La rivalutazione della tecnica all’inizio della modernità

La rivalutazione della tecnica è uno degli eventi che più hanno inciso nella formazione della società moderna, ma di cosa si tratta?

Guardandoci bene attorno noteremo di essere circondati da prodotti della tecnica, eppure, o forse proprio per questo motivo, non ci si rende ormai conto di quanto questa incida sulla nostra quotidianità. Può sembrare strano, in un’epoca in cui aumentano le ostilità nei suoi confronti, che ci sia stato un tempo in cui ci si è dovuti impegnare per conferire alla tecnica una dignità.

In gran parte del pensiero antico e medievale ricorre una manifesta opposizione fra tecnica e scienza, fra le forme di conoscenza volte alla pratica e quelle volte alla contemplazione della verità, che ha fondamento nell’opposizione fra schiavi e uomini liberi. Secondo questa tradizione la conoscenza è fine a se stessa, non è subordinata a fini esterni: il ruolo della scienza è unicamente quello di ricerca e contemplazione della verità e inizia solo dopo che si è già fatto fronte alle necessità materiali della vita. Questo concetto di scienza sembra fondato su un sistema economico proprio di una società schiavista, in cui non si sente il bisogno di costruire e utilizzare macchine al fine di migliorare le condizioni del lavoro umano. A ciò, inoltre, si unisce il disprezzo per chi esercita attività manuali e per quelle stesse attività, escluse dall’ambito culturale. Infatti le arti liberali hanno questo nome perché peculiari degli uomini liberi, ai quali non competeva l’esercizio delle arti meccaniche perché proprie degli schiavi.

Nei Promessi sposi, un attimo prima del duello che porterà Lodovico alla conversione, a questi viene rivolto l’insulto di “vile meccanico”.

Il declino di questa visione della scienza e del mondo prese avvio nel Rinascimento italiano, durante il quale si fece largo una cultura in cui confluivano l’interesse per i classici e quello per la tecnica, la teoria e la pratica. Ma ciò non si verificò nei tipici luoghi del sapere, ovvero nelle università o nei conventi, bensì nelle botteghe degli artigiani, dove insieme alle arti manuali venivano insegnati agli aspiranti pittori, scultori, ingegneri, tecnici e costruttori la matematica e i rudimenti dell’anatomia e dell’ottica. Fu proprio la fusione di attività tecniche e scientifiche che portò all’attribuzione di una dignità e dello status borghese all’artista.

La rivalutazione delle arti meccaniche prosegue con un’affermazione ricorrente in molti scritti del Cinquecento, sia di carattere tecnico-scientifico, sia umanistico, ovvero che le attività manuali sono utili per il progresso del sapere e anche più di quelle costruzioni filosofiche che impediscono o limitano all’essere umano l’esplorazione della natura. Viene dunque affermata la superiorità di una scienza utile su una scienza disinteressata e riconosciuta a queste attività la dignità che una volta gli veniva rifiutata.

Il presupposto di questo sconvolgimento culturale fu lo sviluppo economico-sociale che coinvolse il continente europeo. Lo sviluppo di alcuni settori, quali ad esempio la metallurgia, la navigazione, l’arte mineraria e militare, diede vita a nuovi problemi per la soluzione dei quali si andò diffondendo una logica dell’invenzione preoccupata di progettare nuovi metodi per estendere la possibilità di dominio dell’uomo sugli altri uomini e sulla natura.

Inoltre la volontà di dominio e la concezione di un sapere che è unitamente pratico e teorico si ritrovano anche nella prassi e negli scritti degli alchimisti e dei maghi del Rinascimento. Anche loro contribuirono alla diffusione di quella nuova considerazione della tecnica. Ma se in alcuni casi pensiero magico e pensiero scientifico convergono sull’essenziale identificazione tra cose naturali e cose artificiali e sull’unione di sapere pratico e sapere teorico, in altri casi la scienza rinuncia a dei fondamentali presupposti magici, innanzitutto all’onnipotenza del pensiero e all’identificazione io-mondo: è solo indirettamente che l’umanità può far valere una certa forma di potere sulla natura e il mezzo che glielo permette è la tecnica.

D’altronde per la scienza – almeno nella prima età moderna – il dominio sulla natura non è il suo fine ultimo. Come ci ricorda lo storico delle idee Paolo Rossi,

Nessuno dei grandi filosofi e scienziati che dettero via alla Rivoluzione scientifica ritenne mai che la liberazione dell’uomo potesse essere affidata alla scienza e alla tecnica in quanto tali. L’instaurazione del potere dell’uomo sulla natura, l’avanzamento del sapere apparvero come valori solo se realizzati in un più ampio contesto che concerne la religione, la morale, la politica (Rossi, Il tempo dei maghi, p. 116).

Per un primo approfondimento di queste tematiche si rinvia a P. Rossi, I filosofi e le macchine. 1400-1700, Milano, Feltrinelli, 2017; P. Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, Roma-Bari, Laterza, 2000; P. Rossi, Il tempo dei maghi. Rinascimento e modernità, Milano, Raffaello Cortina, 2006.

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