Il Sefer ha-Zohar

Lo Splendore della Cabbala.

Non vi è, senza alcun dubbio, in tutta la Cabbala (in ebraico קַבָּלָה‎, che significa letteralmente “ricevuta”, “tradizione”) un libro che abbia destato così scalpore, creato un dibattito tanto acceso e rivoluzionato l’esoterismo ebraico, come il Sefer ha-Zohar (il Libro dello Splendore). Questo, per la sua importanza, è stato spesso equiparato, se non alla Torah, quantomeno allo stesso Talmud (in ebraico תַּלְמוּד‎, traducibile con “insegnamento”, “studio”), classificandosi come uno dei testi più importanti di tutta la cultura ebraica. Tutta la sua storia, così come il suo messaggio, è intrisa di mistero e di un’aura mistica che, sicuramente, ne hanno aumentato la fama.

Il testo è comparso per la prima volta nella seconda metà del XIII secolo e, per un considerevole numero di tempo, l’identità dell’autore di questa importantissima opera è rimasta avvolta nell’ombra.

Secondo la leggenda, lo Zohar sarebbe stato scritto dal mitico rabbino Shim’on bar Yochai, uomo dotto e pio vissuto tra il I e il II secolo dopo Cristo, autore di importantissime opere, come i commentari dell’Esodo, del Deuteronomio e del libro dei Numeri, o le omelie di carattere legale, le Sifre e le Mekhilta.  Il rabbino avrebbe composto l’opera, rimasta celata per ben undici secoli, in una grotta con alcuni discepoli illuminati, studiando e analizzato i misteri della Torah, per un periodo di tredici anni.

Oggigiorno, invece, si identifica l’autore nel rabbino Moses ben Shem-Tov de Leon (1204 – 1305), uomo di vasta cultura, vissuto a Guadalajara. L’ipotesi, già presentata dal rabbino Yitzchaq di Akko che diffuse la testimonianza della vedova di de Leon, non sembrerebbe così azzardata, viste le fortissime influenze moderne contenute nel testo. Difatti, Moses era uno studioso estremamente esperto, vasto conoscitore anche degli insegnamenti dei grandi rabbini Moshe ben Maimon (Cordova, 1135 – Il Cairo, 1204) e Abraham ben Samuel Abulafia (Saragozza, 1240 – Comino, 1291), nonché sia della scuola di pensiero del gruppo cabbalistico di Gerona, sia degli gnostici della Castiglia.

Tuttavia, a causa delle notevoli variazioni di linguaggio, di stile e addirittura di ideologia, molti studiosi ipotizzano che lo Zohar sia effettivamente un’opera di gruppo, composta da numerosi rabbini nel corso degli anni (uno tra questi è sicuramente de Leon).

Tralasciando il dibattito su chi sia l’autore materiale del testo, quando l’opera è stata resa pubblica ha creato un vero e proprio scalpore per la propria rappresentazione della divinità e della “comprensione” di quest’ultima. Secondo lo Zohar Dio è misteriosamente riflesso in se stesso, cercato e bramato costantemente dal mistico, in tutto l’arco della sua vita. Tuttavia, Dio non possiede né attribuzioni né qualità alcuna, presentandosi come En Sof (infinito), facendosi scorgere dal cabbalista mediante le sue dieci principali emanazioni, le Sefiròt, che, però, possiedono anch’esse infinite sfumature.

La Torah, che è il grande corpo simbolico dell’essenza di Dio, assume un’importanza ancor più grande. Difatti, il testo non può essere in alcun modo compreso, ma solo spiegato in maniera piuttosto approssimativa, che vede ogni versetto come custode di un significato celato.

Nel testo dello Zohar, inoltre, viene accettata e supportata, per la prima volta, l’idea che sia possibile applicare alla Torah ben quattro differenti metodi interpretativi (idea, fino a quel momento, appartenente esclusivamente ai commentatori cristiani): letterale, haggadico, allegorico e mistico (il più importante all’interno del mondo della Cabbala).

L’opera, nonostante si presenti come particolarmente frammentata, si pone l’arduo compito di interpretare, su scala globale, l’universo unificato nella vita divina. Per arrivare al risultato, però, non viene proposta un’unica strada, ma sono permessi più approcci d’indagine, così come sono le sfumature di Dio. Un Dio con cui l’uomo possiede un forte rapporto di amore e timore, necessari per permettere il ritorno a un equilibrio cosmico. Invero, all’interno della forte tensione, che nello Zohar possiede chiari connotati sessuali, che si manifesta tra Dio e la Shekhinàh (traducibile come “dimora”, “abitazione”, intendibile come la manifestazione della divinità), solo il retto e giusto comportamento del popolo di Israele (“l’amore verso Dio” ,definito come Deveqùt), possono portare l’universo a una situazione di quiete. L’amore, il timore, la castità, la purezza d’animo, l’impegno dello studio, l’impegno nella preghiera, l’etica e tutti gli altri elementi esaltati all’interno delle pagine dello Zohar sono necessari per far sì che la divinità, “separata” nella collera della mano sinistra e nella grazia e nell’amore della mano destra (anche le Sefiròt sono separate in tal senso), non turbi la propria condizione di pace.

Il testo, com’è facile intuire, ebbe considerazioni differenti e piuttosto contrastanti. Il più importante storico ebreo dell’Ottocento, Heinrich Graetz, ha definito il Sefer ha-Zohar come una falsificazione, creata da un uomo che non poteva vantare nulla se non la propria fantasia e l’abilità di far valere quel poco che era riuscito ad apprendere. Secondo Gershom Scholem, invece, lo Zohar è un testo che desta profonda ammirazione. Il più illustre studioso di mistica ebraica di tutto il Novecento, infatti, ha affermato che l’opera è una straordinaria manifestazione dell’anima ebraica, concordando con le parole proferite dal rabbino Pinkas di Koretz, che aveva l’abitudine di rendere grazie a Dio per essere nato dopo la scrittura dello Zohar.

Che lo si apprezzi o meno, che si voglia credere alle sue origine mitiche o che lo si consideri un’artificiosa “contraffazione”, è indubbio che il Sefer ha-Zohar abbia avuto un eco particolarmente importante sin dalla sua apparizione, ormai più di 700 anni fa. Risonanza che ha varcato i confini religiosi dell’ebraismo, arrivando a conquistare anche numerosi studiosi cristiani e musulmani e che, ancora oggi, riesce ad affascinare migliaia di lettori e di ricercatori. Forse la “verità” in merito al testo non verrà mai appurata con assoluta certezza, rimanendo inafferrabile come le varie essenze di Dio, ma quel che è assodato è che la bellezza di quest’opera continuerà ad affascinare chiunque voglia avvicinarsi ai suoi misteri.

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