Phronesis

Scegliere cosa è meglio fare.

Conoscere, secondo la Treccani, significa, in un’accezione ampia del termine, apprendere e ritenere nella mente una nozione . Non c’è dubbio sul fatto che la nostra società ha perso in precisione, almeno per quanto riguarda il linguaggio. Sul concetto legato al conoscere infatti gli antichi greci erano nettamente più precisi. Nella lingua greca classica esistono diverse parole per indicare la conoscenza, intesa come acquisizione di un sapere, e tutte indicano un tipo di conoscenza differente: phronesis, techné ed episteme

Prendiamo in considerazione il termine episteme. Con riferimento ad un dato soggetto, l’episteme rappresenta una conoscenza universale, certa, indipendente dal contesto, un sapere invariabile, incontrovertibile; semplificando al massimo potremmo dire che l’episteme indica il perché di una data cosa. Un esempio di episteme è il concetto di gravità.

Nella vita però le nozioni teoriche non sempre bastano. La vita richiede continuamente l’agire e l’azione necessita di un’altra forma di conoscenza, una conoscenza pragmatica, la techné o, per dirla in parole semplici, il come. Sapere che la gravità è una forza che agisce sui corpi attraendoli verticalmente verso il suolo è utile, ma se dopo aver dipinto un quadro voglio incorniciarlo per appenderlo alla parete della sala da pranzo, sperando che rimanga li in barba alla gravità, ho bisogno della techné ovvero di sapere come costruire quella cornice affinché, con l’aiuto di un chiodo conficcato nella parete, possa bilanciare l’azione appunto della gravità (almeno fino a quando un’altra forza non sopraggiunga a perturbare quell’equilibrio)

Il quadro ancora non è completo. Quando siamo di fronte ad una scelta, ad esempio se in una data situazione siamo chiamati a scegliere cosa sia giusto fare, né la sola episteme né la sola techné ci possono aiutare: per questo gli antichi facevano appello alla phronesis.

Con il termine phronesis si fa riferimento ad una conoscenza che viene acquisita dall’esperienza pratica, che ci serve per prendere decisioni oculate e intraprendere azioni appropriate a ciascuna situazione. La phronesis è lo strumento che utilizziamo per scegliere cosa riteniamo sia bene fare in un determinato contesto.

Il problema è che, a differenza della technè e dell’episteme, la phronesis non è insegnabile: si acquisisce con l’esperienza. Per questo possiamo dire che la phronesis è un tipo di conoscenza tacita.

E’ il 27 Dicembre 2021, sono le 18.00, la giornata è stata piacevole, sono appena tornato dalla libreria con un nuovo acquisto, un libro interessante che mi appresto a divorare. Il telefono squilla; penso: chi è che scoccia ora? E’ mio fratello; rispondo. Poche parole: “Ho una brutta notizia da darti” mi dice con la voce rotta da un’emozione forte – attendo in silenzio quasi sospeso nel vuoto – “Mauro è morto”.

Il mondo si ferma per un istante, la mente è vuota, il corpo rigido. Mauro era mio nipote (il figlio di mio fratello) e aveva 21 anni. Una morte improvvisa, inaspettata.

La telefonata è durata poco: poche parole, tanti silenzi. La persona che ero un attimo prima, logica, rilassata, padrona del proprio corpo e delle emozioni, evapora istantaneamente: adesso percepisco solo una sensazione di pericolo. E’ in pericolo l’intero mio essere; il corpo e la mente mi inviano un segnale di imminente, potenziale crollo psico-fisico.

Tento di riprendere il controllo, l’istinto di sopravvivenza mi aiuta e la mente va a pescare da un anfratto della mia memoria una frase di Viktor Frankl in un tentativo disperato di contenere l’emotivo che inizia a prendere il sopravvento: “Se non è in tuo potere cambiare una situazione che ti crea dolore, potrai sempre escogitare l’attitudine con la quale affrontare questa sofferenza.

Dopo tanta teoria, capisco che sono stato violentemente catapultato nel mondo della pratica estrema: navigare in un mare in piena tempesta.

Sono le situazioni estreme che portano alla luce chi siamo veramente e la morte, per l’essere umano, è sicuramente la più estrema di tutte.

Intanto per me il tempo si è fermato. Una domanda urgente risuona nella mia mente vuota: adesso cos’è meglio fare?

Siamo esseri complessi, con un cervello tripartito (secondo la teoria del neuroscenziato americano Paul McLean) e forse addirittura con più di un cervello (il cuore e l’intestino, secondo studi più recenti). Considerare cosa sia meglio fare in termini puramente logici, o epistemici, passatemi il termine, in situazioni del genere è pura fantasia.

Le neuroscienze, in questo, sono estremamente chiare: ogni segnale che il mondo ci invia viene processato in prima battuta dal talamo, una piccola struttura all’interno del cervello situato appena sopra il tronco encefalico fra la corteccia cerebrale ed il mesencefalo, che lo smista contemporaneamente verso l’amigdala e la corteccia (la via bassa e alta secondo la definizione di Joseph LeDoux).

L’amigdala è una piccola area cerebrale di forma ovale localizzata nella parte interna del lobo temporale che fa parte del sistema Limbico; è descritta, in estrema sintesi, come il centro emozionale del cervello.

Il neurobiologo Joseph LeDoux, che nella sua attività di ricerca si è focalizzato sui meccanismi cerebrali che concernono la memoria, la coscienza e le emozioni, ha scoperto che l’amigdala ha il ruolo di sistema di allarme del cervello in grado di interdire, nell’arco di una frazione di secondo, l’attività del lobo prefrontale (sede della razionalità) in modo da rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi, con la massima rapidità.

La rapidità di intervento dell’amigdala deriva dal fatto che il segnale che dal talamo percorre la via bassa (talamo-amigdala), rispetto alla cosiddetta via alta, è più breve e il sistema di trasmissione è enormemente più veloce.

Ovviamente siamo di fronte ad una strategia del cervello che in termini evolutivi è risultata funzionale da un punto di vista della sopravvivenza; di contro bisogna considerare che le risposte che innesca, non potendo contare sull’elaborazione corticale, risultano meramente emotive, basandosi su una rappresentazione grossolana ed imprecisa dello stimolo, proprio perché il fine è quello di mettere il cervello nella condizione di cominciare a rispondere al possibile pericolo (l’amigdala è la struttura che attiva il meccanismo noto come “fight or flight response”)

Come detto, in termini evoluzionistici l’amigdala ci ha dato una grossa mano; all’inizio della storia dell’umanità il pericolo poteva presentarsi in maniera concreta. Come ha sottolineato bene lo stesso neurobiologo era molto “meglio trattare un bastone come un serpente, che accorgersi troppo tardi che il bastone in realtà è un serpente”. Oggi però ci troviamo più spesso davanti a pericoli di tipo probabilistico: per l’amigdala tuttavia, dopo millenni di pratica di successo, la differenza non sussiste. A meno che la corteccia non riesca a mediare il segnale. Sfortunatamente però, LeDoux ha ulteriormente evidenziato come la via alta (quella che passa dalla corteccia) non funzioni in maniera ottimale, in quanto le connessioni neurali dalla corteccia all’amigdala risultano meno sviluppate di quelle dall’amigdala alla corteccia. Ne deriva che l’influenza che l’amigdala può avere sulla corteccia è molto maggiore di quella che la corteccia può avere sull’amigdala; questo sembrerebbe il motivo per cui abbiamo serie difficoltà a sorvegliare razionalmente le nostre emozioni. In ultima analisi, per il nostro cervello l’interpretazione emotiva di uno stimolo precede sempre quella cognitiva-razionale, per cui di fronte a una minaccia (reale o probabilistica) il primo a reagire è sempre il nostro corpo, non la mente.
Quella sera, intriso di queste nozioni, ho deciso di osservare quello che accadeva in me, conscio del fatto che se volevo essere in grado di arrivare al “cosa era meglio fare” avevo bisogno, prima di tutto, di vigilare sulla reazione emotiva che il cervello si apprestava a scatenare. Se non avessi avuto successo in questo tentativo le parole di Frankl, escogitare l’attitudine più adatta ad affrontare la sofferenza, sarebbero rimaste pura teoria.

La phronesis, intesa come saggezza pratica, è un concetto che risale al filosofo Aristotele che nel Etica Nicomachea la definì come: “una disposizione vera, accompagnata da ragionamento, che dirige l’agire e concerne le cose che per l’uomo sono buone e cattive”.

Lo so, quando si entra nel mondo del bene e del male (buono o cattivo) si entra nel regno dell’etica e li gli spazi sono ampi, per certi versi indefiniti, come diceva Blaise Pascal: “la moda come determina il piacevole, così determina anche il giusto”.

Vorrei evitare di sconfinare nello speculativo, per questo mi affido a quello che dice un autore giapponese, Ikujiro Nanaka, e cioè che l’essere umano nel mettere in pratica la phronesis si sforza di comprendere tutte le contraddizioni insite nella natura umana stessa e di sintetizzarle man mano che gli eventi si presentano. Piuttosto che cercare un equilibrio ottimale tra le polarità, si impegna nel confronto dialettico, che gli consente di risolvere tali contraddizioni e i paradossi che ne derivano permettendogli così di accedere ad un livello di comprensione superiore.

La contraddizione più grossa che ci portiamo dentro di noi è quella tra ragione ed emozione e come appena detto la questione non sta nel cercare un equilibrio ottimale tra le due parti, bensì un continuo confronto dialettico, tenendo ben presente che le due parti in questione costituiscono quel tutto che siamo ognuno di noi.

Quella sera, la risposta alla domanda “ora cos’è meglio fare” è giunta spontanea proprio nel momento in cui sono riuscito a ricostruire l’unità dentro me stesso, un unità che si fonda su di un equilibrio instabile, mutevole, ma questa, che ci piaccia o no, è la vera natura del nostro essere; anche questa è phronesis.

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