Perché i meme sono una cosa seria

Per anni deprecati dalla maggior parte degli adulti e dagli utenti più seriosi, in realtà i meme offrono spunti molto interessanti per comprendere il mondo di oggi.

Negli ultimi anni sulla rete abbiamo assistito alla crescita esponenziale dei meme, ossia delle vignette, in larga parte dei casi umoristiche, che sono entrate nella cultura popolare dei teenager e non solo. Si tratta, a onor del vero, di rappresentazioni che affondano le proprie radici nel 1919, quando uscì una prima vignetta satirica su una rivista inglese chiamata Wisconsin Octopus.

Il termine “Meme” vanta un’origine colta, che deve allo scienziato Richard Dawkins, autore del celebre testo “Il gene egoista”. Secondo la prospettiva evoluzionistica del biologo britannico, il meme è un’unità, uno schema alla base dei comportamenti umani che può essere perpetrato e può diffondersi attraverso la cultura, analogamente ai geni, che programmano l’individuo per destinare le sue azioni alla conservazione del proprio bagaglio genetico.

Richard Dawkins, l’autore della parola “meme”

Platonicamente parlando è un elemento assimilato per processi imitativi, che guida le generazioni, ma può anche dividerle o essere il gradino che dà uno slancio verso strumenti, prospettive, orizzonti più completi, come un uovo covato con meticolosa premura fino alla morte, il cui schiudersi sarà appannaggio degli individui a venire.

E’ chiaro dunque come il meme, così come lo conosciamo noi oggi, costituisca un elemento folkloristico fondamentale del nostro vivere quotidiano, nonché autentica espressione culturale di quello che la società fa, pensa, vive. Il perno su cui si fonda il meme è infatti la viralità, trattandosi, per sua stessa definizione, di una rappresentazione compresa dalla maggior parte della gente, o circoscritta e delimitata entro determinati ambienti, le cui pressioni culturali spingono le persone a comprendere il significato del meme.

Il meme entra nella società odierna, sempre più dinamica, sfrenata, alienante, e ne squarcia le richieste bulimiche, oppressive, gli standard irraggiungibili offrendo uno spazio di intimità e di riflessione, nel quale ritrovare la leggerezza che, come diceva Calvino, non è superficialità, ma è quel sentimento dell’anima che consente di planare sulle cose dall’alto, senza avere macigni sul cuore.

Il meme è cultura, il meme è folklore, ma il meme è soprattutto convivialità. Attraverso la rete raggiunge vissuti diversi, linguaggi diversi, quotidianità diverse e li riunisce all’insegna di un codice comune. Nonostante ogni paese abbia un senso dell’umorismo diverso e, nello specifico, anche ciascun individuo ne abbia uno personale, il meme si rivela uno strumento in grado di appianare le criticità tra territori, ma anche, con ilarità, di porre luce su problematiche concrete, il cui impatto può essere palpabile ogni giorno nella vita dei cittadini, ma che consente loro di riderci su, catarticamente, riscoprendo quel senso di comunità tipico delle classi meno abbienti prima della secolarizzazione, e prima che l’estensione massiva dell’istruzione arginasse determinate barriere culturali (ragion per cui non si trova più un ignorante con cui scambiare quattro chiacchiere).

“Una risata vi seppellirà”

“Una risata vi seppellirà” così diceva l’anarchico russo ottocentesco Bakunin. Tale motto, che incarna il vessillo delle battaglie studentesche sessantottine, è lo stesso grido di protesta, la stessa voce spezzata di una cospicua componente di giovani in cerca della propria dimensione in un mondo che, per certi versi, non è a misura di giovane. Il lavoro, la politica, l’economia, temi sociali sistematicamente contestati e nei quali milioni di ragazze e ragazzi vorrebbero avere più spazio. Castigat ridendo morens, l’importanza del riso per fustigare i costumi, così il meme, nella sua ironia pungente, conferisce vigore al riso e lo trasforma in uno strumento per descrivere in modo corrosivo la società, cavalcando l’onda della satira, perché spesso scherzando si pronuncia la verità.

E’ di questo, in soldoni, che si tratta. Dal teatro comico latino e greco, da Aristofane e Plauto, dalle Satire di Giovenale a quelle di Pietro l’Aretino, l’ironia è da sempre, nonostante le diverse sfumature che può assumere, espressione per descrivere il mondo o anche soltanto un sentimento dell’anima. Il meme non è altro che la satira della generazione digitale, frutto dunque di un’evoluzione antica e che probabilmente continuerà ad evolversi ancora.

Ma il riso non è solo critica amara, è anche liberazione. Chi sa ridere diventa padrone della propria vita. Saper ridere, anche di se stessi, è una caratteristica molto apprezzata, forse una delle più illuminanti degli esseri umani. E chi è schiavo dell’angoscia trascinante, dell’ordine cosmico nichilista (o meglio, disordine) o è scavato da lineamenti di ferro segnati dallo scalpello dell’eterna serietà non può capirlo, oppure lo capisce e, non riuscendo a trovare dentro di sé la forza per guardare oltre, preferisce inabissare gli altri.

Ed è proprio in virtù della forza della risata, capace di squadernare e stravolgere il mondo, che Jorge, il monaco cieco del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, preferisce seppellire ogni traccia del riso di aristotelica memoria. Evocando le parole benedettine come monito per controllare l’intera abbazia e custodirne i suoi segreti, sarà via via sempre più chiaro come la sua figura di custode dell’archeologia del dogma investirà, all’interno del libro, un’importanza ben maggiore rispetto a quella degli altri monaci.

Riassumendo, il meme è un’evoluzione della satira e del fumetto umoristico, rappresenta una prospettiva antropologica della società, funge da collante tra civiltà diverse e, se fatto bene, può essere molto, molto divertente.

(nell’immagine in evidenza: il cinquantenne medio mentre legge il mio articolo)

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