Il Signore dell’Anello: Policrate di Samo

Con la novella di “Policrate e l’anello”, Erodoto restituisce un esempio della concezione fatalistica propria della Grecia arcaica.

La novella di Policrate e l’anello

Erodoto, Storie, libro III, capp. 39-43:

Policrate, tiranno dell’isola di Samo, situata nel mare Egeo, era noto in tutta la Grecia per la sua potenza e la sua grande fortuna. Ovunque egli si dirigesse a far guerra, tutto gli riusciva felicemente. Con le sue cento navi e i suoi mille arcieri compiva rapine e saccheggi, occupava numerose isole e molte città di terraferma, conquistando così un grande potere e numerose ricchezze.

Però, Il faraone d’Egitto Amasi, amico di Policrate, temeva per l’eccessiva fortuna del tiranno. Vedendo che questa non si arrestava ma che, al contrario, cresceva di giorno in giorno, gli inviò una lettera che diceva: “Policrate, per me è dolce saperti in buone condizioni, ma le tue fortune non mi danno piacere, poiché conosco la divinità e so che è invidiosa. Infatti, non ho ancora sentito dire di nessuno che, essendo fortunato in tutto, non sia finito male. Perciò dammi retta e fa’ come ti dico: prendi l’oggetto per te più prezioso e per la cui perdita molto soffriresti e buttalo via, in modo da non poterlo mai più ritrovare”.

Policrate, allora, comprendendo che Amasi lo consigliava bene, prese dai suoi tesori un anello che era solito indossare, forgiato in oro e con un sigillo incastonato inciso in pietra di smeraldo. Quando dunque ebbe deciso di liberarsene, ordinò ai suoi uomini di condurlo su una nave in mare aperto: qui, alla vista di tutti, si sfilò l’anello e lo gettò nelle acque dell’Egeo. Tornato poi a casa, provava grande dolore per la perdita del prezioso cimelio.

Pochi giorni dopo, tuttavia, un pescatore si recò al palazzo di Policrate portando con sé un dono: si trattava di un pesce grande e bello che egli, spiegava, non aveva ritenuto giusto portare al mercato, giudicandolo invece un regalo degno del tiranno. Policrate, allora, contento di quelle parole, ricompensò il pescatore invitandolo a pranzare con lui, ma quando i servitori tagliarono il pesce scoprirono nel suo ventre l’anello di cui Policrate si era liberato. Essi, dunque, lo portarono al loro signore ed egli, comprendendo che il fatto era di origine divina, scrisse in una lettera tutto ciò che era accaduto e la fece recapitare ad Amasi.

Il faraone, letto il messaggio, capì allora che è impossibile a un uomo sottrarre un suo simile al destino che lo sovrasta e che Policrate, fortunato in tutto, avrebbe fatto una brutta fine. Così, in modo che egli stesso non si rattristasse per le sventure che avrebbero colpito l’amico, ruppe il rapporto di amicizia che li legava.

La macabra fine di Policrate, narrata da Erodoto nelle pagine finali del libro III (capp. 120-125), conferma quanto Amasi aveva presagito. Ingannato, infatti, dal satrapo persiano Orete, che lo aveva attirato alla sua corte con la falsa promessa di grandi ricchezze, Policrate venne da lui barbaramente ucciso e impalato.

Fatalismo, invidia divina e hybris umana

Con la novella dell’anello di Policrate, Erodoto tradisce la concezione fatalistica, propria della Grecia arcaica, secondo cui tutto ciò che accade segue il percorso prestabilito dalla volontà divina. In un altro passo della sua opera, lo storico esprime a chiare lettere questo principio:

Ciò che deve accadere per volontà divina è impossibile che un uomo lo eviti…Questa è la pena più dolorosa per gli uomini: sapere molto e non avere alcun potere. (Storie, libro IX, cap. 16)

È questa la natura del destino di Policrate, rispetto alla quale nemmeno Amasi può nulla. Di fronte alla fortuna dell’amico, infatti, che ritrova addirittura quanto getta via, il faraone capisce che è impossibile a un uomo sottrarre un suo simile al destino che lo sovrasta.

Il fato, dunque, è ineluttabile ed è tracciato dagli dèi, poiché sono loro a guidare l’uomo lungo la via che porta alla rovina. Così, il ricongiungimento dell’anello col suo signore (quasi una rilettura del finale di un famoso romanzo fantasy) è un prodigio di origine divina, segno che sono proprio gli dèi a condurre Policrate verso un tragico destino.

Ad esso, tuttavia, contribuisce anche la hybris del protagonista, atteggiamento di “violenza” e “tracotanza” tipico di chi, giunto al culmine della potenza, non vi sa porre freno, sviluppando l’ambizione di prevaricare i limiti imposti dalla natura o dalle leggi. Essa suscita l’avversione delle divinità, di indole gelosa e turbolenta, mosse non da principi morali, bensì dall’amor proprio, dal desiderio di vendetta e di persecuzione.

Tale temperamento è sintetizzato da Erodoto nelle parole del persiano Artabano, pronunciate nel tentativo di dissuadere Serse dall’invasione della Grecia:

Guarda come il dio fulmina gli esseri viventi troppo vistosi e come non ne sopporta la vanità, mentre i piccoli non lo irritano affatto! Guarda come scaglia sempre le sue saette sugli edifici e sugli alberi più alti! Il dio si compiace di umiliare tutto ciò che si esalta! (Storie, libro VII, cap. 10)

Per questi motivi, l’eccessiva prosperità di Policrate preoccupa l’amico Amasi, il quale lo avverte che la divinità è invidiosa e che nessuno è mai scampato al fatale destino di quanti godono di fortune eccessive. Il tiranno, tuttavia, non comprendendo il significato funesto dei suoi successi, si lascia infine ingannare da Orete, tradito dalla sua avidità e dall’hybris che rende gli uomini invisi agli dèi.  

Per approfondire:

D. Asheri (a cura di), Erodoto. Le Storie. Libro I. La Lidia e la Persia, Milano 1988, pp. xlv-xlviii.

D. Asheri, S.M. Medaglia (a cura di), Erodoto. Le Storie. Libro III. La Persia, Milano 1990.

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