Una finta realtà

Biosphere 2, l’esperimento di Stanford e macabre case delle bambole

L’uomo vive contestualizzato, che sia nella sua casa, nella sua terra di appartenenza o, in generale nel mondo, ciò che contribuisce alla sua determinazione è l’ambiente in cui è costantemente immerso. Che si restringa o si allarghi il focus, si fatica ad uscire da una definizione non contestuale dell’attività umana. L’intorno sembra dunque rappresentare la porta d’accesso alla comprensione di specifici atteggiamenti, all’analisi approfondita di eventi o all’indagine della possibilità stessa della vita e della realtà così come siamo soliti conoscerla.
La creazione ad hoc di un ambiente chiuso, di un contesto artificiale, svela, in quest’ottica, la possibilità astrattiva dell’essere umano, la sua capacità di vedersi da fuori o, al contrario, di osservare e studiare dall’interno fenomeni specifici e comportamenti.

Piccole stanze

La parola diorama descrive la ricreazione in scala ridotta di un’ambientazione particolare al fine di mostrarla nella sua interezza ad occhi che la osservano dall’esterno. Una casa delle bambole è un diorama. Quelle che Frances Glasser Lee ha rappresentato nei suoi modellini non sono, però, case delle bambole ma scene del crimine. La donna in questione, nata nel 1878, è conosciuta come l’autrice di 19 diorami denominati Nutshell Studies of Unexplained Death, Piccoli studi sulla morte inspiegabile. Ogni plastico rappresenta l’ambientazione di un crimine; si tratta di un enigma costruito con il fine di istruire i giovani commissari di polizia alla risoluzione di casi apparentemente facili ma che possono nascondere insidie interpretative. Frances Glasser Lee, con l’aiuto di reperti di autopsie, testimonianze e rapporti della polizia ha meticolosamente costruito, con il supporto di un abile artigiano, i costosissimi diorami (50.000 dollari l’uno) ora conservati allo Smithsonian American Art Museum. In ognuno di essi c’è un cadavere, un arma del delitto e una storia invisibile che si cela meticolosamente nella scena rappresentata. Questi diorami vengono ad oggi utilizzati nella formazione di nuovi esperti investigativi, ogni caso illustrato ha una soluzione che solo i partecipanti al corso possono leggere. Le piccole e macabre case delle bambole (qui non più in vita) catapultano l’osservatore in una realtà parallela, sono ciò che rimane di un’azione compiuta che lascia i suoi segni sulla realtà, in modo ossimorico, frutto della fantasia, rappresentata.

Diorami realizzati da Frances Glasser Lee. In alto si può osservare una sala da pranzo abbandonata e in disordine (chi sarà la vittima?). In Basso un’abitazione in legno che ha preso fuoco (incendio doloso o colposo?)

Dall’interno

Biosphere 2, 204 mila metri cubi, una struttura gigante di vetro e acciaio in Arizona, Oracle. Questi gli estremi dell’esperimento ideato nel 1991 dalla Space Biosphere Venture. All’interno della costruzione si trovavano (e si trovano tuttora), sotto le immense cupole, padiglioni e serre, sei differenti ecosistemi; dall’oceano alla foreste di mangrovie. Lo scopo? Quello di dimostrare come la sinergia autoregolativa della natura fosse in grado di mantenere un equilibrio atto alla conservazione della vita stessa. L’esperimento aveva tutti gli attributi per essere la base teorica di partenza per la colonizzazione di altri pianeti (marte?) o satelliti (la luna?). Gli anni 90 erano appena iniziati: grandi le prospettive per un futuro in cui l’uomo sarebbe, in breve tempo, riuscito ad espandere la sua presenza nell’universo. Nel 1991, Biosphere 2, così chiamata per rendere degno omaggio alla biosfera terrestre (biosfera 1), ospitò la sua prima missione, 4 uomini e 4 donne furono chiusi al suo interno. L’esperimento si concluse due anni dopo e non venne certamente ricordato per la sua riuscita: furono introdotti, contro il regolamento iniziale che prevedeva l’isolamento completo dal mondo esterno, oggetti e persino l’ossigeno, a seguito di una crisi causata dai livelli troppo alti di anidride carbonica nell’aria. Una seconda missione, nel 1994, fu, in egual modo, disastrosa. Questa volta dissidi interni portarono al danneggiamento della struttura stessa. Il simulacro della natura, che doveva essere in grado di comportarsi ad immagine dell’ecosistema in cui viviamo, si rivelò una copia sommaria e difettosa e troppo ottimistica fu l’idea di creare una “colonia” che potesse abitarlo. Questo non importa; Biosphere 2, nonostante non sia riuscita a confermare le premesse di studio iniziale, oggi è un modello su grande scala in cui si possono osservare scientificamente svariati ambienti terrestri ed esplica anch’essa, così come i diorami di Frances Glasser Lee, come l’uomo abbia sempre subito la fascinazione esercitata dalla possibilità di ricreare, di studiare e di osservare (dall’interno o dall’esterno) un ambiente, l’occasione di essere l’architetto e il demiurgo in grado di controllare un prototipo della vita, della natura.

Biosphere 2, Padiglioni e cupole in Arizona

Senza via d’uscita

Dipartimento di psicologia di Stanford, Philp Zimbardo ideò quello che è noto come l’esperimento di Stanford: scelse 14 tra i numerosi giovani universitari che risposero ad un annuncio, li divise in due gruppi, guardie e prigionieri (scelti casualmente con lancio della moneta) e, nei sotterranei della scuola di psicologia, allestì la prigione al capo della quale, Zimbardo stesso, si apprestò ad occupare il ruolo di sovraintendente. L’esperimento si concluse dopo solo sei giorni, contro i quattordici previsti. Le violenze che i finti detenuti dovettero subire dalle finte guardie non permisero la prosecuzione della prova. L’ambiente che Zimbardo aveva creato, con lo scopo di studiare il comportamento di individui appartenenti ad una definita cerchia sociale, finì per mettere in luce la “natura”, esasperata dal ruolo assegnato, delle persone coinvolte; queste non erano più in grado di distinguere la realtà dalla finzione: l’università non era diversa da una vera e propria prigione.
Un’analisi approfondita dello studio di Stanford:
– Apre la riflessione su questioni legate alla costruzione dei comportamenti in base al contesto e al ruolo;
– Si interroga sulla metamorfosi della personalità e sulla determinatezza o plasticità degli atteggiamenti umani (quello che viene chiamato effetto lucifero, ovvero la tendenza ad assumere comportamenti maligni in un contesto che li istiga);
– Lascia spazio alla teorizzazione di dilemmi di tipo morale, quali l’attribuzione di responsabilità in situazioni limite in cui sono gli ordini a determinare le azioni dei subalterni;
– Spalanca le porte alle obiezioni che riguardano la crudeltà stessa dell’esperimento e la sua correttezza deontologica.
La prigione si Philip Zimbardo è stata creata con lo scopo di imitare un luogo di detenzione reale e, con esso, le sue dinamiche interne. L’ambiente dell’università di Stanford fu trasformato per una missione specifica; i detenuti, le guardie e il sovraintendente hanno messo in scena una finzione controllata che, oltre ad avere avuto come esito risultati scientifici-psicologici, ha mostrato la possibilità di una s-contestualizzazione e di una ricollocazione: l’uomo si dimostra in grado di uscire dalla propria pelle per indossare i panni di qualcun altro, così come gli ambienti stessi si rivelano disposti ad accettare una trasformazione, il cambiamento della propria natura e a prendere sembianze diverse da quelle originarie.

Realtà? Finzione?

La prigione di Stanford, le scene del crimine di Frances e Biosphere 2 sono esempi di ambienti surreali che l’uomo ha deciso di abitare (o di osservare dall’esterno); questi esistono, però, solo grazie al riferimento alla realtà che ne ha permesso la pensabilità. Finzione e realtà si incontrano laddove la finzione non può essere completamente finta e la realtà, a sua volta, completamente reale. La possibilità intrinseca della natura di trasformarsi, di adattarsi, la capacità di un ambiente di cambiare faccia e dell’uomo di catapultarsi in un contesto diverso da quello di appartenenza, lasciano riflettere sulle infinite possibilità di creazione di micro-mondi, specchio dell’intera realtà. E se questa idea ricorda vagamente la monade di Leibniz non c’è da stupirsi: così come ogni cosa (sostanza) che ci circonda è specchio vivente dell’universo intero che la contiene, l’uomo si dimostra in grado di replicare questa proprietà, di convogliare il mondo, suo indiscusso ispiratore, negli “artefatti”, nelle sue creazioni. Se fossero proprio queste ultime, così come per Leibniz lo era la monade, ad “esprimere tutto l’universo a loro modo“? In conclusione, tra gli “artefatti” umani, ve ne sono alcuni, quelli raccontanti sopra, che più di altri riescono ad esprimere la relazione contraddittoria, affascinante e inquietante che intrattengono con la realtà stessa.

Per approfondire:

Diorama Francis Glasser Lee, https://www.youtube.com/watch?v=9hdT8PgT19w

Biosphere 2, https://www.youtube.com/watch?v=a7B39MLVeIc

Esperiemento di Stanford, Zimbardo, P. (2007). L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?. Raffaello Cortina Editore.

Leibniz, G.W. Monadologia

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