ancora salda nelle mani di Pietro, che la usa per la pesca alle moeche (granchi di laguna commestibili), mentre Alvise vuole trasformarla in un bed and breakfast, un’esperienza per turisti, cacciando il fratello in ‘terraferma’ e cambiandone il volto. 

Fondamentalmente il lungometraggio ha quasi valore di documentario. La trama è chiara sin dal principio, i legami famigliari tra i personaggi un po’ meno, ma quello che emerge in maniera netta dal girato di Segre sono le fotografie di una Venezia inedita. Di una laguna ricca di reti per la pesca, pontili in legno; di una vita vissuta in barca e della ricchezza offerta dalle moeche. Questi piccoli granchi onnipresenti nel racconto, reali protagonisti di tutta la storia, che vengono selezionati a mano per la vendita, conservati nelle reti, pescati all’aurora secondo sistemi tradizionali tramandati, in questo caso, di padre in figlio, di fratello maggiore in fratello minore. 

A comparire meno è la Venezia turistica, di cui si parla sempre ma che in fondo non si vede mai. Il film richiama volutamente la situazione pandemica, e permette anche alcuni bellissimi scorci di un centro semi deserto, rarissimo scatto che praticamente solo le restrizioni hanno potuto regalare agli abitanti. 

Anche la terraferma ha il suo spazio nel film. Mestre e i paesi vicini, che da anni raccolgono gli abitanti di Venezia che hanno lasciato i quartieri storici. Dei satelliti di case anonime; così volutamente raccontati dal regista che ne contrappone le case moderne e standardizzate a quelle storiche sui canali della Giudecca. Giocando tutto il film sul tema dello spopolamento la contrapposizione è volutamente forzata. 

D’altra parte lo spopolamento di “Venice”, come la sua acqua alta, non è un tema recente. La città nel tempo è diventata sempre meno dei veneziani e sempre più delle agenzie di viaggio, con 13 milioni di presenze turistiche nel 2019 (con un evidente calo nei due anni successivi per ovvi motivi), molte legate proprio alla presenza di quelle navi da crociera, veri e proprio colossi del mare, che danni spesso hanno procurato alla città stessa. Nel 2010 era stata Cathy Newman, giornalista del «National Geographic», americana, a evidenziare, dopo un lungo periodo di indagine sul territorio, come una delle città più belle del mondo fosse diventata un contenitore semivuoto, dove sempre meno si vedono abitanti, negozi, artigiani; insomma senza una vera e propria anima. Dal 1966 ad oggi la città storia e le isole minori hanno visto un dimezzamento della popolazione, con la conseguente diminuzione dei servizi dedicati al cittadino e l’emarginazione di alcune aree. Un problema che ha anche attivato un piano di emergenza per cercare di trovare una soluzione, un piano che attualmente non ha avuto molto successo. 

D’altra parte, come dice l’Alvise di Pennacchi coprotagonista di Welcome Venice, con il turismo si fanno i ‘soldi veri’, mentre il fratello Pietro con le moeche ci campa appena. Due modi diversi di intendere la vita che stanno cambiando il volto di un’intera città.

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