Ovidio, tra Principato e bisogno di libertà

Ovidio fu un autore innovativo e molto audace: mentre Augusto proponeva leggi conservazioniste e tradizionali, egli parlava d’amore e di seduzione.

Ovidio, benché sia nato in pieno Principato Augusteo, non fu mai del tutto fedele all’imperatore o, almeno, non nei contenuti. Spesso Mecenate, direttore del circolo in cui i massimi cantori del principato si riunivano, chiedeva loro di scrivere in favore del potere imperiale: alcuni, fra cui Properzio, evitavano il problema tramite un espediente chiamato recusatio, in cui affermavano di non essere a un livello di abilità abbastanza alto per narrare gesta grandiose. Tuttavia, alla fine si piegavano, in qualche modo, e proprio Properzio iniziò a scrivere opere impegnate, facendo in modo che l’elegia potesse parlare anche di politica, e non solo di struggimenti amorosi.

È necessario notare come la maggior parte degli autori, esponenti del periodo augusteo, uscissero da anni di lotte intestine. Molti di loro avevano assistito all’ascesa e alla dittatura di Cesare, oltre alle innumerevoli guerre civili. Ovidio, invece, era nato poco più di un anno dopo la morte di Cesare, il 20 marzo del 43 a.C., in un periodo più tranquillo, anche se carico di cambiamenti.

Non solo la sua origine lo rendeva diverso dagli altri, ma lui non voleva cantare di gesta eroiche che rendessero valido un Principato che propinava se stesso come continuatore della Repubblica. Ovidio era un magister amoris, un don Giovanni ante litteram. Egli esaltava l’arte del trucco e le gesta delle donne per rendersi piacenti, ammonendo quelle sposate affinché non leggessero le sue opere. Nello stesso periodo in cui Augusto rifilava al popolo romano leggi sull’importanza del matrimonio e sull’illegalità del mantenimento della condizione nubile o celibe, Ovidio scriveva un libro sull’arte della seduzione.

Ma il bisogno di libertà di Ovidio non si fermò a questo: nella sua massima opera, Le Metamorfosi, egli si avvicinò al poema epico, rendendolo una parodia. Racconta di come Giove torna vittorioso nell’Olimpo, riempito di epiteti grandiosi, dopo il gesto infimo di aver illuso Callisto e averla in seguito stuprata; così come Apollo insegue Dafne, preso da una follia amorosa che non si addice per nulla a un dio. Ci sono moltissimi esempi di queste immagini derisorie, in cui gli dei persistono nell’essere affetti da turbe terrene, irosi e irascibili.

L’amore muove le Metamorfosi, in un leitmotiv continuo di amore e morte, che trova la sua sintesi perfetta nel mito di Narciso, amante di se stesso e destinato a morire perché si (ri)conosce. Ovidio gioca qui sul tema del “gnothi seauton”, (conosci te stesso) base fondante di ogni filosofia e pensiero. Egli lo stravolge, affermando che Narciso vivrà una vita felice, se non si (ri)conoscerà, distruggendo qualunque immagine importante del tempo.

Nella stesura delle Metamorfosi Ovidio crea un’opera didascalica, incentrata sulla spiegazione della natura, (il cui precedente più illustre era Lucrezio) e allo stesso tempo un’opera eziologica di stampo callimacheo, che gli permette di spiegare l’origine di fiori (il narciso, per esempio), di culti, di dei, di miti, di qualunque cosa di cui egli voglia raccontare la storia. Contemporaneamente, però, egli distrugge anche Lucrezio, in un moto continuo per cui il suo testo passa attraverso avanzamenti e destrutturazioni continue. In questo modo, l’eco non è una mera imago vocis di stampo lucreziano, ma una vera e propria ninfa (Eco, per l’appunto) definita come ninfa solo vocale, non in grado di parlare per prima, o di formulare un pensiero proprio.

Ovidio, inoltre, tramite il mito di Fetonte parla di sé stesso. Fetonte, figlio del Sole, chiede a quest’ultimo di guidare il suo carro nel cielo; il Sole, riluttante, accetta, dicendogli di seguire le orme nel cielo, che lui stesso ha tracciato, affinché possa mantenersi sulla retta via e non perdersi. Fetonte non riuscirà a seguire le orme nel cielo, perderà la strada e rischierà di distruggere il mondo intero. Dovrà intervenire lo stesso Giove, che lo scaglierà fuori dal carro e lo ucciderà. Fetonte viene ricordato da Ovidio come audace, come colui che cercò la propria identità fino in fondo, colui che voleva certezze e dimostrò di poterle ottenere. L’autore si rivede molto in questo mito: come Fetonte, infatti, lui uscirà dal solco tracciato dagli antichi, non sarà un nuovo Virgilio, non seguirà le orme del regime e in questo Ovidio stesso trova la sua forza e il suo valore.

Alla fine delle Metamorfosi riporta la dottrina della metempsicosi di stampo pitagorico, e con questo espediente afferma la propria immortalità, perché la sua voce passerà di bocca in bocca, come l’anima passa di corpo in corpo, e in questo modo continuerà a vivere. La lontananza dal regime la si trova anche qui: Ovidio parla del catasterismo di Cesare (la sua trasformazione in stella) e della futura accettazione di Augusto in cielo alla sua morte, ma posiziona se stesso, come autore, sopra il cielo e di conseguenza sopra Augusto stesso, in modo estremamente audace.

La libertà di Ovidio ebbe, però, le sue conseguenze. Difatti, egli venne esiliato a Tomi, per quanto dirà lui a causa di un carmen e di un error. Il primo, probabilmente, si riferisce all’ars amatoria, di cui sopra, troppo audace e libertino per il sentimento conservazionista del tempo; ma l’error rimane ancora oggi un mistero. Ovidio si paragonerà ad Atteone, punito per aver visto Diana nuda vagando nel bosco dopo aver perso i suoi compagni, si sentirà anche lui punito “per aver visto troppo”.

Alla fine delle Metamorfosi Ovidio afferma la sua immortalità, dicendo “e se c’è qualcosa di vero nel presentimento dei vati (i poeti), io vivrò” e la sua profezia si è indubbiamente realizzata.

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