La morte e il ricordo a Roma nella “Cena di Trimalchione”

Trimalchione, personaggio iconico del Satyricon di Petronio, descrive con estremo realismo l’ossessione romana per la sopravvivenza del ricordo.

La cosiddetta “Cena di Trimalchione” è il più lungo episodio pervenutoci del Satyricon (letteralmente “racconti satireschi”), romanzo della letteratura latina, scritto da Petronio intorno alla metà del I secolo d.C., durante il regno dell’imperatore Nerone (54-68 d.C.). Inserita all’interno del XV libro, l’unico dell’opera ad essersi conservato integralmente, la Cena vede la partecipazione dei tre protagonisti della storia, Encolpio, Gitone e Ascilto, al lauto banchetto offerto dal liberto Trimalchione, ex-schiavo arricchitosi grazie al commercio.

Il convito si svolge in un susseguirsi di scenette a sé stanti, nelle quali i discorsi retorici dell’anfitrione e dei suoi ospiti si alternano a storielle scabrose, danze, spettacoli circensi e incontri erotici. Tra queste, di grande interesse risulta quella in cui Trimalchione, rivolgendosi al marmista Abinna, descrive con minuzia di particolari il suo monumento funerario:

Volgendosi poi ad Abinna, «Di’ un po’, – fece, – mio buon amico, me la stai costruendo la tomba nel modo che ti ho ordinato? Ti prego, ve’, che ai piedi della mia statua tu ci dipinga la cagnetta, e corone, e profumi, e tutti gli scontri di Petraite, che a me tocchi, grazie a te, di esser vivo anche dopo morto. […] Che intorno alle mie ceneri io voglio frutti d’ogni specie e viti in abbondanza. […] E ti prego che … della tomba tu ci faccia anche delle navi che se ne vanno a gonfie vele […]. Se ti pare, facci anche i triclini. […] Alla mia destra ci metterai la statua della mia Fortunata con una colomba in mano […]. In mezzo a tutto un orologio, che chiunque guardi l’ora, volente o nolente, debba leggere il mio nome. Anche per l’epitaffio guarda un po’ se ti pare che questo possa andare: “C. Pompeo Trimalchione Mecenaziano qui riposa. Gli fu decretato in sua assenza il sevirato. […] Pio, forte, fedele, venne su dalla gavetta, lasciò trenta milioni di sesterzi, né mai andò a lezione da un filosofo. Sta’ bene – E anche tu”».

(Traduzione di V. Ciaffi, cap. 71)

La straordinaria importanza di questo passo si deve al quadro estremamente realistico che Petronio, attraverso il monologo di Trimalchione, restituisce del rapporto tra la società del suo tempo e la morte; quadro, peraltro, la cui storicità trova conferma nelle epigrafi e nei monumenti funerari disseminati per tutto il territorio dell’impero romano.

Le decorazioni figurative e le iscrizioni che compongono la tomba del liberto mirano, innanzitutto, alla ricostruzione della sua biografia. A questo fine, in particolare, concorrono:

  • le immagini del defunto e dei suoi affetti, quali la sua statua-ritratto, quella della moglie Fortunata e la raffigurazione dell’amata cagnetta;
  • l’allusione alla sua professione, cui è da ricollegare la rappresentazione delle “navi che se ne vanno a gonfie vele”, emblema dell’attività mercantile da lui esercitata;
  • la menzione della carriera politica, che nell’epitaffio (ossia l’iscrizione sepolcrale) verte sulla concessione della magistratura del sevirato;
  • infine, il ricordo della sua passione sportiva, che si evince dalla richiesta di dipingere i combattimenti di Petraite, famoso gladiatore di epoca neroniana.     

Di grande interesse, poi, risultano gli espedienti volti a convincere il viaggiatore a sostare presso il monumento, così che possa leggerne il contenuto. Nel discorso di Trimalchione si riconoscono:

  • la pratica di ricavare uno spazio adibito a giardino nell’area della sepoltura, adornato con “frutti d’ogni specie e viti in abbondanza”, che doveva indurre il viandante a riposare all’ombra, fine cui concorre anche l’inserimento di “triclini” (o panchine);
  • l’instaurazione di un dialogo tra il defunto e il passante, generalmente introdotto dall’esplicito invito a fermarsi, di cui è prova il saluto di congedo “Sta’ bene” (in latino: Vale) rivolto dal morto al vivo, il quale ricambia rispondendo “E anche tu” (in latino: Et tu).

Tuttavia, l’accorgimento cui Trimalchione riserva maggior rilievo è la collocazione, “in mezzo a tutto”, di un orologio (o meridiana), “che chiunque guardi l’ora, volente o nolente, debba leggere il mio nome” (in latino: ut quisquis horas inspiciet, velit nolit, nomen meum legat).

Con questa affermazione, il liberto esprime tutta l’ossessione che i Romani nutrivano per la sopravvivenza dopo la morte. Infatti, profondamente superstiziosi e poco legati a una prospettiva ultraterrena, essi credevano che solo nominando una persona, e dunque, suscitandone il ricordo, la si potesse sottrarre per un breve istante all’oblio eterno, riportandola in vita nella memoria collettiva.

È questo, del resto, il fine ultimo del monumento funerario nel suo complesso, come si apprende dall’importanza attribuita da Trimalchione al lavoro di Abinna: “che a me tocchi, grazie a te, di esser vivo anche dopo morto” (in latino: post mortem vivere). Ecco dunque che rimanere sine titulo, sine nomine (“senza iscrizione sepolcrale”, “senza nome”), come Plinio il Giovane ricorda essere accaduto a Lucio Verginio Rufo (Lettere 6.10), era considerato destino peggiore della morte stessa.

Così, convinti che bronzo e marmo fossero eterni, i Romani affidarono a iscrizioni e monumenti funerari ogni loro speranza di sopravvivenza. Queste pietre, di cui Petronio, attraverso la voce di Trimalchione, restituisce una splendida testimonianza letteraria, raccontavano, di fatto, la storia delle persone, perpetuandone il ricordo. Ebbene, la loro memoria, come dimostra questo articolo, pare non sia ancora stata dimenticata.

* immagine di copertina: Roberto Bompiani, A Roman Feast, fine XIX secolo, Getty Museum (credits: flickr.com/photos/mharrsch/40089593493)

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