Scrittura e potere

La scrittura è un mezzo per comunicare, ma può diventare uno strumento per prevalere sugli altri e fare discriminazioni.

La scrittura è uno degli aspetti distintivi della specie umana: la capacità di fissare concetti su un supporto materiale e di conseguenza garantirne la trasmissione, evitando alterazioni al contenuto, è peculiare dell’essere umano. Essa è una componente fondamentale della nostra comunicazione ed è alla base della costituzione della società. Come scrisse il filosofo greco Aristotele, vissuto nel IV sec. a. C., nella sua Politica, “l’uomo è un animale sociale”: tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società.

Per il successo della comunicazione è stato necessario costruire codici linguistici comuni e condivisi che permettessero all’uomo di comunicare non solo con gli appartenenti al proprio gruppo di riferimento, ma anche con estranei ad esso. Grazie alla scrittura tali codici vengono fissati in modo più concreto rispetto alla trasmissione orale della lingua e sono stati spesso importati in contesti linguistici diversi come mezzo di imposizione di certe comunità umane su altre.

Cenni sulla nascita della scrittura e sulle sue tipologie

La scrittura in generale è nata nei contesti organizzati ed è stato l’elemento di forza degli stati e dei poteri che si fondavano sul sistema burocratico. Una delle sue funzioni sociali consiste nell’aver fissato e reso evidenti dati che prima erano conosciuti, ma non in modo così preciso e netto.

In generale possiamo distinguere tre tipologie di scrittura:

  • Scritture pittografiche, composte di segni fortemente realistici che riproducono gli oggetti a cui si riferiscono
  • Scritture logografiche o idiografiche, in cui l’immagine usata come simbolo è meno realistica e sempre più schematica
  • Scritture fonetiche o alfabetiche, in cui i segni grafici rinviano a dei suoni che prescindono dai significati, infatti l’acquisizione di significato avviene soltanto grazie alla loro combinazione

La nascita della scrittura viene attribuita ai Sumeri, antica popolazione della Mesopotamia, e viene fatta risalire al 3300 A.C. con la scrittura cuneiforme. La scrittura cuneiforme venne adottata in seguito da altri popoli che erano presenti nella regione. Ma la scrittura non si sviluppò solamente lì: infatti all’incirca nello stesso periodo in Egitto si sviluppò la scrittura geroglifica. Nella società egizia gli scribi erano considerati una categoria privilegiata e rappresentavano una vera e propria èlite proprio per la loro conoscenza della lingua scritta.

A sinistra la scrittura cuneiforme sumera, a destra i geroglifici egizi

Le prime scritture (come cuneiforme e geroglifico) erano di tipo pittografico e i simboli, in seguito, hanno subito una semplificazione progressiva diventando di tipo ideografico come la Lineare A e la Lineare B, scritture diffuse nel bacino del Mediterraneo a partire dal 2000 A.C.

Il principio fonetico era ormai diffuso presso le principali civiltà mediterranee e mediorientali. L’inizio della scrittura fonetica può essere attribuito ai Fenici quando importarono la propria scrittura, risalente al XIII sec. A.C., in Grecia. Infatti, i Greci adattarono la scrittura fenicia al loro alfabeto e introdussero nuovi elementi: le vocali. In seguito le popolazioni europee svilupparono sulla base dell’alfabeto greco i propri codici linguistici scritti e attinsero anche agli altri alfabeti che si erano costituiti nel tempo, primo tra tutti quello latino.

Scrittura, popoli e potere

La scrittura è stata molto spesso utilizzata come elemento di discriminazione nei confronti delle popolazioni non occidentali che venivano descritte per ciò che gli mancava: popoli senza stato, popoli senza storia e popoli senza scrittura. La dicotomia scrittura e oralità veniva messa in parallelo a conoscenza e ignoranza.

Dobbiamo ricordare che la lingua è un forte marcatore di identità. I Greci chiamavano barbari quelli che non parlavano il greco, poiché la lingua determinava lo status di chi era greco e chi non lo era. Gli Aztechi definivano selvaggi coloro che non conoscevano la lingua nahuatl, la lingua azteca.

Un esempio dell’utilizzo della scrittura con fine discriminatorio è rappresentato dal caso dei censimenti delle appartenenze etniche in Ruanda fatti dai belgi. Il Ruanda, infatti, era stato posto sotto il dominio del Belgio in seguito alla Prima guerra mondiale grazie a un mandato della Società delle Nazioni. Le due etnie più diffuse nella regione, gli Hutu (coltivatori) e i Tutsi (allevatori-guerrieri), erano consapevoli l’un dell’altro, ma non erano mai state sottoposte a un censimento che le rendesse numericamente evidenti.

Il Belgio intorno agli anni Trenta iniziò a censire le popolazioni africane del Ruanda. Questi rilevamenti demografici, ma anche etnografici, in combinazione con le teorie e le concezioni pseudo-scientifiche sulla razza dell’epoca, portarono i Tutsi a credere che avessero un’origine razziale completamente diversa rispetto agli Hutu. Così questa suddivisione presente da sempre, ma che non aveva mai creato attrito, divenne immutabile: sulle carte di identità come segno di riconoscimento era presente l’identità etnica. Questa divisione e le successioni tensioni politiche porteranno poi al tristemente noto genocidio del Ruanda nel 1994.

Un esempio della strumentalizzazione della scrittura da parte del potere politico lo troviamo in Cina. Qui, infatti, la stampa a caratteri mobili fu inventata nel 1041, molto prima dell’invenzione di Gutenberg nel 1455, ma non ebbe la stessa fortuna oltre che per problemi tecnici, per un fatto culturale.

La scrittura era un sapere di pochi, in particolare della casta dei mandarini, ossia i funzionari dello stato, che fondavano il proprio potere sulla scrittura, quindi non avevano alcun interesse a diffondere questa conoscenza perché ciò li avrebbe privati di autorità. In realtà, i mandarini non erano uomini politici, giuristi o militari, erano uomini di cultura che avevano superato concorsi pubblici incentrati per lo più sulla padronanza della lingua, delle cultura letteraria e sulle conoscenze del Confucianesimo, secondo la cui gerarchia sociale l’inferiore aveva l’obbligo di obbedire al superiore.

Per concludere, è interessante notare che la scrittura non è stata solo uno strumento del potere politico ma è stata sfruttata anche dalle religioni. Quelle religioni che avevano la scrittura, tra cui possiamo contare le tre religioni del libro, si sono imposte con maggior autorevolezza ed essa è servita anche alla trasmissione di canoni e regole codificati uguali dappertutto. Inoltre, ha contribuito a diffondere il concetto stesso di religione, ad esempio in molte lingue africane non esiste il termine religione, ci sono solo termini che indicano i rituali. La scrittura ha esercitato un certo fascino sulle popolazioni illetterate, che hanno trovato strumenti per autodefinirsi grazie ad essa: la scrittura crea l’idea di una comunità più ampia, oltre le conoscenze face to face.

Nel caso della stampa inventata da Johannes Gutenberg, la sua ampia diffusione può essere collegata anche al momento storico particolare in cui avviene: l’Europa è segnata dalla riforma protestante che sosteneva la lettura personale della Bibbia. Per questa ragione era necessario diffondere la Bibbia più ampiamente possibile, affinché il singolo potesse leggerla in maniera individuale. Il protestantesimo si fonda sul criterio della libera interpretazione: non è necessario il ruolo di una Chiesa interprete delle verità rivelate. Ogni credente, con la Bibbia in mano, può scoprire le verità di fede fondamentali senza alcuna mediazione. 

Per approfondire

Aime M., Il primo libro di antropologia, Einaudi, Torino, 2008

Cavalieri R., Diritto dell’Asia Orientale, Cafoscarina, 2019

https://www.limesonline.com/hutu-contro-tutsi-le-radici-del-conflitto-in-ruanda/60258

https://www.treccani.it/enciclopedia/scrittura_%28Enciclopedia-Italiana%29/

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