socialità

Il lato oscuro della socialità

La socialità sembra si sia evoluta attraverso l’arte della guerra. L’essere umano può sviluppare altre strade per essere più sociale?

Alle radici della cooperazione

Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum” – “Dunque chi aspira alla pace, prepari la guerra” Sono le parole, un po’ sinistre ed oscure, dell’autore latino Vegezio, contenute nel suo trattato sull’arte della guerra. Forse aveva proprio ragione. Per l’essere umano, essere all’apparenza sociale, non sembra ci sia vera pace, anzi pare che la pace abbia dei costi enormi. Ne è convinto ad esempio Walter Scheidel, docente di Storia antica alla Stanford University che nel suo “La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria ad oggi ” affronta il tema della disuguaglianza distributiva nel corso della storia dell’umanità: ovvero di come la ricchezza si sia spostata ed accumulata nelle mani degli esseri umani durante le varie epoche. Mai come oggi la ricchezza è stata così concentrata nelle mani di pochi. Per dirla con le parole del professore: “la crescente e persistente disuguaglianza è divenuta una caratteristica distintiva dell’Olocene”. Perché? In estrema sintesi, questo sembra essere il prezzo della pace; almeno per ciò che la storia ci insegna. Secondo l’analisi di Scheidel, la ridistribuzione della ricchezza nei gruppi sociali si è verificata sempre a seguito di drammatici shock che hanno prodotto delle rotture violente col passato: tra questi, in primis, troviamo la guerra. Non una guerra qualsiasi. Ad esempio, gli shock delle due guerre totali moderne del secolo scorso, “mobilitando persone e risorse secondo una scala che spesso era alla portata solo degli Stati-nazione moderni”, talmente vasta da mettere in discussione i privilegi delle classi abbienti, hanno dato origine “a quella che è nota come grande compressione, un’enorme attenuazione delle disuguaglianze di reddito e ricchezza avvenuta nei paesi sviluppati”.

La guerra in fondo sembra perseguitarci, quasi tentarci, mostrandoci anche il suo lato prezioso. Forse nel profondo l’amiamo. E’ quello che si è chiesto un’altra mente geniale del nostro tempo: James Hillman. Lo psicologo junghiano, nel suo “Un terribile amore per la guerra” ci mette di fronte ad una cruda realtà: la guerra è normale. Nell’arco di cinquemilaseicento anni di storia scritta sono state registrate quattordicimilaseicento guerre. Leggendo la storia della nostra civiltà, sembra quindi che la guerra non sia uno stato opposto alla pace, piuttosto che la pace sia quel breve intervallo che ci separa dalla prossima guerra. “La guerra”, scrive Hillman “appartiene alla nostra anima come verità archetipica del cosmo. E’ un’opera umana e un orrore inumano, e un amore che nessun altro amore è riuscito a vincere”. Sono parole taglienti, che lasciano senza fiato. Saremmo quindi terribilmente innamorati della guerra?

Da dove nasce questo connubio tra amore e guerra? Hillman si rifà al mito, partendo dall’assunto che: ”i personaggi dei miti ritraggono le caratteristiche della natura umana, e la psicologia è mitologia in abiti contemporanei” . Protagonisti sono Ares, dio greco della guerra, Aphrodite, dea della bellezza, e il loro amore contrastato. Due opposti che, come spesso accade, si attraggono: la potenza, la forza bruta, la violenza da una parte, la bellezza, la seduzione e la forza dell’attrazione sessuale dall’altra. Dalla loro unione nascono vari figli, tra cui: Fobos, dio della paura, Deimos, dio del terrore, ma anche Eros e Anteros, l’amore come potenza sessuale e l’amore non corrisposto, infine Armonia, dea dell’amore romantico, della concordia e dell’armonia.

Hillman trae dal mito di Ares e Aphrodite l’essenza profonda della contiguità tra gli uomini e la guerra. Un mito che parla di una forza guerriera come fonte di erotismo e di bellezza, generatrice di sensazioni estreme e di significato, di altruismo, di una connessione con qualcosa di più grande. Lo psicologo nel suo libro riporta diverse esperienze di chi ha vissuto in prima persona la guerra rimanendone in qualche modo affascinato: “Sai che non amo la guerra né voglio che torni” racconta un reduce “ma almeno mi ha fatto sentire vivo, come non mi sono sentito vivo né prima né dopo”; oppure “Non mi sarei voluto trovare in nessun altro posto al mondo. Sono rari i momenti della vita in cui un uomo ha la fortuna di sentirsi in perfetta armonia con il tempo e il luogo in cui è. Sarebbe stato un buon momento per morire… non mi viene di scusarmi per il piacere che ho provato… era come innamorarsi di nuovo, come una scarica sessuale intensissima, che avrei solo voluto godere, senza pormi domande”. Si rimane sbigottiti di fronte a certe affermazioni, ma negare l’evidenza o catalogarla come devianza della natura umana non aiuta. Come spiega Hillman” Con tutta evidenza la storia mostra un amore imperituro per la guerra. Su questo punto dobbiamo tenere a freno il nostro pacifismo, la nostra condanna politically correct della guerra, delle sue emozioni e dei suoi strumenti: altrimenti non possiamo avvicinarci a essa. Questo fenomeno non schiuderà i propri segreti a uno psicologo carico di pregiudizi personali. Inoltre Ares ama soprattutto i nemici testardi che marciano contro di lui cantando slogan e sventolando bandiere. Il modo migliore per mettere la guerra fuori combattimento è forse quello di conoscere in modo più intimo il desiderio che se ne ha, la bellezza che possiede, il piacere che se ne prova: seguire gli stratagemmi di Aphrodite per far breccia nel cuore di Ares, così da imparare cose nuove sul suo fascino. E, se è possibile penetrare il segreto della guerra, potremmo anche scoprire altri modi di soddisfare le sue richieste, altri modi di “andare in guerra” senza andare letteralmente in guerra.”

La guerra, in quanto luogo di esperienza estrema per l’essere umano, ha una sua peculiarità: può far emergere il lato più brutale di ognuno di noi come quello migliore. Fratellanza, cameratismo, solidarietà, pietà, altruismo, coraggio, sono tutte qualità che contraddistinguono l’essere umano, anzi che distinguono l’essere umano dagli altri esseri viventi.

Come dimostrato dagli studi dello psicologo Michael Tomaselloin una prospettiva evoluzionistica, la cosa più notevole della società umana è la molteplicità delle forme di cooperazione”. A sopravvivere ed evolvere nel corso dell’evoluzione dell’animale uomo non sarebbero stati i soggetti più forti o più aggressivi, ma quelli più collaborativi. Per questo lo psicologo ci definisce una specie ultrasociale. L’ultrasocialità è un concetto, come quello di eusocialità, mutuato dalla biologia evolutiva che descrive come alcune specie raggiungano il successo evolutivo attraverso la collaborazione tra individui. In parole povere, non è altro che la capacità degli esseri umani di cooperare in gruppi complessi di individui geneticamente non imparentati. Il che ci differenzia dai cosiddetti animali eusociali, in cui gli individui costituenti tali società altrettanto complesse sono o geneticamente identici, come negli invertebrati coloniali, o strettamente imparentati. In base alle sue ricerche, Tomasello individua un’altra peculiarità dell’essere umano ovvero che la cooperazione nella nostra specie non viene messa in atto solo per l’ottenimento di un risultato materiale condiviso, ma anche per condividere informazioni ed esperienze utili alla collettività e alle generazioni successive. Tale capacità è quella che ci ha permesso di forgiare i linguaggi e le culture, oltre che tutta una serie di strumenti. Di primo acchito, questo scenario, guardando indietro alla storia della civiltà umana, potrebbe sembrare strano, forse troppo idilliaco. L’egoismo e le prevaricazioni sembrano aver segnato da sempre il cammino della nostra specie. E’ dimostrato, però, che l’evoluzione della società e quindi dell’animale uomo, va seguita su due livelli: quello inter-gruppo e quello intra-gruppo. Se a livello intra-gruppo singoli individui egoisti possono prevalere su individui altruisti, la traiettoria evolutiva ci dimostra che a livello inter-gruppo, i gruppi altruisti hanno sempre prevalso su quelli composti da individui egoisti e quindi poco collaborativi. Quanto detto manda definitivamente in pensione tutti quei concetti che descrivevano l’evoluzione rigorosamente come il risultato della sola competizione individuale. Un punto di vista, questo, che ha pericolosamente influenzato, e purtroppo continua a farlo, aree più disparate del sapere, come l’economia e la politica in cui prevale una visione della vita come di una guerra di tutti contro tutti (Bellum omnium contra omnes).

Nelle parole di Tomasello: “le nostre menti sono il prodotto di un’intelligenza competitiva e una saggezza cooperativa, e il nostro comportamento è una combinazione di amore fraterno e ostilità verso chi ci appare estraneo”. Così il bipede umano, a piccoli passi, ha imparato a mettersi d’accordo l’uno con l’altro non solo per fare le cose insieme, ma per farle meglio.

Ma per fare cosa in particolare? Purtroppo la guerra. E’ questa la risposta che ci viene dal lavoro di un altro interessante studioso: Peter Turchin autore del libro “La scimmia armataL’arte della guerra e l’evoluzione della società ”. L’autore, professore di biologia evolutiva e antropologia all’Università del Connecticut, è co-ideatore di una nuova branca di studio, la Cliodinamica (unione di Clio – nome della musa della Storia – e dinamica, nel senso di cambiamento). La Cliodinamica nasce come area di ricerca transdisciplinare per analizzare e validare, attraverso modellizzazioni matematiche, ipotesi riguardanti l’evoluzione dei processi sociali di lungo termine. Cosa ci dice Turchin? Partiamo da questo assunto: negli ultimi 10.000 anni, la società umana è passata da una forma di aggregazione altamente egualitaria che coinvolgeva poche decine di persone per gruppo (cacciatori-raccoglitori) a strutture sociali sempre più complesse, abitate da milioni di persone e basate su strutture di governo elaborate, nonché grandi divisioni economiche e sociali.

La tesi di Turchin è molto semplice. Guardando i dati, l’evoluzione delle società umane può essere vista come il risultato di una competizione tra società, dove la vittoria va a coloro i cui membri sono stati in grado di collaborare meglio. La stanzialità, con la nascita delle società agricole, ha innescato automaticamente un tipo particolare di competizione tra gruppi ovvero la guerra (difesa del territorio, conquista di nuovi territori da sfruttare).

Leggendo la storia, il massacro più antico, ad oggi, di cui abbiamo traccia è quello di Nataruk in Kenya, dove sono stati trovati i corpi trucidati di 27 individui, tra uomini, donne e bambini. Il sito data 10.000 anni fa, un periodo dove l’uomo ancora viveva in gruppi di cacciatori-raccoglitori. Una scoperta che all’inizio, retrodatando la nascita della guerra alle società pre-agricole, ha riacceso vecchie diatribe: la guerra è nata con la civiltà o è insita nel Dna dell’essere umano? Gli assertori della tesi dell’homo homini lupus per un po’ hanno cantato vittoria…ma fortunatamente per poco. Sulla bontà del nostro Dna sembra ci sia ancora speranza.

Come riportato in un articolo del 2016 sul The Washington Post dedicato al ritrovamento, uno dei coautori dello studio esplicitava alcune perplessità. Secondo Robert Foley, antropologo e archeologo britannico, i resti sembrano appartenere senza dubbio a un gruppo di cacciatori-raccoglitori che vivevano sul bordo lussureggiante di una laguna. Ma ci sono innumerevoli evidenze che indicano che questi gruppi erano più sedentari della maggior parte delle comunità di foraggiamento, visto che l’area poteva offrire tantissime risorse e in abbondanza. Una di queste evidenze è la presenza di contenitori in argilla ritrovati nel sito, indicazione che il gruppo praticava già una qualche forma di accumulazione di risorse in eccesso (pratica del tutto estranea ai gruppi di cacciatori-raccoglitori). Probabilmente, conclude Foley, un altro gruppo ha trovato l’area attraente e si è accesa la competizione per essa.

La lotta per le risorse di un territorio si confermerebbe quindi come il presupposto di base per la nascita della guerra. Soprattutto dopo che l’uomo ha raggiunto un certo grado di stanzialità.

A questo scopo, la capacità di collaborare tra individui (unirsi per raggiungere un fine comune) si è rivelata un enorme vantaggio competitivo. E’ questo il punto centrale della tesi di Turchin: la cooperazione, spinta dalla competizione militare, ha innescato la nascita di società con dimensioni e complessità sempre maggiori. La questione è di una logica banale. Un grande esercito normalmente avrà la meglio su di un esercito più piccolo. Ovviamente una società più grande avrà a disposizione più risorse e quindi potrà schierare eserciti più grandi. Ne segue che i villaggi avranno la meglio sulle bande di nomadi, le città sui villaggi, gli stati sulle città, i grandi stati su quelli piccoli, gli imperi sui grandi stati. In definitiva, la collaborazione permette di creare e gestire strutture sociali sempre più complesse. Ma l’individuo che vantaggio avrebbe a cooperare, ovvero a perseguire un bene comune anche a costo del sacrificio personale? E’ il cosiddetto “dilemma del cooperatore”. Turchin lo illustra così: ”Uno degli esempi più sorprendenti di cooperazione è l’arruolarsi volontariamente nell’esercito quando la tua nazione è stata attaccata. Il contributo che dai al bene comune è chiaro: se nessuno prestasse servizio nell’esercito, il tuo paese sarebbe invaso dal nemico, con conseguenze catastrofiche per tutti. Anche i costi di questa scelta sono chiari: un alta probabilità di essere uccisi o mutilati. In questi termini, il problema (dilemma) nasce dal fatto che mentre i benefici della cooperazione sono condivisi tra tutti, i costi sono a carico del singolo individuo.” Ovvio che se tutti agissimo come perfetti “agenti razionali” egoisti non ci arruoleremo mai. D’altra parte “gli economisti concordano da tempo che è irrazionale aiutare estranei, votare, andare a una manifestazione e obbedire alle leggi quando non c’è pericolo di essere scoperti […] ciò significa che una società composta da persone razionali egoiste non sarà in grado di generare abbastanza azione collettiva per respingere il nemico”; per questo, in termini evolutivi, perderà la competizione inter-gruppo e scomparirà.

Nell’ottica dell’evoluzione sociale la questione di come si sia sviluppata l’ultrasocialità è fondamentale. A tal proposito, va detto che i fattori che determinano l’evoluzione a livello sociale sono essenzialmente due: quello genetico e quello culturale. La dinamica evolutiva poi è semplice: ad una prima fase in cui la spinta evolutiva è stata prevalentemente genetica, ne è seguita una in cui la componente culturale ha preso il sopravvento.

Detto in parole povere, una volta che la specie Homo, per selezione, ha raggiunto lo stadio di Sapiens attraversando tutta una successione di modificazioni strutturali e comportamentali che sarebbe impossibile riassumere in poche righe, si è trovato, molto probabilmente per tutta un’altra serie di concause, tra cui i cambiamenti climatici alla fine del Pleistocene, a vivere in un ambiente che ne ha fortemente stimolato la stanzialità. Da qui l’innesco di un ciclo perverso che viene indicato dagli economisti col nome di trappola Malthusiana: più risorse ho a disposizione, più vivo bene; più vivo bene, più mi viene voglia di riprodurmi; più figli faccio, più risorse mi servono…fino a che le risorse per tutti scarseggiano. Allora nasce la competizione per accedere a nuove risorse, ovvero la guerra. E il dilemma del cooperatore come si risolve? Come già accennato parlando del lavoro di Tamasello, da un punto di vista evoluzionistico se i tratti egoistici del singolo individuo vincono nella competizione intra-gruppo, i tratti altruistici e cooperativi sono favoriti dalla competizione inter-gruppo. Se la selezione tra i gruppi è abbastanza forte, i tratti cooperativi si diffonderanno. In altri termini, i gruppi che non riescono a collaborare durante una competizione tra gruppi (organizzando un esercito ad esempio), saranno sottomessi da coloro che invece riescono a collaborare. Ne segue che i tratti genetici e culturali della non-cooperazione si estingueranno; soprattutto perché in passato i vincitori perpetuavano sistematicamente lo sterminio del gruppo che veniva sottomesso. Ed infatti, Turchin precisa che non tutte le guerre hanno contribuito all’evoluzione della società umana: solo quelle con un alta probabilità di estinzione del gruppo perdente (selezione forte). Un prezzo alto che l’uomo ha pagato per sviluppare uno dei suoi tratti più distintivi: cooperare. E questo gli ha permesso di costruire società sempre più complesse e… sempre meno violente.

Si, perché nonostante il mondo ci sembri ancora ben lontano dall’essere quell’oasi di pace a cui tutti aneliamo, nel corso della storia più recente, il tasso di probabilità di morire di morte violenta è sceso inesorabilmente. Oggi in Europa, ad esempio, la percentuale è addirittura inferiore a una morte violenta all’anno ogni centomila abitanti. Vi sembra troppo? Pensate, per secoli, la probabilità è stata del 20% e forse più (in pratica, una persona ogni cinque moriva di morte violenta).

In sintesi, usando le parole di Turchin: “la cooperazione si è evoluta come risultato della competizione tra le società, che storicamente ha assunto la forma della guerra. Ma guidando l’evoluzione di società complesse, la guerra ha anche reso le nostre vite meno violente e più sicure. E se questa tendenza continua, la guerra finirà per fallire.

Il celebre slogan “fate l’amore, non fate la guerra”, nato probabilmente nella controcultura americana degli anni ’60, forse ci da un altro indizio su quale potrebbe essere la strada da seguire per far fallire la guerra.

Fare confronti tra la specie umana e altre specie animali è complicato e spesso causa di fraintendimenti. Proviamoci comunque. Seguendo questa logica, tra quelle che vengono indicate come nostri cugini più diretti ci sono gli scimpanzé ed in particolare la specie bonobo (Pan paniscus). I bonobo, che abbiamo scoperto molto recentemente, e che rischiamo di salutare definitivamente a breve, dividono con noi il 99,9% del Dna e ci raccontano una storia evolutiva fatta di cooperazione ed altruismo, dove la violenza è stata soppiantata dal…sesso! Ebbene si.

La società dei bonobo, a differenza di quello che spesso accade in altre specie, non è strutturata su gerarchie maschili, ma sul matriarcato. Tra i bonobo non esiste violenza; ogni conflitto viene risolto facendo sesso. Addirittura il sesso viene usato come strumento di prevenzione dei conflitti! L’etologo e primatologo Frans de Waal li descrive come una specie egualitaria che ha sostituito il sesso all’aggressività: “ nel bonobo (il sesso) è parte integrante delle relazioni sociali e non solo tra maschi e femmine. I bonobo si impegnano nel sesso praticamente in ogni combinazione di partner (tranne che tra parenti stretti). Tra i bonobo le interazioni sessuali si verificano con più frequenza che tra tutti gli altri primati. Nonostante questo, il tasso di riproduzione dei bonobo in natura è più o meno lo stesso di quello dello scimpanzé. Una femmina dà alla luce un solo cucciolo a intervalli compresi tra cinque e sei anni. Quindi i bonobo condividono con la nostra stessa specie almeno una caratteristica molto importante, vale a dire una parziale separazione tra sesso e riproduzione.”

Un giornalista in un articolo di qualche anno fa, che elogiava la “Bonobo’s way” ovvero l’arte di vivere di queste simpatiche scimmiette, ammetteva, forse con un po’ di invidia: “lo fanno (il sesso) ogni 65 minuti, in tutte le posizioni possibili (compreso il bacio in bocca) con tutti i partner, maschi o femmine, che incontrano.”

E’ scontato poi che non abbiano il tempo né la voglia di fare la guerra. A parte gli scherzi, secondo i ricercatori ci sono alte possibilità che la società dei bonobo ci parli di quella che potrebbe essere stata la società dei nostri avi. Di quello che forse è ancora custodito nel nostro Dna. Anche se probabilmente, come si comportavano i nostri antenati nello “stato di natura” non lo sapremo mai.

La storia poi è cambiata; noi abbiamo preso un’altra strada: la cultura ha cambiato progressivamente il modo di vivere delle persone, aggregando e distanziando sempre di più i vari gruppi. Un’influenza decisiva.

Che ad un certo punto abbiano iniziato a farci la guerra è evidente. Che questo sia stato il prezzo che abbiamo dovuto pagare per diventare ultrasociali: probabile.

Riflettiamo però. Il mito è un codice, il modo un cui lo decifriamo ci da accesso a significati e quindi mondi differenti. La storia di Ares e Afrodite ci parla di sesso, di amore e di ciò che quell’unione ha generato, o meglio può generare continuamente. Storicamente, per noi umani i figli prediletti sono Fobos e Deimos, i nostri fratelli bonobo hanno continuato a dare vita a Eros e Armonia.

Per imparare non è mai troppo tardi. Per fare scelte differenti anche.

Bonobo’s way forever!

2 thoughts on “Il lato oscuro della socialità

  1. Viene riportato che “Oggi in Europa, ad esempio, la percentuale è addirittura inferiore a una morte violenta all’anno ogni centomila abitanti.” Sono da intendersi ricompresi gli incidenti stradali mortali? Esistono studi e analisi eventualmente consultabili?
    E. ove possibile che danno indice di violenza non necessariamente letale? Che ricomprendano ad esempio borseggi, rapine, rapimenti e più in generale i fenomeni di macro e micro criminalità?

  2. Ciao Francesco, per approfondire l’argomento puoi consultare il sito Eurostat a questo link

    https://ec.europa.eu/eurostat/en/web/products-eurostat-news/-/DDN-20200902-1

    Si considerano morti violente: “Death is due to assault if it results from homicide or injuries inflicted by another person with intent to injure or kill. Deaths related to legal interventions or to war are excluded. ”

    Non si contemplano quindi gli incidenti stradali.
    Spero di aver almeno parzialmente chiarito i tuoi dubbi.
    Grazie

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