La paura del fallimento e la sindrome dell’impostore

Nella società della “performance” le parole che risuonano maggiormente sono quelle legate al successo ed all’ascesa sociale.

La paura del fallimento, di fare passi sbagliati, spesso ci accompagna fin da piccoli.

Non tutti hanno la fortuna di crescere in un contesto familiare che trasmette l’importanza dell’errore, della caduta, dell’accettazione del rischio, in quanto aspetti imprescindibili per essere “vincenti”.

“Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai”.

Il significato e la valenza che diamo alle parola “fallimento” crea la nostra realtà ed influenza i nostri atteggiamenti.

Un concetto sempre attuale è quello di “stile esplicativo”, introdotto da un famoso psicologo americano Martin Seligman, intorno agli anni ’60, che riguarda la modalità con cui ognuno interpreta i propri insuccessi.

Attraverso vari esperimenti, è arrivato alla conclusione che ogni individuo, interpreta gli eventi che gli accadono attraverso tre parametri: permanenza, pervasività e personalizzazione.

Considerare un singolo evento (una bocciatura, la rottura di una relazione) come qualcosa che si ripresenterà in modo continuo e permanente, determina ovviamente una scarsa motivazione, paura di riprovarci.

La pervasività nel caso di stili esplicativi negativi, porta ad interpretare un singolo evento deludente come una macchia d’olio che si espande su tutti gli altri aspetti della vita.

La personalizzazione concerne l’identificazione con quell’errore : la persona si sente incapace e sperimenta il senso di colpa.

La chiave per una buona relazione con sé stessi è quella di assumersi la responsabilità e cercare di agire laddove ci è possibile.

Il senso di colpa, invece, ci immobilizza e non permette di considerare anche l’esistenza di altre cause che sfuggono alla nostra volontà.

A tal proposito Seligman ha parlato d’ impotenza appresa, atteggiamento che si delinea quando la mente umana percepisce di non avere alcun controllo sulla realtà, ed i tentativi di raggiungere i risultati sperati risultano nulli. Atteggiamento che è tipico anche del mondo animale.

Il breve racconto dello scrittore argentino Jorge Bucay dal titolo “l’elefante incatenato” esplica bene il concetto d’impotenza appressa.

Da piccolo l’elefante legato al paletto conficcato nel terreno, prova invano a ribellarsi e fuggire. Visto i suoi tentativi inefficaci di riuscire, sviluppa un atteggiamento di rassegnazione nei confronti della situazione, anche quando essa si evolve in positivo.

Ad esempio, le persone con tratti depressivi, si condannano all’infelicità in quanto convinte che le loro azioni non porteranno a ciò che loro desiderano.

Un aspetto psicologico che si contrappone all’impotenza è il senso di “autoefficacia percepita” , che ho introdotto a proposito del tema dell’autostima, in un articolo precedente.

Paradossalmente può accadere che le persone sperimentino successi nel lavoro, nello sport o in ambiti diversi e che abbiano paura di non meritarlo o di non esserne all’altezza.

Questo atteggiamento viene oggi definito “sindrome dell’impostore”.

La psicologa Sand Mann ha scritto un libro su questa tendenza che già veniva indagata negli anni ’70.

La dottoressa spiega che ciò riguarda la paura degli individui molto affermati (indistintamente uomo, donna) di essere smascherati e visti nelle loro mancanze.

Le cause si potrebbero ricondurre alle pressioni sociali e culturali.

Un famoso psicoterapeuta irlandese Owen O’kane, sostiene che è normale sentirsi a volte degli “impostori” e che questo fa parte della natura umana.

Per evitare che questa aspetto dunque “normale” diventi invalidante, dobbiamo secondo O’kane concederci dei momenti di vulnerabilità.

Lui stesso racconta che una delle esperienze più significative e potenti come speaker è stata quando parlando di ansia, ha esordito dicendo che fosse molto ansioso in quel momento.

Mostrare le proprie debolezze e limiti, può rivelarsi a volte un’arma efficace che ci permette di allentare un momento di tensione.

All’opposto della paura di essere un impostore, vi è la tendenza a sopravvalutarsi in alcuni aree di competenza, facendo fatica a mettersi in discussione.

Questo bias cognitivo è stato definito effetto Dunning-Kruger, dal nome degli psicologi che l’hanno studiato.

L’unico vero sapiente diceva Socrate è colui che sa di non sapere, per questo molto spesso chi è più competente si mette in discussione, rispetto a chi in realtà non lo è.

Qual è allora il vero fallimento?

Non mettersi mai in discussione, non tentare, non accettare le sbavature, le cadute …

Micheal Jordan ha detto: “nella mia vita ho sbagliato oltre 9.000 tiri, perso quasi 300 partite, 26 volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”.

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