La canzone di Zeza tra rito e spettacolo.

La canzone di Zeza non è solo uno spettacolo carnevalesco tipico del sud Italia ma un vero e proprio rito paraliturgico.

La canzone di Zeza è uno dei pochi esempi di rappresentazione teatro-rituale ancora presente in Italia, ovviamente questo spettacolo contiene legami con le tradizioni contadine, rituali, liturgiche e paraliturgiche.

Le prime rappresentazioni di questa commedia risalgono al ‘600 nella Napoli del vicereame spagnolo dove era noto il personaggio di Pulcinella, il quale veniva associato alla figura della consorte Lucrezia detta Zeza. La Canzone di  Zeza veniva interpretata da attori professionisti durante le festività carnevalesche. La metrica del canovaccio è simile alle composizioni tipiche del ‘500 in cui la strofa si articola in due settenari e un endecasillabo; solo nel ‘700 acquista melodie e toni dell’arietta o del minuetto.   

Pulcinella e Sig. Lucrezia

I personaggi principali della commedia sono Lucrezia detta Zeza, Pulcinella, Vincenzella o Tolla, Don Nicola e infine l’abate Sarchiapone. Ogni personaggio incarna un archetipo: la maschera di Pulcinella rappresenta una variante comica del processo di morte. La Zeza con la sua determinazione del far provare alla propria figlia i piaceri della carne ricorda molto una prostituta ma anche la dedizione di una madre, la Zeza ha duplice natura: sacra e profana. Don Nicola rappresenta il processo e la condanna, invece, Vincenzella viene ritenuta come la “madre fallica” perché ha una carattere deciso, atteggiamento maschile (per l’epoca) motivo per cui viene interpretata sempre da un attore di sesso maschile; infine c’è l’abate Sarchiapone il quale rappresenta la benedizione sacra per gli sposi. 

In  conclusione, La Canzone di Zeza non è solo uno spettacolo carnevalesco, ma un vero e proprio spettacolo paraliturgico che ci mette in contatto con il passato.

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