Turismo di massa: origini e contraddizioni

Vivere nella modernità significa essere tanto spettatori quanto partecipi dei pro e dei contro del turismo di massa. Ma com’è nato questo fenomeno? E soprattutto, quali conseguenze ha sull’uomo moderno?

Cosa sarebbe il viaggio moderno senza il turismo? È possibile, nel ventunesimo secolo, immaginare un viaggio senza che la nostra mente lo associ automaticamente a guide turistiche, pacchetti all-inclusive, file chilometriche alle biglietterie dei musei o note catene alberghiere? L’idea del turismo di massa, con il suo insieme di vantaggi e contraddizioni, è ormai sinonimo del viaggio stesso, tanto che i due concetti sembrano ormai inseparabili. Eppure, diversi anni fa, viaggiatore e turista costituivano due approcci completamente diversi alla scoperta del mondo. I due concetti cominciarono a fondersi verso la metà dell’Ottocento per opera di un imprenditore britannico definito ormai il padre del turismo moderno: Thomas Cook.

Thomas Cook

Thomas Cook fu l’organizzatore del primo tour ferroviario della storia, ma prima di convertirsi in operatore turistico fu un pastore protestante impegnato nel miglioramento sociale della realtà inglese dell’epoca. Tra le varie campagne di cui si occupava, c’era la lotta contro l’alcolismo, un problema diffuso soprattutto tra fasce più povere del paese. Resosi conto che le semplici preghiere non risultavano abbastanza convincenti per dissuadere dal consumo di alcolici, decise di provare con un metodo più concreto. Da qui nacque l’idea di organizzare dei viaggi che aiutassero le persone a distrarsi dalla dipendenza dall’alcol, e quale mezzo migliore se non il treno, che proprio in quel periodo stava vivendo una forte diffusione nel Regno Unito?

Fu così che il 5 luglio 1841 un treno carico di 600 persone partì per un viaggio di dodici miglia da Leicester a Loughborough; un viaggio organizzato dall’inizio alla fine dato che Cook si occupò di ogni cosa: biglietti, accoglienza, pasti, intrattenimento con inni religiosi e addirittura la pubblicità dell’evento su dei volantini stampati, praticamente quello che oggi definiremo un pacchetto all-inclusive.

A sinistra Thomas Cook. A destra la locandina del suo primo tour.

Thomas Cook decise dunque di aprire una propria agenzia specializzata in viaggi organizzati, la prima agenzia di viaggio al mondo. Dapprima organizzò gite entro il territorio inglese, successivamente verso la Scozia, l’Irlanda e, nel 1855, il tour che lo rese famoso oltre i confini britannici: da Londra alla Francia con destinazione finale l’Esposizione Universale di Parigi. 

Da quel momento in poi, Cook divenne inarrestabile. Il suo business visse un’espansione senza precedenti e il suo nome iniziò a circolare in tutto il mondo, tanto che più di un secolo dopo lo slogan dell’azienda recitava, con un gioco di parole intraducibile in italiano: “Don’t just book it – Thomas Cook it!”.

Alcuni tra i primi partecipanti di un viaggio internazionale dell’agenzia Cook

Coloro che si affidavano ai pacchetti Cook potevano godere di vantaggiosi sconti e agevolazioni, date le convezioni tra l’agenzia e diversi hotel e ristoranti sparsi in tutto il globo. Cook fu anche il pioniere delle ‘note circolari’, una sorta di voucher universale che consentiva ai turisti di viaggiare all’estero senza dover cambiare valuta (anticipando così i traveler’s cheque creati nel 1891 dall’American Express, il principale rivale di Cook in Nord America).

Il viaggio pre-Cook

Nonostante Cook offrisse ormai i propri servizi in tutto il mondo, dal Nord Africa all’America, il suo metodo non fu esente da critiche, specialmente da parte di compatrioti. Alcuni membri dell’alta società inglese, come il celebre critico d’arte vittoriano John Ruskin, sostenevano che il viaggio organizzato privasse i viaggiatori di quel secolare spirito d’iniziativa e avventura che da sempre caratterizza l’essere umano oltre i confini della propria dimora. Ma il fulcro delle critiche nei confronti di Cook stava nella consapevolezza della democratizzazione del viaggio, considerando le ormai ampie possibilità di spostamento anche per la classe media e non più, come un tempo, solo per una ristretta élite di nobili e aristocratici. 

Il turismo moderno, dunque, si sviluppa di pari passo con la crescita della middle-class. Tuttavia, prima di questa rivoluzione nella modalità e nel target dei viaggi, spostarsi da un luogo all’altro era un privilegio di cui solo pochi potevano godere. Prima del turismo di massa, il viaggio veniva compiuto come pellegrinaggio da parte dei religiosi o per accrescere la propria cultura.

Uno degli esempi più eclatanti è il Grand Tour, un’usanza in voga tra i giovani aristocratici del XVII secolo (specialmente inglesi e tedeschi) che prevedeva un periodo di soggiorno nei luoghi della cultura classica, Italia in primis. All’estero, i giovani nobili avevano l’occasione di studiare l’arte e la letteratura, visitare antiche rovine e monumenti celebri o conversare con i principali intellettuali d’Europa, allo scopo di poter tornare in patria con un bagaglio di conoscenze culturali all’altezza delle loro future posizioni nella politica o intellighenzia dei rispettivi paesi. Si trattava, in poche parole, di un turismo sofisticato e altamente culturale.

Un’opera di Hubert Robert raffigurante giovani intellettuali in visita al Louvre

Non stupisce, dunque, che l’apertura alla classe media del mercato turistico fu soggetta a diverse critiche. Lo scopo del viaggio passò dall’alta cultura al mero divertimento e per quanto lodevole fosse il progetto di Thomas Cook, non si può negare che nel ventesimo e ventunesimo secolo la situazione sia decisamente sfuggita di mano. La maggiore accessibilità al viaggio, tanto nei costi quanto nei trasporti, ha reso l’intera esperienza più comoda rispetto al passato.

Ma la comodità ha spesso un prezzo. Quando i mezzi di trasporto si fecero più rapidi e privi di rischi e gli hotel più lussuosi e confortevoli, la ricerca di avventura del viaggiatore si è convertita nella semplice ricerca di piacere del turista. Mentre prima il viaggiatore era un soggetto attivo, sempre in cerca di nuove persone ed esperienze, ora il turista è, invece, passivo: sa già cosa troverà all’interno del pacchetto di viaggio e si adagia così su una confortevole superficialità.

Boorstin e la modernità

Questo è quel che affermava Daniel J. Boorstin, sociologo americano, nel suo illuminante e premonitore saggio del 1962 intitolato From Traveler to Tourist: The Lost Art of Travel, anticipando di qualche decennio le controverse conseguenze del turismo di massa sull’ambiente e le popolazioni locali dovute, in buona parte, all’influenza di media e social network sulle dinamiche di viaggio.

Boorstin analizza l’impatto del progresso turistico sull’uomo moderno attraverso un’occhio sarcastico sulla realtà dell’epoca, evidenziando come i viaggi organizzati abbiano raggiunto un simile livello di maniacale pianificazione che il turista finisce per non avere la benché minima interazione con le persone del luogo. 

Lo stesso Boorstin definisce questo fenomeno Environmental bubble, letteralmente “bolla ambientale”, che sta ad indicare quella particolare e ormai consueta circostanza in cui un turista sceglie un pacchetto di viaggio ricco di servizi così famigliari da farlo sentire protetto, sicuro, comodo. Dei servizi organizzati in maniera tale da rinchiudere il turista in una bolla di comodità, in cui il contatto con l’ambiente esterno e le persone locali viene quasi completamente azzerato.

Gli esempi più lampanti sono le navi da crociera, i resort, i villaggi turistici e tutti quei luoghi progettati allo scopo di innalzare delle barriere tanto fisiche quanto mentali tra il visitatore e il luogo visitato. Boorstin ironizza sul fatto che, se non fosse per una vista differente fuori dalle finestre, il turista moderno non avrebbe nemmeno l’impressione di esser partito, di essere in un luogo differente da casa propria. Dopotutto “letti, illuminazione, aria condizionata, riscaldamento centralizzato, tubature sono tutti in stile americano nonostante l’accorta amministrazione alberghiera si sforzerà di mantenere una certa ‘atmosfera locale'” come scrive Boorstin riguardo all’omologazione ricorrente delle catene alberghiere all’infuori dell’America.

Il turismo è, come abbiamo detto, sinonimo del viaggio stesso. Ma nonostante negli ultimi decenni lo spostamento fisico sia diventato molto più rapido e sicuro rispetto al passato, la nostra mente sembra non riuscire ad adattarsi alla stessa velocità a simili cambiamenti di spazio e di moto e tende a ricercare rassicuranti certezze invece che lasciarsi andare all’avventura di un viaggio all’estero. Il progresso nella tecnica è irrefrenabile, non vi sono dubbi, ma la consapevolezza di poter passare da una parte all’altra del pianeta in una manciata d’ore di aereo può risultare ancora così destabilizzante che la mente umana potrebbe continuare a sentirsi al punto di partenza, sebbene il corpo sia già a chilometri di distanza da casa. Ecco quindi che, paradossalmente, un viaggio improvvisato vicino casa, magari a piedi o in bici, ci può sembrare più reale, autentico e significativo di un volo verso un altro continente.

Bibliografia:

https://edition.cnn.com/travel/article/thomas-cook-history-timeline/index.html

https://www.focus.it/cultura/curiosita/chi-era-thomas-cook

Boorstin Daniel J., “From Traveler to Tourist: The Lost Art of Travel”. The Image: A Guide to Pseudo-events in America (1962)

Cohen Erik, Toward a Sociology of International Tourism (1972)

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