Lingua e Cultura, Oltraggi e Provocazioni

Secondo il Relativismo Linguistico lingua e cultura sono strettamente connesse. “Monnè, oltraggi e provocazioni” ne è un esempio letterario.

Il rapporto tra una lingua e il contesto culturale in cui essa esiste è di natura biunivoca. La lingua risponde alle esigenze dell’uomo fornendogli gli strumenti per esprimere ciò di cui necessita ma, al tempo stesso, con le sue strutture, con quello che specifica e con quello che omette, determina il modo in cui ciascun parlante, di ciascuna lingua, percepisce il mondo circostante.

Wilhelm Von Humboldt, uno tra i più importanti linguisti del XIX secolo, fu il primo a cogliere il particolare legame che intercorre tra lingua, pensiero e realtà. Ogni lingua delinea un particolare rapporto con la realtà e, in un certo modo, è proprio entro i limiti di questo rapporto che, a un parlante di una determinata lingua, è permesso pensare. Un parlante italiano potrà pensare alla parola neve in termini molto generici rispetto al modo in cui la penserà un parlante finlandese, lingua in cui esiste, com’è noto, un ampio numero di parole per indicare la neve, tra quella destinata ai più disparati utilizzi quotidiani e quella potenzialmente pericolosa.         

L’etichetta Ipotesi di Sapir e Whorf rimanda agli studi, appunto, di Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf. Nonostante i due non abbiano mai collaborato – e l’etichetta sia stata coniata da John B. Carroll – Whorf, avendo avuto modo di seguire le lezioni di Sapir all’Università di Yale, portò alle estreme conseguenze le teorie note come Relativismo linguistico, già elaborate da Von Humboldt e Sapir. A tal proposito Whorf sostenne che: «differenti osservatori non sono condotti dagli stessi fatti fisici alla stessa immagine dell’universo, a meno che i loro retroterra linguistici non siano simili». Per quanto i fatti possano presentarsi in modo oggettivo, essi verranno sempre rielaborati non solo sulla base di fattori contingenti, quali possono essere grado di istruzione, sensibilità, prospettiva dalla quale vengono osservati ma anche, forse soprattutto, sulla base di fattori culturali e linguistici.

Basti pensare al Guaica, lingua parlata nel sud del Venezuela, in cui non si attua una distinzione bipartita tra bene e male, ma tripartita in bene, male e taboo violato. Sembrerà ancora più assurda una lettura di queste categorie a partire da una posizione inevitabilmente collocata nella morale occidentale. A tal proposito i parlanti del Guaica considerano bene “dare fuoco alla propria moglie per insegnarle l’obbedienza”; male è invece “uccidere un membro della stessa tribù” – così come è bene ucciderne uno di una tribù nemica; mentre si considera taboo violato che “una donna sposata mangi un tapiro prima della nascita del primo figlio”.

Alla luce di tutto ciò è comprensibile l’impatto culturale del processo di colonizzazione che ha coinvolto l’Africa tra XIX e XX secolo. Nel corso del Novecento la Francia ha attuato politiche di integrazione bilaterale: incoraggiando i nativi francesi a trasferirsi nelle nuove colonie e incoraggiando i nativi subsahariani a convertirsi al credo cattolico e alla lingua francese in cambio della cittadinanza francese.

Ahmadou Kourouma è uno dei più importanti scrittori africani, autore di molti romanzi, in particolare di Monnè, Otraggi e provocazioni. Il romanzo racconta la storia del re di Soba, Gighi Keita, e della sua incapacità di tutelare il proprio popolo in seguito alla conquista del regno da parte della Francia. Kourouma, nei modi di una narrazione epica, quasi surreale, racconta il colonialismo dal punto di vista di un nero, non risparmiandosi nell’attribuire pari colpe a bianchi e neri. Com’è ben noto le differenze tra gli Stati africani, addirittura tra tribù confinanti, sono notevoli, sia per quanto concerne la lingua che la cultura, nonché per i processi storici che hanno coinvolto ciascuno di essi in modo molto peculiare. È chiaro, quindi, quanto l’esperienza non solo esistenziale dell’autore, ma anche letteraria, sia un esempio certamente unico ma anche di grande valore.

Il fulcro dell’intera narrazione risulta essere, in qualche modo, l’incomunicabilità; in particolare, la mancanza di un orizzonte culturale comune – al di là dell’incompatibilità degli interessi materiali delle due parti – che permetta a colonizzato e colonizzatore di interagire pacificamente. Tale incomunicabilità si disvela al lettore, per quanto concerne l’uso linguistico, in due modi.

Innanzitutto nella figura dell’interprete Soumaré che, pur permettendo la comunicazione tra colonizzati e colonizzatori, si trova in una posizione privilegiata dalla quale sceglie più volte di modificare a vantaggio dell’una o dell’altra parte quanto detto dall’interlocutore. Al di là di Soumaré, che allegoricamente rappresenta l’incomunicabilità tra le due parti, è il linguaggio stesso del romanzo ad essere significante di tale sentimento. Esso è infatti disgregato nelle sue strutture più profonde e, soprattutto, nel lessico. A partire dal titolo è evidente l’intraducibilità del termine Monné, al tempo stesso oltraggio – nei termini di una provocazione perpetrata ai danni di un intero sistema valoriale – e provocazione – nei termini di affronti invendicabili e ferite insanabili che, al pari dei confini degli Stati africani “tagliati col righello” qualche decennio dopo, hanno aperto quella frattura socio-politica che, ancora oggi, fatica a sanarsi.

Infine lo stesso Kourouma rivela di aver scritto il romanzo in malinke, sua lingua materna, per poi tradurlo in francese. Se è vero, infatti, che la lingua francese risente – come ogni altra lingua europea – di una matrice latina e cristiana, nonché di un’abitudine ormai millenaria alla tradizione scritta, altrettanto concreto è l’influsso che hanno l’animismo da una parte e la trasmissione orale della tradizione epica sulle lingue africane. Lo stesso romanzo, col suo essere coacervo di lingue e culture diverse, sperimentate e – potremmo dire – subite in prima persona dall’autore, è una prova dell’insufficienza lessicale del francese. La pervasività del lessico malinke nella lingua dell’autore fa sperimentare anche al lettore quella sensazione di incomunicabilità e della presenza di un portato culturale che sfugge in una lettura superficiale.  

BIBLIOGRAFIA

Bassnett, Susan, Translation Studies, 3rd edition, Routledge, New York 2002.

Graffi, Giorgio, Due secoli di pensiero linguistico. Dai primi dell’Ottocento a oggi, Carocci, Roma 2010.  

Gusman, Alessandro, Sensazioni, in La ricerca sul campo in antropologia, a cura di Cecilia Pennacini, Carocci, Roma 2013.

Koné, Amadou, Discourse in Kourouma’s Novels: writing two languages to translate two realities, Indiana University Press, Vol. 38, No. 2, 2007.

Von Humboldt, Wilhelm, La diversità delle lingue, trad. di Donatella Di Cesare, Laterza, Roma-Bari 2000.

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