In ricordo di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco furono due anarchici italiani giustiziati negli Stati Uniti per un omicidio che non avevano commesso. Li ricordiamo oggi tra coloro che diedero la vita per difendere la libertà di pensiero e di parola.

Pochi giorni fa abbiamo festeggiato la Festa dei Morti, e mi sembra giusto cogliere l’occasione per ricordare due morti importanti: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Il caso Sacco e Vanzetti rappresentò per molti anni uno dei più importanti cause cèlébre del Ventesimo Secolo. Innumerevoli avvocati, scrittori e giornalisti nel corso del secolo scorso si sono cimentati nella ricerca di una vera spiegazione dei fatti, e tutt’oggi persistono idee contrastanti e si è pervenuti a nuove scoperte.

Nicola nacque nel 1891 presso Torremaggiore, nella Daunia. Personaggio generoso e altruista sin dalla nascita, nel 1909 decise di salpare per gli Stati Uniti, come era usuale da tempo nella penisola italiana. Infatti, tra il 1906 e il 1910 oltre tre milioni di italiani emigrarono all’estero alla ricerca di un lavoro o semplicemente di un po’ di dignità, o come Sacco, perché guidati da una curiosità radicata negli anni dell’adolescenza. Ellis Island, così come tutti i punti di approdo generali, diventarono simbolo di attesa e angoscia per questi immigrati che, aspettando pazientemente l’esito di un esame medico, vedevano confermato o negato loro il permesso di entrare in terra americana.

Arrivato in territorio statunitense si diede subito da fare e iniziò innumerevoli lavori, si sposò ed ebbe un figlio.

Bartolomeo, invece, nacque nel 1888 a Villafalletto, presso Cuneo, in una famiglia fortemente cattolica e conservatrice. Animo vivace e desideroso di conoscenza fin dalla nascita, alla morte della madre a cui era molto legato, decise di salpare, anch’egli, per gli Stati Uniti. Era il 1908.

Il soggiorno in America di entrambi permise loro di avvicinarsi in primis agli ambienti socialisti, e in seguito a quelli più strettamente anarchici. In seguito all’entrata in questi ambienti, i due si trovarono spesso coinvolti in scioperi di vario tipo, entrando così nelle liste nere dei sovversivi. Con l’avvento della guerra e l’inizio del reclutamento di militari in ogni parte d’America, Bartolomeo e Nicola scapparono in Messico, dove si incontrarono. In contemporanea iniziarono i rastrellamenti anti – radicals messi in atto dal procuratore Palmer. 

Il 24 dicembre 1919, in questo clima di panico e red – scare, Vanzetti fu (ingiustamente) incolpato del tentato omicidio avvenuto a Bridgewater. Il processo di Plymouth, per cui Vanzetti ottenne una condanna dai 12 ai 15 anni (pena altissima per una rapina con tentato omicidio), fu utile per fare in modo che quest’ultimo avesse la fedina penale sporca, oltre alla fede anarchica che già giocava un brutto colpo, e per fare in modo che Sacco avesse, in un processo per due persone, un individuo scomodo accanto.

Nell’aprile del 1920 gli omicidi di una guardia e di un agente pagatore, e la conseguente rapina delle buste paga che trasportavano presso il Calzaturificio Slater & Morrill, a South Braintree, attirarono l’attenzione pubblica nei confronti di questi eventi di criminalità in una zona così tranquilla.  I due furono uccisi e rapinati da un totale di cinque persone, un guidatore, due coperture e i due effettivi assassini, che scapparono subito dopo con sedicimila dollari.

La sera del 5 maggio Bartolomeo e Nicola vennero arrestati su un tram diretto a Brockton. Il processo contro di loro fu lunghissimo: entrambi avevano alibi forti, il primo vendeva pesce, e vi erano molti testimoni; il secondo si trovava in ambasciata. Katzmann, l’avvocato di accusa, allora attaccò Vanzetti servendosi dell’orgoglioso americanismo post-bellico: gli chiese il motivo della sua fuga in Messico durante la guerra e il motivo della menzogna riguardo alla fede politica espressa durante il primo colloquio con il poliziotto il giorno in cui vennero catturati. Lo stesso fece attaccando Sacco sempre sulla tematica messicana e sul possesso di armi. Il processo si era così capovolto, criticando fondamentalmente la loro fede anarchica e alimentando le paure immotivate dei conservatori americani.

Il 9 aprile 1927 le sentenze a morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono notificate presso la Corte Superiore di Dedham.

La notte tra il 26 e il 27 agosto 1927 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono giustiziati tramite elettroesecuzione per un delitto che non avevano commesso, professando fino alla fine la loro fede nell’anarchia e il loro amore per la vita ben spesa e ben vissuta, aiutando il prossimo e il più debole.

È doveroso nominare l’opera cinematografica realizzata da Giuliano Montaldo, “Sacco e Vanzetti”, in cui possiamo trovare un magistrale Gian Maria Volonté nei panni di Vanzetti che, ricalcando la stessa testimonianza di Bartolomeo al processo prima che la condanna a morte sia resa definitiva, affermava che:

“[…] ho da dire che sono innocente. In tutta la mia vita non ho mai rubato, non ho mai ammazzato, non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto. Primo fra tutti: lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E se c’è una ragione per la quale sono qui è questa, e nessun’altra. Una frase, una frase signor Katzmann, mi torna sempre alla mente: «Lei, signor Vanzetti, è venuto qui nel paese di Bengodi per arricchire. » Una frase che mi dà allegria. lo non ho mai pensato di arricchire. Non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando. Sto soffrendo e pagando perché sono anarchico… e me sun anarchic! Perché sono italiano… e io sono italiano. Ma sono così convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto.[…]”

Sintetizzando appieno le motivazioni delle sue azioni e dimostrando, a chiare lettere, il meccanismo di funzionamento della macchina giudiziaria americana, così perfetta e allo stesso tempo così fallace.


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