Slow News: elogio alla lentezza per salvare l’informazione

In una realtà sempre più dinamica, dove tutto è a portata di click e l’informazione è spesso di bassa qualità, il ritorno alle slow news è fondamentale per una ragione etica e deontologica

Tutto era pronto per l’approdo nelle sale, poi il covid ha rallentato anche loro. Tra i progetti della primavera 2020 slittati all’estate 2021 c’è anche Slow News, del regista Alberto Puliafito, distribuito in alcuni cinema e in streaming. Si tratta di un documentario corale, frutto di anni di lavoro da parte di un gruppo di giornalisti che volevano farsi promotori di una nuova corrente di pensiero, lo Slow Journalism.

Quali sono infatti i rischi di una comunicazione veloce, al consumo, per nulla analitica? Lo abbiamo visto anche durante la pandemia, quando la fame di notizie superava qualunque esigenza di buon senso, pragmatismo e cautela. Se l’attenzione del pubblico, o del lettore, o del fruitore online è la fonte di guadagno di chi fa informazione, allora l’accento si sposta dalla notizia in sé alla sua viralità. Se un sito vive di click, allora saranno i titoli esagerati o volutamente ambigui ad essere premiati, saranno le notizie date alla massima velocità a battere la concorrenza, sarà il riproporre notizie di tendenza il più possibile per tenere viva l’attenzione del lettore.

Perché questo è attualmente il principale obiettivo della maggior parte dei canali di informazione, soprattutto online ma non solo: vendere lettori agli inserzionisti. La velocità, la ricerca della reazione di pancia, l’eccessiva produzione di contenuti ha messo in ultimo piano la base del lavoro giornalistico, che dovrebbe puntare sulla qualità degli articoli, ma soprattutto sulla verifica dei fatti e sull’approfondimento. Al contrario lo Slow Journalism, il ‘giornalismo lento’ vuole proprio ridare valore alla notizia, al ruolo che il professionista dell’informazione deve avere per fare questo lavoro, al peso che un buon giornalismo ha per tutelare la democrazia.

Come spiega in maniera chiara il documentario, se è notizia solo quello che succede di straordinario in un dato momento, la visione che viene offerta al lettore è parziale. Un fatto estrapolato dal suo contesto perde di significato e viene congelato in un momento specifico senza legami. Per esempio le terapie intensive sature in caso di covid sono una notizia, mentre il lento smantellamento della sanità pubblica, con privatizzazioni e tagli non lo è, per un giornalismo veloce. In un’informazione fatta di breaking news non c’è posto per la quotidianità, eppure proprio il racconto di quella quotidianità può aiutare ad evitare che un giorno ci sia un problema di terapie intensive durante una pandemia.

Varie realtà in Europa e negli Stati Uniti sono arrivati alla stessa conclusione: fare meno, fare meglio per offrire un’informazione sana, basata su alcuni concetti chiave su cui tutti concordano: la verifica delle fonti, il racconto accurato dei fatti, approccio analitico, laico, che viene reso pubblico quando pronto e non solo quando serve, contestualizzato e approfondito per renderlo comprensibile e fruibile nel tempo (non mordi e fuggi).

In Italia il progetto Slow Journalism nasce in parallelo con quello del documentario Slow News, e per il momento produce una newsletter. I primi al mondo a fare slow journalism sono stati gli inglesi con Delayed Gratification, magazine trimestrale cartaceo, diretto da Rob Orchard e Marcus Webb, ma varie altre realtà editoriali stanno facendo loro questa filosofia di pensiero (in Italia c’è anche L’ora del Pellice per esempio, o il Salto). Indubbiamente la maggior difficoltà di questi progetti è la sostenibilità economica, tema affrontato anche nel documentario.

Bisogna uscire dal concetto che l’informazione, perché online, debba essere gratuita; l’informazione ha un costo, se non è il lettore a sostenerlo allora è il lettore stesso ad essere la merce in vendita, e il prezzo più grave è quello di avere un giornalismo ricattabile, fragile e lontano da chi dovrebbe informare. L’obiettivo è molto ambizioso, il documentario ha di certo il merito di sollevare un velo su una situazione drammatica, che sta togliendo autorevolezza.

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