La rinascita dei Commons come prova di resilienza

Secondo i detrattori dei Commons, i beni comuni sono destinati alla rovina a causa del Free Riding. Eppure non tutti concordano con la teoria dell’ “uomo naturalmente egoista” di Adam Smith.

Esiste una categoria di “proprietà intrinsecamente pubblica” non controllata né dallo Stato né dai soggetti privati?

Oceani, valichi alpini, sentieri di campagna strade, ponti:  tutti esempi di beni pubblici che non possono essere trasformati in proprietà privata. Più precisamente, nonostante possano essere privatizzati, spesso rimangono soggetti al controllo dello Stato.

Due tratti sono particolarmente evidenti in questa “proprietà intrinsecamente pubblica”.  Prevalgono le fonti del diritto consuetudinarie nella relativa regolamentazione. Inoltre, dal punto di vista gestionale, la dimensione patrimoniale sembra essere prevalente rispetto a quella reddituale.

Come si collocano i Commons rispetto alla proprietà pubblica in senso stretto? Con le “fonti del diritto” ci riferiamo alle regole con cui una società si autodisciplina. Le istituzioni pubbliche nazionali del nostro Paese ricorrono raramente alle fonti consuetudinarie e più spesso ad atti normativi di dettaglio. In un prossimo articolo ci occuperemo delle molte leggi quadro regionali – che formalmente non esistono più –  emesse prima del 2001 e ancora vigenti. Quanto alla dimensione reddituale, l’azione amministrativa può agire da stimolo o da ostacolo all’attività economica, più di quanto possa fare la gestione dei beni comuni. Benché molti Ministeri abbiano sviluppato strumenti affinché i singoli dicasteri possano effettivamente rafforzare il sistema-Paese, è attualmente in corso un dibattito sulla riforma della giustizia.

Prevalenza delle fonti del diritto consuetudinarie

Tendenzialmente si ricorre all’emanazione di una norma giuridica quando fiducia, coesione sociale, ragionevolezza, usi e consuetudini non sono tali da poter autodisciplinare la vita organizzata. 

Non serve, per esempio, un decreto che impone di mangiare la minestra con il cucchiaio. Se per assurdo dovesse essere emanata una simile disposizione, nessuno si sognerebbe di mangiare la minestrina con la forchetta. Eppure, alle leggi possono seguire dei comportamenti che vanno nella direzione non desiderata o addirittura opposta.

Un punto di forza nei Commons risiede nella capacità di cooperazione e coesione tra i suoi membri, tale da permettere l’adozione di un sistema premi-punizioni con sanzioni contenute per i trasgressori. Ne è esempio il villaggio svizzero di Torbel.

Quando non è possibile nascondersi ed il senso di vergogna e colpa per aver tradito la fiducia di parenti ed amici – e più in generale dei membri stessi della comunità cui è affidato il monitoraggio del comportamento – è notevole, si può abbassare l’asticella delle punizioni.

In un mio precedente articolo ho affrontato tale tematica ricordando lo storico motto di Tacito “troppe leggi, troppa corruzione”.

Maggiore focus sulla dimensione patrimoniale anziché reddituale

Entrambi i settori pubblico e privato sono condizionati dalla schiavitù del risultato a breve termine. L’incidenza dei Commons sulla dimensione reddituale dipende dalla quantità di beni e servizi immessi sul mercato e dalla forma contrattuale – spesso volontaria – del fattore lavoro. In realtà il maggiore sviluppo di un “terzo settore” necessita di notevoli risorse. In un precedente articolo è stato esaminato un modello che incentiva l’accesso agli spazi del territorio. La Svezia è di esempio anche nel contrasto all’evasione fiscale: anche le multe per infrazioni al Codice della Strada sono aumentate proporzionalmente al reddito – sistema adottato dal 1921 nella vicina Finlandia – di chi commette la violazione. 

Sono diversi gli indicatori ipotizzati negli ultimi anni come complementari o alternativi al Prodotto Interno Lordo: la dimensione patrimoniale potrebbe essere affiancata al Prodotto Interno Lordo.

Beni come parchi, strade e spiagge non sempre sono suscettibili di conversione in attività economica, se non a condizioni che tutelino comunque l’interesse collettivo.

In tal senso, è assai rilevante la dimensione patrimoniale dei beni comuni. È – o dovrebbe essere – interesse delle giovani generazioni in particolare la conservazione nel lungo periodo delle risorse energetiche, naturali e culturali. Tra cinquant’anni le foreste dovranno assorbire non meno..della quantità di Co2 che assorbono oggi. I corsi d’acqua montani dovranno preferibilmente essere ancora in grado di produrre energia idroelettrica. I terreni agricoli dovranno garantire produttività e fertilità come oggi. Questo perché  il progresso tecnologico potrà anche fare miracoli, ma nei limiti dettati da Madre Terra.

Dai prossimi anni diventeranno la norma nuove imprese guidate da imprenditori sociali, a metà tra lo scopo di lucro e il no- profit.

I dubbiosi del Common collaborativo

Una delle insidie  nella gestione dei Commons è individuata nella cosiddetta categoria dei “Free Riders”. Free rider è nel linguaggio economico, chi usufruisce di un bene pubblico senza pagare alcun prezzo.

Non esiste una definizione tanto puntuale e immediata per chi altera il valore patrimoniale di un bene comune nel lungo periodo, probabilmente a causa del ventaglio di reati ambientali e patrimoniali perpetrabili.

In un precedente articolo ho accennato alle implicazioni del degrado  – aggravato anche dal notevole ricorso al trasporto merci su strada –  delle infrastrutture stradali attuale e nel più remoto passato.

In campo agricolo sono più pressanti le istanze per ridurre lo spazio riservato all’agricoltura intensiva a favore dell’agricoltura biologica. Gli eventi climatici estremi hanno ridotto la popolazione di alberi nelle foreste.

Gli studiosi dei Commons – in primis l’economista Elinor Ostrom – hanno studiato le molte istituzioni per la gestione dei beni comuni che si sono succedute da mille anni a questa parte. Molte di queste sono sopravvissute a terribili eventi- che anzi, probabilmente hanno teso a rafforzare la resilienza nella gestione dei beni comuni – come siccità inondazioni guerre e pestilenze.

Secondo economisti più critici nei confronti dei Commons, i beni comuni sono destinati alla rovina a causa del Free Riding sopra descritto ed a causa del naturale egoismo umano, teorizzato da Adam Smith: nel mercato – arena competitiva per eccellenza-  ogni individuo cercherebbe solo il proprio diretto tornaconto. Inoltre, il solo pensiero che si possa scegliere liberamente di perseguire l’interesse collettivo è inconcepibile per molti economisti fautori del libero mercato. Stiamo parlando di convinzioni che contrastano con le ricerche dei biologi dell’evoluzione e degli scienziati neurocognitivi compiute negli ultimi vent’anni.

Dopotutto, l’altruismo è un’ altra forma di egoismo. L’ altruista vuole conquistare sentimenti di fiducia, affetto e riconoscenza nei suoi confronti. Come dire: tutto l’universo obbedisce all’amore.

Governare i Commons  nell’era delle infrastrutture digitali.

Gli esperimenti di laboratorio insomma indicano che quando gli individui sono messi nella condizione di poter dettare le regole per la gestione delle risorse di proprietà Comune, essi approdano intuitivamente a qualche variante dai principi progettuali che in tutto il mondo hanno dato forma e direzione alla gestione dei Commons.

Elinor Ostrom nei suoi collaboratori sono arrivati a individuare 7 principi progettuali che si possono ritenere intrinseci a tutti i Commons esaminati:    http://www.prodocs.org/wp-content/uploads/2016/12/1.8-Governare-i-beni-comuni_Ostrom.pdf

La possibilità di intrattenersi nella pubblica piazza – oggi sempre più virtuale – è esempio di diritto consuetudinario. La percezione di libertà quando navighiamo nelle moderne infrastrutture digitali è perlopiù apparente. Lo sanno bene i giovani che si sono affacciati al mercato del lavoro dopo la grande crisi del 2008 concomitante al pieno sviluppo dei social network.

La tutela dei nostri diritti nell’accesso alla Rete – dove sono diffuse le Licenze Creative Commons – sarà fondamentale negli anni a venire.

PER SAPERNE DI PIU’

La società a costo marginale zero. L’Internet delle cose, l’ascesa del Commons Collaborativo e l’eclissi del capitalismo, Milano, Mondadori, 2014

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