Wanderlust: quando il viaggio diventa una via di fuga

Alla scoperta di questo termine e delle sue svariate possibilità di utilizzo: dalla comune denominazione all’omonima sindrome

Quante volte abbiamo sentito parlare del termine “wanderlust”? Esso è ormai un termine molto comune, associato generalmente alla voglia di viaggiare alla scoperta di nuove culture: d’altronde quante volte durante la giornata ognuno di noi viene assalito dall’impellente desiderio di scappare dalla stressante quotidianità cittadina?

Etimologicamente parlando, questa parola si origina dall’unione delle due parole tedesche wandern (vagare) e Lust (desiderio), comparendo per la prima volta nella poesia Die Drei Quellen di Friedriech Rückert nel 1819. Inoltre, venne ufficialmente introdotto come prestito inglese nel 1902, come predilezione tipicamente tedesca di “esplorare/girovagare” (ossia l’attuale definizione associata al termine) ma anche al wanderbird, abitudine adolescenziale tedesca che consisteva nell’andare alla ricerca di un’unione con la natura. Andando più nel dettaglio, vediamo che la Wanderlust indica il desiderio di andare altrove, di andare oltre il proprio mondo, di cercare qualcos’altro: un desiderio di esotismo, scoperta e viaggio. Può anche riflettere un’intensa voglia di autosviluppo personale attraverso la scoperta dell’ignoto, affrontando sfide impreviste e conoscendo culture e stili di vita sconosciuti, e può essere guidato anche dal desiderio di fuggire e lasciarsi dietro sentimenti depressivi di colpa.

Ci sono anche delle rappresentazioni artistiche e letterarie di questo termine: come non citare il famosissimo “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich, dipinto del neoclassicismo tedesco che esprime al meglio questa sensazione di voler in qualche modo uscire dalla nostra bolla per scoprire ciò che ancora ci è sconosciuto? I colori tenui dello sfondo, ma soprattutto la rappresentazione di schiena del viandante, ci vogliono far concentrare non tanto sulle caratteristiche fisiche di quest’ultimo, ma piuttosto farci entrare nel suo inconscio come se fossimo noi stessi i viandanti che, da una roccia, ci interroghiamo su ciò che potrebbe stare “oltre” la nostra sfera visibile e conoscibile. Anche in Goethe possiamo trovare tracce di Wanderlust, così come nell’opera Fantasia Wanderer del compositore Franz Schubert.

Caspar David Friedrich, “Viandante sul mare di nebbia” (1818)

Ma il termine wanderlust, con il tempo, è diventata una malattia, anche conosciuta come sindrome del viaggiatore e più comune di quanto si pensi. Trattasi di un impulso ed ossessione che affligge uomini e donne tra i 20 e i 40 anni e che, secondo svariati studi di psicologi e terapeuti, può avere gravi ripercussioni sulla salute se la possibilità di viaggiare manca. Ma come riconoscere se si è affetti da questa sindrome? Ebbene, con il tempo sono stati individuati diversi sintomi che devono essere presi come campanelli d’allarme se corrispondenti al proprio stato d’animo: innanzitutto, chi è affetto da questa sindrome tende a spendere moltissimo tempo leggendo recensioni e guide di viaggio sui maggiori portali dedicati a ciò. La ricerca lo coinvolge a tal punto che il soggetto rende la partenza piuttosto che la meta il suo punto focale: la meta diventa infatti un pretesto per auto convincersi che un viaggio è più che meritato.

È inoltre opportuno precisare che questa sensazione è solita nascere negli anni dell’adolescenza: infatti, i ragazzi e le ragazze tendono a ribellarsi alle regole e alle restrizioni che gli adulti gli impongono. A ciò si aggiunge l’avvento dei social network, che di certo non ha migliorato la situazione ma ha anzi prodotto l’effetto contrario, in quanto essi sono diventati il principale mezzo attraverso cui reperire tutte le informazioni necessarie utilizzando un qualsivoglia sito legato ai viaggi. Attenzione però a non confondere i comuni viaggiatori con i wanderluster, perché a tutti in estate o in inverno è concesso fare delle meritate vacanze.

Chiunque può identificarsi in un wanderluster? No, dal momento che i soggetti affetti da questo “disturbo” hanno anche delle caratteristiche caratteriali ben definite che li accomunano, a partire dalla socialità: uno dei primi tratti della personalità che predispone alla sindrome di Wanderlust è il fatto di essere molto estroversi e fare nuove amicizie con estrema facilità, qualunque sia la località dove essi si trovano. È anche da includere l’indipendenza: negli ultimi 10 anni si è assistito ad un’impennata dei viaggi in solitaria, soprattutto da parte di donne. Ciò avviene perché l’idea di partire senza alcuna compagnia al proprio fianco spinge ancora di più il viaggiatore (o la viaggiatrice) ad espandere il suo orizzonte di conoscenze e a compiere le sue scelte in totale autonomia, senza lasciarsi prendere dal panico in situazioni di difficile gestione. I wanderluster hanno anche una forte inclinazione ad essere coraggiosi perché sono predisposti all’avventura (non hanno quindi problemi a lanciarsi in qualsiasi tipo di situazione), e hanno abbastanza audacia e follia per scoprire luoghi talmente remoti dall’essere sconosciuti all’occhio di un “normale essere umano”.

Il motivo principale che spinge a partire verso nuove destinazioni è la volontà di calarsi nelle tradizioni e nella cultura locali, entrando a contatto con costumi e modi di vivere completamente differenti: i wanderluster non si fermano alle apparenze, ma vogliono conoscere fino in fondo lingue, abitudini, cibi, rituali e tutto ciò che può riguardare la popolazione del posto. Non si pongono barriere mentali di alcun tipo e sono disponibili ad apprendere per arricchire il proprio bagaglio culturale: ecco che egli deve essere dotato anche di grande apertura mentale ed empatia, che permette loro di entrare in contatto e comunicare con le persone, indipendentemente dalle diversità linguistiche e culturali (per natura sono abituati a mettersi nei panni degli altri, per capirne davvero il punto di vista e il modo di guardare il mondo).

È stato precedentemente affermato che il fenomeno è stato ripetutamente preso in oggetto come case study ed analizzato: infatti, recenti indagini sulle mutazioni di tipo genetico sostengono che la voglia di viaggiare e fare nuove esperienze sia fondamentalmente legata ad un particolare gene, il DRD4-7R, definito appunto gene del viaggiatore. Questo gene specifico sarebbe un recettore della dopamina D4 che ci rende più o meno curiosi e aperti agli stimoli esterni: non tutti però hanno questo desiderio di viaggiare così forte: appena il 20% della popolazione mondiale possiede infatti un livello alto di DRD4-7R, ovvero circa 1 persona su 5.

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