Il cambiamento è la vita - Antropia

Il cambiamento è la vita

Come viene affrontata la mutevolezza della vita

Nel 1998 viene pubblicato, dalla U.S. War College – Pennsylvania, un testo dal titolo “Training and educating army officers for the 21st century: implications for the United States Military Academy”. Pur essendo un documento con un fine specifico (lo trovate disponibile in rete), il testo colpisce, specialmente nella parte introduttiva, per l’ampia portata degli spunti che offre nel descrivere il cambiamento in atto nella società (anche se ormai si parla di più di venti anni fa) e le sue implicazioni sulle nostre vite

Vi riporto, qui sotto, uno stralcio (la traduzione è la mia):

Il mondo sta affrontando un cambiamento radicale, che non ha precedenti negli ultimi 400 anni.

L’ultima volta che un cambiamento così drastico e netto ha avuto luogo è stato durante il passaggio dall’era medievale all’età industriale.

L’attuale passaggio dall’età industriale all’era dell’informazione potrebbe risultare altrettanto netto, se non di più. Previsioni accurate su questa nuova Era sono, nella migliore delle ipotesi, difficili ed incerte. Ciò implica che abbiamo bisogno di un esercito flessibile ed adattabile. I leader avranno la necessità di confrontarsi con questioni complesse ed adattarsi a ruoli non tradizionali […]

La rivoluzione industriale è stata caratterizzata da organizzazioni di tipo meccanicistico, burocratiche. L’era dell’informazione sta dando vita ad organizzazioni “organiche”, basate più sulla conoscenza e meno su una struttura organizzativa di tipo gerarchico. I giovani ufficiali, addestrati ed istruiti oggi, devono essere preparati meglio a delineare organizzazioni organicamente fluide […]

I giovani leader si troveranno di fronte ad organizzazioni militari con meno livelli di autorità e più collegamenti ad altre organizzazioni militari ed in cui l’esperienza diventa fondamentale per legittimare l’autorità […]

In situazioni che sono caratterizzate da volatilità, incertezza, complessità ed ambiguità (VUCA), diventa necessario strutturare organizzazioni in modo tale che possano affrontare con successo le sfide che si presenteranno.”

Continuo a riflettere da anni su queste poche righe, poi mi guardo intorno e mi sorge spontanea una domanda: non è che alla US Army Academy sono stati un po’ troppo impulsivi e drastici nelle loro previsioni?

Tramonto della “gerarchia”? Dove!? L’esperienza come fattore di legittimazione dell’autorità?

Forse dovrei arruolarmi nella US Army.

La realtà è che quando si parla di cambiamento non si può fare a meno di parlare a sua volta della resistenza che suscita in alcuni di noi, e quindi di bias cognitivi.

Cos’è un bias cognitivo? Il cervello umano è uno strumento potente, ma con delle limitazioni dovute soprattutto alla sua naturale inclinazione alla semplificazione delle informazioni da elaborare, da cui, in ogni istante, viene letteralmente travolto. Si tratta di una strategia evolutiva messa in atto dal nostro cervello, e che consiste nell’operare, di preferenza, scelte in cui si minimizzano i costi e si massimizzano i benefici.

Per questo, qualcuno dice che il nostro cervello è ecologico…

Ma torniamo al bias cognitivo. Anche se frutto di una strategia evolutiva vincente, il bias è sostanzialmente un errore sistematico nel processo di elaborazione del pensiero, di interpretazione delle informazioni. Un bias è una scorciatoia mentale che ci aiuta a dare velocemente un senso alla nostra esperienza influenzando così i nostri giudizi e le decisioni che prendiamo. Ne esistono centinaia.

Secondo un modello, i bias vengono organizzati in quattro macro classi in base a ciò che ci aiutano a filtrare/risparmiare:

– INFORMAZIONI : Visto che intorno a noi viaggiano troppe informazioni e che la nostra attenzione è limitata, filtriamo (tagliamo), con vari stratagemmi, una parte delle informazioni.

– SIGNIFICATO: Ciò che ha poco significato ci confonde, inoltre la nostra capacità di collegare gli eventi per trovarne un senso compiuto è limitata, ne consegue che siamo portati a supplire a questa nostra incapacità inventando delle storie (a cui crediamo).

– TEMPO: Non avendo mai a disposizione sufficienti risorse, attenzione e tempo per elaborare gli eventi come meriterebbero, siamo portati a saltare alle conclusioni velocemente con quei pochi dati che abbiamo preso in considerazione.

– MEMORIA: La capacità del nostro cervello di immagazzinare e rendere sempre fruibili tutte le informazioni da cui siamo inondati nel corso di una vita è limitata; per cui usiamo la memoria in maniera selettiva e strategica, dando un accesso prioritario ad alcune informazioni, mentre altre vengono spinte nei meandri più reconditi della mente.

Vediamo in concreto un esempio. Uno dei bias che preferiamo di più è quello di generalizzazione (memoria) tramite il quale, per limitare il numero di informazioni da gestire, tendiamo ad estendere (uniformare) a tante situazioni/elementi le osservazioni effettuate su pochi eventi.

Fatta questa premessa, torniamo alla questione della resistenza al cambiamento, e poniamoci un’altra domanda: perché certe persone anelano continuamente il cambiamento, mentre altre sono istintivamente resistenti a tutto ciò che altera in modo significativo il loro status quo?

La chiave sembra appunto essere nei bias, ovvero nel modo in cui ogni singolo individuo assorbe, interpreta e ricorda le informazioni.

Ad esempio, l’elaborazione schematica dell’informazione, che fa largo uso dello stereotipo (ovvero meno attenzione ai dettagli e maggiore ricorso a ipotesi e generalizzazioni) sembra avere un influsso notevolmente sul nostro atteggiamento verso il cambiamento.

Oppure, potremmo spiegare la resistenza al cambiamento semplicemente appellandoci al bias dello status quo (tempo), ovvero alla nostra naturale inclinazione affinché le cose rimangano come sono.

Quello che è certo è che il cambiamento ci mette di fronte ad “informazioni” nuove ed ogni individuo sviluppa il proprio personale atteggiamento verso queste “novità” sulla base delle informazioni che i suoi bias rendono disponibili. Paradossalmente, per qualcuno un dato cambiamento potrebbe essere del tutto “invisibile”.

La questione è estremamente complessa.

Ciò che sembra essere chiaro è, invece, il modo in cui tale resistenza si manifesta nella realtà.

La “curva del cambiamento”, frutto dal lavoro della dottoressa Kubler-Ross, è uno dei modelli più conosciuti con cui si descrive il viaggio emotivo che gli individui sperimentano, a vari livelli, quando affrontano un cambiamento inatteso.

Per chi non lo sapesse, la Kubler-Ross è stata una pioniera negli studi sull’assistenza ai malati terminali e infatti può sorprendere il fatto che questo modello, ampiamente usato in ambito organizzativo, non è stato elaborato dalla dottoressa osservando le reazioni di individui coinvolti in cambiamenti organizzativi o simili, ma assistendo persone a cui era stata data una diagnosi di malattia terminale.

Nel suo libro del 1969, “La morte e il morire”, la Kubler-Ross descrive cinque fasi che rappresentano la gamma dei sentimenti che le persone sperimentano nell’affrontare la morte, o per analogia, un cambiamento significativo nella propria vita.

Quali sono?

La prima è la negazione. A seguito dello shock emotivo conseguente una notizia drammatica e inaspettata, le persone tendono a negare la realtà: “Non può essere vero!!!” oppure “Non ci credo!!”.

Perché negare la realtà? Essenzialmente per proteggerci (almeno in apparenza) dal pensiero di dover affrontare una realtà ignota e sconvolgente.

Neghiamo quindi in ogni modo possibile: “Vedrai che non è vero!” (rifiuto della realtà così com’è), oppure “Si, ok, ma sono sicuro che tutto passerà velocemente e le cose ritorneranno come prima” (rifiuto della persistenza del cambiamento).

Se momentanea, questa fase aiuta le persone a prendersi del tempo per iniziare a “digerire” la novità, ed elaborare al proprio interno nuovi modelli.

E’ una fase delicata attraverso cui le persone vanno accompagnate nell’elaborazione di nuovi significati.

La seconda fase si manifesta con la comparsa della rabbia: “Non è giusto!” oppure “Non mi interessa, questo non l’accetto!”.

Superato lo shock iniziale, presa ormai coscienza della nuova situazione, le persone scaricano la loro frustrazione attraverso la rabbia in una specie di regressione alla primissima infanzia. Già, perché abbiamo imparato da bambini a esprimere la nostra volontà proprio attraverso la rabbia, ma se in quei primi anni questa espressione era essenziale perché contribuiva alla costruzione della nostra identità, da adulti ci mette nella condizione limitante di non poter accedere alle risorse necessarie per affrontare la situazione. Infatti, spesso l’espressione della rabbia è accompagnata da un atteggiamento di resistenza attiva: “Questo non lo farò mai!” oppure “Piuttosto che…sono disposto a…!”.

Durante questa fase, le persone hanno bisogno di essere ascoltate, con pazienza.

Una volta presa coscienza che le energie sono state tutte spese (resistenza), ma che nulla è cambiato (e probabilmente non cambierà), si giunge alla terza fase, quella della negoziazione: “In fondo, sai quanto ci vorrà ancora prima che…” oppure “Farò come dite, ma lasciatemi ancora due mesi per…”

La negoziazione, in verità, serve alle persone per un unico scopo: posporre il momento in cui dovranno affrontare la novità (perché ormai sanno che è inevitabile) per avere l’illusione di poter riprendere il controllo sugli eventi (e la propria vita). E’ un tentativo per dilazionare/ridurre la “spesa” (emotiva, di impegno,risorse ecc) che saranno costretti ad affrontare per adattarsi al nuovo.

Siamo nella fase delle piccole azioni di “sabotaggio”: si cerca di procrastinare, di screditare, di gettare cattiva luce con sul cambiamento in atto, su chi ne è responsabile.

Le persone in questa fase incominciano ad aver bisogno di un supporto emotivo.

Ormai anche le ultime azioni soft di resistenza non hanno dato frutto. La percezione che il processo verso il nuovo prosegua inarrestabile è sempre più evidente; non rimane altro che gettare la spugna. La sensazione di sconfitta prende il sopravvento. Entriamo nella fase della depressione: “Non me ne frega più niente!” oppure “Facciano quello che vogliono, tanto non mi resta altro che….”.

Si è raggiunto il culmine della discesa. Le persone in questa fase si sentono spente, demotivate. Ormai non c’è più nulla da fare se non mettere in atto una sorta di resistenza passiva: faccio solo quello che mi si dice di fare e niente più.

Siamo in una fase cruciale. Come diceva lo psicologo Viktor Frankl: “ Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo di fronte alla sfida di cambiare noi stessi”.

Preso atto che tutto è perduto, non rimane altro che andare verso l’autodistruzione o rimboccarsi le maniche e lavorare per adattarsi al nuovo.

Questo è un momento in cui le persone hanno bisogno di essere guidate nell’esplorazione della nuova realtà, fino a giungere all’ultima fase: quella dell’accettazione.

Nel caso dei pazienti della dottoressa Kubler-Ross, accettazione voleva dire la fine del dolore, in uno stato quasi privo di sentimenti. Per chi affronta un qualsiasi altro cambiamento, vuol dire prendere le misure al nuovo che avanza: “Sai ieri ho provato…non è quello che ci vogliono far credere, però…”.

L’energia ritorna, le nubi si diradano e all’orizzonte le persone incominciano a scorgere possibilità, rimettendosi in cammino.

Il saggista americano Alvin Toffler diceva che “il cambiamento non è soltanto necessario per la vita, è la vita stessa.”

Affrontare “le sfide che ci si presentano”, oggi più che mai, richiede flessibilità e una grossa capacità di adattamento. I meccanismi biologici di resistenza al cambiamento mirano all’autoconservazione, ma, citando ancora Toffler, “L’uomo ha una limitata capacità biologica per affrontare il cambiamento” dunque “quando l’individuo viene immerso in una situazione che muta rapidamente e irregolarmente, o in un contesto saturo di novità, la sua capacità di prevedere con accuratezza crolla” con la conseguenza che ”come il corpo cede sotto la tensione dell’eccesso di stimolo ambientale, la mente e i suoi processi decisionali si comportano capricciosamente quando sono sovraccarichi” e l’uomo precipita in un pericoloso stato di anti-adattamento.

Se il prezzo da pagare per questa innata limitazione è quello di attraversare le 5 fasi elaborate dalla Kubler-Ross, poco male, l’importante è non rimanere intrappolati in una di queste e trasformare così la propria vita in un inferno.

Si parla continuamente, ormai da anni, di crisi e di ritorno alla normalità. In questi termini, è evidente che crisi è diventato un lemma generico con cui l’uomo, oggi, intende dare voce al rifiuto ad accettare l’inevitabile cambiamento in essere, ma la lunga attesa (quella della fine della crisi appunto) sta irrimediabilmente mandato in frantumi anche l’ultimo tentativo di resistenza.

Come nelle previsioni di Toffler, una società orientata verso il futuro non è un blocco compatto ed omogeneo, ma è composta da tante individualità che reagiscono in modo diverso all’avanzata del nuovo: chi in modo positivo, chi annaspando, con fatica, chi addirittura negandolo si abbandona al flusso della corrente venendone così spazzato via.

La scelta è nelle nostre mani, bias permettendo, ma forse, prima di decidere, merita rispolverare quella legge enunciata ormai più di un secolo fa da Darwin: “Non è la specie più forte che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più recettiva ai cambiamenti”.

Facciamone tesoro.

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