Gatti: perché sono un pericolo

E’ giusto tenere il gatto in casa senza mai farlo uscire? Il gatto ha bisogno di cacciare? E’ vero che il gatto ha contribuito all’estinzione di diverse specie animali? Oggi cercheremo di rispondere a questi interrogativi.

Premessa: come quasi tutti, adoro i gatti! Ciò non toglie che sono consapevole dei danni che possono provocare -no, non sto parlando solo dell’albero di Natale- all’ecosistema.
Come posso anche solo pensare che una bestiola così carina possa essere un problema? Non sono la sola e spiego subito il perché: il gatto è un cacciatore! Un adorabile, puffettoso, coccoloso, piccolo cacciatore, ma pur sempre un cacciatore. Lo so, non è una novità per nessuno, ma in pochi si sono soffermati a ragionare su ciò che comporta questa caratteristica. La maggior parte di noi si limita a osservare compiaciuto e un po’ schifato la nuova preda che il nostro amico a quattro zampe ha recapitato sullo zerbino (se va bene, se va male è il copriletto). Consideriamo questo suo gesto come una naturale espressione della sua “gattosità” e in effetti è proprio questo: il gatto non può fare a meno di cacciare. Spesso, infatti, riempiamo la casa di giochi e palline per intrattenere il peloso, quando però il gatto ha libero accesso al mondo esterno ci preoccupiamo meno di intrattenerlo, sicuri che troverà di che spassarsela fuori. 

Andiamo con ordine, il gatto (Felis catus) è un mammifero carnivoro appartenente alla famiglia dei felidi, è un predatore dalle abitudini crepuscolari -per questo preferisce distruggere la casa di notte- con un lungo sodalizio con l’uomo alle spalle, infatti i primi esemplari rinvenuti in relazione all’uomo risalgono circa al 7000 a.C. 
Il gatto era già un animale domestico nell’antico Egitto, dove era associato a Bastet, dea della casa e della fertilità. In Europa, nel Medioevo, il gatto venne ampiamente diffamato e considerato simbolo del demonio, o delle streghe, soprattutto se nero. I gatti potevano venire arsi sullo stesso rogo di una presunta strega. Il suo ruolo nel contenimento dei roditori venne poi rivalutato durante il Rinascimento, pian piano la sua fama crebbe, soprattutto durante il Romanticismo, fino ad arrivare ai giorni nostri.
Nonostante la sua lunga storia di domesticazione, il gatto viene spesso ancora considerato come un animale “non del tutto domestico” oppure “indipendente”, cadendo in un errore comune, infatti la sopravvivenza del gatto domestico, così come lo conosciamo, dipende in larga parte dall’uomo. Oggigiorno esistono principalmente 4 “stili di vita” da gatto: il gatto da appartamento che non esce mai di casa; il gatto di casa, con accesso all’esterno; il gatto da cortile o da colonia gestita, che vive principalmente all’aperto; il gatto semi-selvatico, che ha rare interazioni con l’uomo.

Questo animale, come tutti, presenta alcune necessità specifiche, la caccia rientra tra queste. Allo stato semi-selvatico la caccia è indispensabile all’animale per procurarsi il cibo, quindi un gatto ben nutrito non dovrebbe aver bisogno di cacciare, giusto? Sbagliato! Tra i comportamenti specifici del gatto rientra anche la caccia, in altre parole l’istinto venatorio esiste a prescindere dalla necessità di procurarsi il cibo. Il gatto cerca prede anche se non ne ha bisogno, per questo chi lo tiene in casa deve dargli la possibilità sfogare le sue energie. Se questo non viene fatto a farne le spese sono spesso i mobili e le ore di sonno del padrone. 
Quindi cosa succede a un gatto a cui viene dato il libero accesso all’esterno? Solitamente in casa si dimostra più tranquillo, perché il suo istinto viene soddisfatto all’aperto e a farne le spese è qualche animaletto di piccola taglia, la preda però spesso non viene consumata e può essere portata a casa oppure lasciata morta o agonizzante dove è stata catturata.

L’impatto di questo comportamento da parte dei gatti sulle specie selvatiche è particolarmente pesante soprattutto quando la specie viene introdotta in un ambiente nuovo (come ad esempio un’isola di piccole dimensioni). Il gatto, se non tenuto in casa e sterilizzato, si riproduce velocemente, forma delle colonie e cacciando può produrre danni ecologici importanti arrivando a contribuire l’estinzione di specie autoctone. L’effetto riscontrato dai ricercatori sulle popolazioni delle isole (come ad esempio l’Australia o la Nuova Zelanda) li ha spinti a chiedersi se anche nei continenti dove il gatto è sempre esistito il suo stile di vita possa influire sulla biodiversità locale, si sono perciò approntati alcuni studi per valutare se il gatto che va a caccia possa essere dannoso per l’ecosistema. Il risultato è stato sorprendente, l’impatto di questo animale con il mondo selvatico è molto più imponente di quanto ci si poteva aspettare.

Il gatto caccia principalmente uccelli, piccoli mammiferi, anfibi e rettili. Sono stati valutati quanti e quali animali vengono uccisi dai gatti domestici che trascorrono del tempo all’aperto. Ovviamente il numero di prede uccise aumenta molto quando si considerano i gatti delle colonie e quelli semi-selvatici, i quali cacciano molto di più dei gatti domestici che passano poche ore al giorno fuori casa. Un ampio studio ha rilevato che i gatti uccidono solo negli Stati Uniti tra 1,4 e 3,7 miliardi di uccelli e tra 6,9 e 20,7 miliardi di mammiferi, senza contare rettili e anfibi. Senza dilungarci troppo sui numeri, basti sapere che il gatto caccia indiscriminatamente specie comuni e rare e la sua sola presenza riduce la possibilità di nidificazione di diverse specie di uccelli, andando a contribuire, insieme ad altri fattori, all’estinzione di numerosi animali selvatici. Volete un esempio? Pensate ai Pettirossi (Erithacus rubecula), simpatiche palle di piumette che fanno la loro comparsa in inverno, nei nostri giardini. Il Pettirosso nidifica ai piedi delle siepi, un luogo estremamente facile da raggiungere per il nostro micio, che anche se non riuscisse a papparsi l’uccellino potrebbe distruggere il nido o spaventarlo tanto da indurlo a non tornare, e tanti saluti alla stagione riproduttiva.

Ovviamente il gatto non è l’unico fattore che minaccia la biodiversità, ma è un problema che può essere affrontato con relativa facilità.
Il primo passo sono le campagne di sterilizzazione e contenimento delle colonie e degli animali semi-selvatici. Questi gatti oltre all’impatto sulle specie selvatiche, non essendo controllati, sono vettori di malattie e parassiti nei confronti dei domestici. La presenza di gatti da cortile dovrebbe essere il più possibile limitata e anche questi andrebbero sterilizzati, la soluzione migliore resta comunque tenere il gatto in casa. So che a qualcuno questa soluzione sembra crudele, ma non è così; data la sua lunga amicizia con l’uomo il gatto è perfettamente in grado di adattarsi alla vita da appartamento, senza mai uscire di casa. Se vi preoccupa la loro pulsione predatoria non dovete far altro che trovare un paio di giochi a lui graditi e tenerlo in allenamento con quelli, non risentirà della mancanza del mondo esterno, resterà più sano, riducendo il rischio di contrarre malattie e non rischierà di essere investito da un’auto restando il vostro migliore amico il più a lungo possibile.

Per approfondire:

Lorenz, K., Vergleichende Verhaltensforschung. Grunglagen der Ethologie, Munchen, 2010. Edizione italiana: Lorenz, K., L’etologia. Fondamenti e Metodi, Torino, Bollati Boringhieri editore, 2011, traduzione di Felicita Scapini.
http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2016/11/29/news/gatti_sterminio_biodiversita_-3331860/?refresh_ce&fbclid=IwAR2aQrWEKoNvpA7J2lZPgsHCr2k92LQUoNLZNfpNkqyEkux-uY7eut7B2Hs
https://www.nature.com/articles/ncomms2380/?mod=article_inline&fbclid=IwAR2R20aFp-Q911r-iI0WL12NpkWuaEE4EwwYVxo7ZsIPfyY2kvapfBe6Gx8
http://www.lescienze.it/news/2013/01/31/news/gatti_randagi_stati_uniti_causa_morte_uccelli_mammiferi-1484947/


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