Il concetto di “Flaneur” e l’arte di prendere la vita con calma

Il flaneur cammina osservando il mondo costantemente con occhi diversi, allo stesso modo fa il poeta che crea un mondo dentro di sé che in pochi possono apprezzare.

Il poeta, pensatore, autore Charles Baudelaire, in una delle sue tante opere, decise di parlare di una figura da lui nominata flaneur, rendendolo una personalità per lui fondamentale, parlandone con tutto rispetto, quasi con reverenza.

Con flaneur si intende una persona che va a zonzo, passeggia, senza una meta ben precisa, osserva e prova emozioni che esplica poi in tutto il paesaggio che si trova attorno. In una società, come quella francese della seconda metà dell’Ottocento, che persisteva nel muoversi sempre più velocemente sotto la spinta dell’industrializzazione, il flaneur se la prendeva con calma, con pigrizia, vedendo però ogni singola cosa e di conseguenza vivendo più intensamente una passeggiata di quanto vivessero intensamente i novelli imprenditori del XIX secolo.

Per Baudelaire, poi, il flaneur, è il poeta, unico nel suo genere, passeggiatore e osservatore delle folle, come spiega bene nello Spleen di Parigi, una serie di poemetti brevi:

Il poeta gode di questo incomparabile privilegio: che può essere, a suo piacere, se stesso e un altro. Come quelle anime erranti che cercano un corpo, egli sa entrare, quando vuole, in qualunque personaggio. Solo per lui tutto è vacante. E se certi luoghi sembrano essergli preclusi, è che ai suoi occhi non valgono la pena di essere visitati. Il passeggiatore solitario e pensoso ricava un’ebbrezza singolare da questa universale comunione. Colui che facilmente si sposa alla folla, conosce le gioie febbrili di cui resteranno eternamente privati sia l’egoista, chiuso come un forziere, sia il pigro, rintanato come un mollusco. Lui sa fare proprie tutte le professioni, tutte le gioie e tutte le miserie che le circostanze gli offrono. Ciò che gli uomini chiamano amore è ben poca cosa, ben limitata e ben debole, paragonata a questa ineffabile orgia, a questa santa prostituzione dell’anima che si dà tutta intera, poesia e carità, all’imprevisto che si mostra, all’ignoto che passa.

Così il poeta si trova immerso con ogni singola fibra di sé in questo eterno passeggiare, in questo riscoprire, immergendosi totalmente nel mondo esterno e facendolo proprio. Quanto è difficile sperimentare questa gioia estatica da eterno viaggiatore tipica appunto del passeggiatore, flaneur, poeta?

E allora cos’è tutto questo se non un invito a viaggiare, anche solo attraverso le strade che già si conoscono, assaporando ogni singola fibra dell’asfalto su cui si cammina, ogni singolo sguardo di chi si incontra, in un contatto al di fuori della comprensione umana?

In una società che si muove costantemente il flanuer passeggia, perso in un suo mondo fatto di suoni, rumori, piaceri, mentre al di fuori si persiste nel credere che egli sia solo pigro.

Per questo, risulta involontario citare un’opera di Giorgio Caproni, “il congedo del viaggiatore cerimonioso“, dove l’autore dopo un viaggio in treno saluta ogni suo compagno, incontrato lungo il tragitto, con cui non ha mai parlato e mai parlerà, in una creazione solo mentale e unica nel suo genere:

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

E l’autore si congeda, tornerà a passeggiare per luoghi ignoti e non, riscoprendo ciò che già sa, costantemente con occhi nuovi, come il flaneur, eterno passeggiatore, eternamente in movimento, ma a un passo sempre diverso rispetto a quello delle folle impazzite, guidate da un’idea di progresso vuota e primitiva.

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