Un robot può avere diritti?

Le macchine, fino ad oggi, sono state “oggetti” di diritti (proprietà, possesso) e non certo “soggetti”. Soltanto di recente hanno cominciato ad avere forme proprie di intelligenza artificiale che permette a loro di assumere una certa autonomia decisionale. Potranno mai acquisire diritti pari agli esseri umani?

I robot hanno esteso sempre più le proprie capacità di percezione, manipolazione e memoria diventando i protagonisti “intelligenti” di applicazioni che solo fino a poche anni fa erano impensabili. I primi ad essere definiti “intelligenti” sono stati dei semplici algoritmi con capacità di induzione logica, mentre oggi, quest’ultimi sono capaci di riconoscere testi, suoni ed immagini. L’intelligenza, quella vera, umana, sta invece nella capacità di trasformare la difficoltà in complessità, ossia quella capacità che ha reso possibile l’implementazione dell’intelligenza artificiale stessa.

Generalmente si fa riferimento al test di Turing, un criterio per determinare se una macchina è in grado di mostrare un comportamento abbastanza intelligente da non rendere più possibile distinguerla da un essere umano.

Il matematico Marcus du Sautoy, propone di affiancare al Turing una seconda prova: il test del “riconoscimento nello specchio”. «Questa prova ha lo scopo di capire se un bambino (o un robot) è in grado di riconoscere la sua immagine e ha quindi sviluppato il senso del sé. Nel momento in cui ci accorgeremo che queste tecnologie hanno raggiunto un certo livello di coscienza, dovremo fornire loro dei diritti».

Dovremmo davvero riconoscere dei diritti ad una macchina intelligente?

Quella dell’attribuzione dei diritti alle macchine è una tematica dibattuta nell’etica dell’intelligenza artificiale già da qualche decennio, che però è tornata prepotentemente in auge tre anni fa quando il regno dell’Arabia Saudita ha riconosciuto il diritto di cittadinanza ad un robot umanoide di nome Sofia. Questo tipo di iniziativa tuttavia, seppur segna un precedente unicum per ora nel panorama internazionale, ha poca giustificazione da un punto di vista etico-filosofico ed è probabilmente motivato quasi esclusivamente da ragioni di carattere pubblicitario e di “hype” che è fortemente legato a queste tecnologie.

Questo perché l’attribuzione a diritti richiede una serie di prerequisiti dal punto di visti etico e normativo, come la capacità di esperienza cosciente, cosa che le intelligenze artificiali di oggi sono ben lontane dall’aver acquisito: la capacità di essere dotati di responsabilità morale. E in particolar modo non tiene conto della logica dialettica che sussiste tra diritti e doveri; pertanto, attribuire diritti all’intelligenza artificiale, significherebbe anche attribuire ad essi determinati doveri e determinate responsabilità morali, il che potrebbe avere delle conseguenze estremamente pericolose.

Immaginate uno scenario in cui attribuiamo diritti e doveri ad una intelligenza artificiale quale una macchina a guida autonoma. In caso di mal funzionamento, questo creerebbe le condizioni affinché le compagnie che producono queste macchine a guida automatica possano dire: “la responsabilità del malfunzionamento non è nostra che abbiamo prodotto questo sistema, bensì è del sistema stesso, dotato di diritti e doveri in quanto intelligente autonomo“.

La questione, in questo caso, è molto attuale. Nel febbraio del 2016, la BBC News racconta: « una self-driving car di Google ha causato per la prima volta un incidente. Dopo aver individuato un ostacolo, la macchina si è spostata nella corsia centrale per evitare l’impatto. Tre secondi dopo si è scontrata con la fiancata di un bus». Stando al rapporto dell’incidente, l’intelligenza artificiale ai comandi della vettura aveva visto il bus, ma supponeva che quest’ultimo avrebbe rallentato per permettere alla macchina di spostarsi nella sua corsia.

Non è la prima volta che una delle famose auto a guida autonoma viene coinvolta in un incidente, anzi, un anno fa circa, un suv di Uber a guida autonoma ha colpito e ucciso un pedone mentre spingeva una bicicletta su una strada trafficata a circa 100 metri dall’attraversamento pedonale. Un dipendente Uber che era a bordo del suv, in qualità di operatore di sicurezza, ha rilascianto informazioni alla polizia dichiarando di non avere avuto il tempo di reagire per evitare l’incidente.

Quindi il rischio dell’attribuzione di diritti e doveri alle macchine intelligenti è legato alla possibilità di avere come conseguenza quello di degradare i diritti degli esseri umani. Si assisterebbe ad una lesione dei diritti e della giustizia qualora in caso di danni, la responsabilità cadesse sulle macchine. Per la prima volta nella storia si vedrebbe l’uomo uscire fuori dal cerchio di responsabilità, nota come condizione per cui l’uomo è “out of the loop”.

Ed è per questo che, a mio giudizio, e a giudizio di molti ricercatori, dovremmo concentrarci non tanto sull’attribuzione dei diritti alle intelligenze artificiali quanto sull’evoluzione dei diritti umani alla luce dell’innovazione tecnologica nell’ambito dell’intelligenza artificiale e delle neuro-tecnologie.

Diversi gruppi di ricerca collaborano anche con organizzazioni internazionali come l’Ocse, l’Unesco, la Commisione Europea, al fine di comprendere al meglio quali siano le implicazioni di queste innovazioni tecnologiche dal punto di vista dei diritti umani, soprattutto di quei diritti che più fortemente sono connessi alla sfera neuro-cognitiva dell’essere umano, quelli che vengono chiamati neuro-diritti.

In un articolo scientifico pubblicato su Life Sciences Society and Policy, sono stati proposti tre neuro-diritti che richiedono particolare attenzione nell’ambito delle neurotecnologie e dell’intelligenza artificiale e sono:

Il diritto alla libertà cognitiva che è sostanzialmente un diritto alla protezione dalla manipolazione esterna compresa la manipolazione per via algoritmica della capacità cognitiva dell’essere umano.

Il diritto alla privacy mentale che invece è finalizzato a proteggere l’informazione mentale dall’acquisizione esterna (per esempio la previsione del pensiero di una persona in funzione di micro movimenti del corpo).

Il diritto alla continuità psicologica e all’integrità mentale che sono diritti direttamente connessi alla produzione e all’identità personale dell’essere umano in quanto essere senziente.

D’altro canto, riconoscere diritti a dei robot non sarebbe una passeggiata: tra i diritti umani ci sono anche il diritto al benessere e il diritto alla vita (che ci impedirebbero di “uccidere” un robot, cioè di spegnerlo); il diritto alla libertà dalla schiavitù (che farebbe venire meno la ragione stessa per cui li stiamo creando) e il diritto alla procreazione, cioè permettere a un robot di creare copie di se stesso, l’unico modo in cui sarebbe in grado di procreare.

Si tratta di una preoccupazione esageratamente prematura perché bisognerebbe almeno attendere che i robot umanoidi sviluppino una forma di autocoscienza, condizione senza la quale non è possibile parlare di “persona”.

Dunque in che modo possiamo parlare di un’intelligenza artificiale consapevole della propria esistenza e capace di evolversi e migliorarsi, quando in realtà non è ancora capace di riconoscere un pedone che spinge la propria bicicletta? La verità è che salire in cima a un albero non è il primo passo per arrivare alla Luna ma è semplicemente la fine del primo viaggio.

LINK UTILI:

Towards new human rights in the age of neuroscience

Google self-driving car hits a bus

Self-Driving Uber Car Kills Pedestrian in Arizona

Intelligenza e coscienza sono prerogative di soli esseri umani?

1 thought on “Un robot può avere diritti?

  1. Sono d’accordo. Come primo scopo i robot sono stati costruiti o saranno costruiti per liberarci dal lavoro, successivamente per migliorare la società con servizi più efficienti. Non avrebbe senso parlare di schiavitù se i robot non possiedono bisogni, né di diritti in quanto non sono esseri viventi, ma surrogati automatici, potrebbero stare decenni in attesa senza battere ciglio! Altrimenti bisognerebbe dare diritti anche al tostapane perchè lo usiamo solo per tostare il pane fino alla sua distruzione e perché no diamogli anche una pensione di invalidità quando si guastano.. Una vera assurdità ed è assurdo e poco intelligente solo pensarci. Se dobbiamo dare diritti alle IA tanto vale fermarci subito e non costruirli affatto!
    Aggiungo inoltre che con il subentro dell’intelligenza robotica umanoide e non, bisognerebbe rivedere il concetto di lavoro.

    Immaginate questo scenario i robot vengono utilizzati nel mercato del lavoro per avere vantaggi verso altri, quindi generando competizione interna perché un robot è instancabile più preciso senza costi ecc.. basta poco per capire che genererebbe un crollo dell’economia così com’è oggi.

    Vorrei ricordare che siamo miliardi di uomini e donne, il robot non deve sostituire la nostra quotidianità, ma aiutarci a liberarci dal lavoro e dalla schiavitù dell’economia. Chi pensa il contrario è solo un fanatico che vuole dimostrare un qualche tipo di supremazia. Ricordiamoci anche che i robot sono riprogrammabili, chi ci assicura che non possano essere corrotti informaticamente parlando e utilizzati per fare terrorismo o distruzione di massa?
    Bisognerebbe mettere dei paletti importanti alla IA. La nostra società è troppo labile. Siamo complottisti e negazionisti, il covid l’ ha dimostrato.

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