Il dolore e la sofferenza secondo il Buddha

La Via lasciataci dal “Risvegliato” per poter vivere serenamente.

Non sono buddista, ma devo ammettere che la saggezza millenaria di questa filosofia mi ha affascinato dal primo momento in cui ne sono venuto a conoscenza. Dopotutto, come potrebbe essere diversamente. La missione del Buddha fu quella dare una risposta a quelle domande che più di tutte angosciano da sempre l’essere umano: perché siamo destinati a morire? Perché esiste la malattia? Perché invecchiamo? Ciò che il Buddha trovò alla fine della sua peregrinazione fu molto semplice: il dolore e la morte fanno parte della vita umana, per il semplice motivo che ogni cosa in questo universo ha un inizio e una fine. Tutto è transitorio. Mettendoci di fronte a questa verità le nostre vite ci appaiono senza via di uscita, soffocanti. Forse le vedremmo come una condanna inflittaci da un demiurgo sadico, che ci impone di permanere “in questa valle di lacrime” per un tempo imprecisato, sempre sul chi va là per quello che la vita, nel frattempo, ci potrebbe riservare. Allora ci tornerebbero in mente le parole di Schopenhauer – ”(…) la brevità della vita, tanto spesso lamentata, potrebbe forse essere quel che la vita ha di meglio” – e saremmo tutti concordi con lui.

Ma il Buddha, fortunatamente, andò oltre e ci donò quella luce che può illuminare la vita di ognuno di noi: se il dolore è inevitabile, come abbiamo detto, in quanto parte della vita, la sofferenza non lo è.

Immagino che questa affermazione vi generi un po’ di confusione, visto che tendiamo ad usare i due termini quasi come sinonimi.

La domanda, quindi, sorge spontanea: nel pensiero del Buddha, qual è la differenza tra dolore e sofferenza?

Il termine che viene usato nei testi tradizionali di lingua pali è “dukkha”. Se ci fermassimo ad una traduzione letterale del termine, come spesso accade, saremmo punto e a capo, in quanto dukkha può essere tradotto in italiano sia come “dolore”, sia come “sofferenza”.

Per risolvere la questione abbiamo bisogno di spingerci un po’ più in profondità, andando a riscoprire il significato che veniva attribuito a questo termine nel suo contesto di origine. Dukkha, nella lingua pali, assume il significato generico di “spiacevole”, in contrapposizione ad un altra parola pali, “sukha”, che ha il significato di “piacevole”. In pratica, le due parole differiscono per il prefisso: “su-“, tradotto con “buono, favorevole al benessere”; e il prefisso “du-“, tradotto con “cattivo, difficile e incline alla malattia o al male”.

Ecco, quindi, che dukkha ci indica la sensazione spiacevole che proviamo sia in relazione al dolore fisico prodotto, ad esempio, da una brutta caduta da cavallo, sia a sensazioni più sottili come l’insoddisfazione o la malinconia.

Detto questo, si comprende il perché il Buddha si premurò di fare distinzione tra tre tipi differenti di dukkha, che imperversano nelle nostre vite.

Quello principale, ovviamente, lo sperimentiamo quando ciò che proviamo è un dolore che si manifesta a livello fisico e che è stato prodotto da una causa fisica (in verità, la causa può essere anche mentale, ma la sensazioni sgradevole che proviamo in questo caso è prevalentemente a livello fisico). Un esempio è il caso del mal di schiena che ci assale dopo aver dato una bella riordinata alla cantina di casa.

Il secondo tipo di dukkha è prodotto esclusivamente dalla nostra attività mentale, ed è connesso al cambiamento. Il termine pali è “viparinama-dukkha”, che significa, appunto, la “sofferenza del cambiamento”. Ovvero, quella sensazione spiacevole che proviamo quando sperimentiamo la caducità del mondo intorno a noi, quando, per esempio, vorremmo che una bella serata tra amici non finisse mai, o che i nostri figli rimanessero sempre bambini. Per chi non è più tanto giovane come me, e si ricorda del tormentone cantato dai fratelli Righeira nell’estate del 1985 (L’estate sta finendo), basta che riporti alla mente le parole iniziali della canzone, con le sensazioni connesse, e avrà un immagine chiara di quello a cui si riferisce il secondo tipo di dukkha (L’estate sta finendo – e un anno se ne va – sto diventando grande – lo sai che non mi va).

L’ultimo tipo di dukkha, per il Buddha, assume più una significato esistenziale. Nei testi in lingua pali viene indicato col termine “sankhara-dukkha”, che potremmo tradurre come “sofferenza della realtà condizionata”. Si tratta di quella sensazione di insoddisfazione che accompagna l’uomo per tutta la sua esistenza, dovuta al fatto che la vita ci impone delle “condizioni” su cui non abbiamo il controllo, come, ad esempio, il fatto che per sopravvivere dobbiamo mangiare, ripararci dal freddo, che invecchieremo, che ci ammaleremo ed infine moriremo. Rappresenta quella sensazione di insoddisfazione che porterà lo scrittore Malraux a dire: “È raro che un uomo possa adattarsi alla sua condizione di uomo (…)”

Fatta questa lunga e doverosa puntualizzazione (anche se, immagino, ci siamo un po’ chiariti le idee), siamo, però, ancora nella condizione di non aver dato una risposta alla domanda di partenza: che differenza c’è tra il dolore e la sofferenza?

Veniamo al dunque. Faccio rispondere qualcuno che ne sa molto più di me sull’argomento:

“Il dolore può anche essere inevitabile, ma il fatto di soffrire o meno dipende da te. Soffrire è una scelta, tu scegli se soffrire o meno. Nascita, vecchiaia e malattia sono naturali. È possibile non soffrire a causa loro, quando hai scelto di accettarle come parte della vita. Puoi scegliere di non soffrire benché vi siano dolore o malattia.

Come vedi la vita e la tua particolare situazione dipende dal tuo modo di guardare.”

(Thich Nhat Hanh)

Ecco la risposta del Buddha. La sofferenza nasce dal resistere, dal reagire al dolore che la vita porta con sé, col risultato che aggiungiamo dolore al dolore.

La sofferenza nasce nella mente.

Per fare ancora più luce sull’argomento, vi riporto integralmente il testo del famoso discorso delle due frecce (Sallena Sutta), dove, secondo la tradizione, il Buddha spiegò ai sui discepoli Il concetto:

O monaci, l’uomo ordinario quando viene toccato da una sensazione dolorosa soffre, si affligge, si lamenta, piange battendosi il petto, entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta due tipi di sensazione: una corporea e una mentale.

È come se, o monaci, un uomo fosse colpito da una freccia e subito dopo fosse colpito da un’altra freccia: così, o monaci, egli percepirebbe i dolori di due frecce. Allo stesso modo, o monaci, l’uomo ordinario, che non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali, quando viene toccato dalla sensazione dolorosa soffre, si affligge, si lamenta, piange battendosi il petto, entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta due tipi di sensazione: una corporea e una mentale.

Percependo quella sensazione dolorosa, quell’uomo prova avversione verso di essa. Provando avversione nei confronti della sensazione dolorosa, in lui la tendenza dell’avversione nei confronti della sensazione dolorosa si accresce. Toccato da quella sensazione dolorosa quell’uomo cerca gratificazione nei piaceri dei sensi. Perché questo?
Ma perché, o monaci, l’uomo ordinario che non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali non conosce alcuna via di fuga dalla sensazione dolorosa eccetto il piacere dei sensi. E cercando gratificazione nei piaceri dei sensi, in lui la tendenza all’attaccamento nei riguardi della sensazione piacevole si accresce.

Quella persona non conosce, secondo realtà, l’origine e il decadere di queste sensazioni piacevoli o spiacevoli; non conosce la soddisfazione e l’insoddisfazione a loro connesse, né conosce alcuna via di fuga da esse. Non conoscendo, secondo realtà, l’origine e il decadere di queste sensazioni, la soddisfazione e l’insoddisfazione a loro connesse, né alcuna via di fuga da esse, in lui la tendenza all’ignoranza nei confronti delle sensazioni si accresce.
Se quest’uomo percepisce una sensazione piacevole, la percepisce identificato con essa; se percepisce una sensazione spiacevole, la percepisce identificato con essa; se percepisce una sensazione né piacevole né spiacevole, la percepisce identificato con essa.

Costui, o monaci, viene definito privo di insegnamenti spirituali, uomo ordinario, uno legato alla nascita, vecchiezza e morte, pena, lamenti, disagio, angoscia e mancanza di serenità. Egli è legato, vi dico, alla sofferenza.
O monaci, quando il nobile discepolo che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali viene toccato da una sensazione dolorosa egli non soffre, non si affligge, non si lamenta, non piange battendosi il petto, non entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta un solo tipo di sensazione, la sensazione corporea, e non quella mentale.
È come se, o monaci, un uomo fosse colpito da una freccia senza essere colpito, subito dopo, da un’altra freccia: così quest’uomo, o monaci, percepirebbe il dolore di una sola freccia.

Proprio allo stesso modo, o monaci, il nobile discepolo che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali, percependo una sensazione dolorosa egli non soffre, non si affligge, non si lamenta, non piange battendosi il petto, non entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta un solo tipo di sensazione, la sensazione corporea e non quella mentale.
Venendo toccato da quella sensazione dolorosa, egli non prova avversione verso di essa. Non provando avversione nei confronti della sensazione dolorosa, in lui la tendenza all’avversione nei confronti di tale sensazione non si accresce. Toccato dalla sensazione dolorosa egli non cerca gratificazione nei piaceri dei sensi. Perché questo?
Ma perché, o monaci, il nobile discepolo che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali conosce una via di fuga dalla sensazione dolorosa diversa dal piacere dei sensi. Non cercando gratificazione nei piaceri dei sensi, in lui la tendenza all’attaccamento nei riguardi della sensazione piacevole non si accresce.

Egli conosce, secondo realtà, l’origine e il decadere di quelle sensazioni piacevoli o spiacevoli, la soddisfazione e l’insoddisfazione a loro connesse e la via d’uscita da esse. Conoscendo, secondo realtà, l’origine e il decadere di queste sensazioni, la soddisfazione e l’insoddisfazione a loro connesse e la via d’uscita da esse, in lui la tendenza all’ignoranza nei confronti delle sensazioni non si accresce.
Se egli percepisce una sensazione piacevole, non la percepisce identificato con essa; se percepisce una sensazione spiacevole, non la percepisce identificato con essa; se percepisce una sensazione né piacevole né spiacevole, non la percepisce identificato con essa.
Costui, o monaci, viene definito un nobile discepolo, uno che non è legato a nascita, vecchiezza e morte, pena, lamenti, disagio, angoscia e mancanza di serenità. Egli non è legato, vi dico, alla sofferenza.
Questa, o monaci, è la differenza, la peculiarità, il fattore distintivo che esiste dunque tra il nobile discepolo che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali e l’uomo ordinario che non li abbia ricevuti.

La mente è meravigliosa: ci può innalzare verso altezze celestiali o far sprofondare verso abissi tremendi. Questo la filosofia del Buddha lo insegna da migliaia di anni.

Condivido l’idea che la mente sia come un muscolo, e che spetti a noi allenarlo, per svilupparne la forza o la flessibilità, la precisione o la rapidità di esecuzione.

Quello che il Buddha mi ha insegnato è che ogni volta che soffro per qualsiasi motivo, soffro per una mia scelta.

Concludo con un’altra perla del pensiero buddista: la parabola del seme di senape.

“Poco tempo dopo il matrimonio, una donna di nome Kisa Gotami ebbe un figlio, che però si ammalò e nel giro di qualche giorno morì. In preda ad un dolore insopportabile, la donna con il cadavere in braccio, vagò per giorni e giorni di villaggio in villaggio in cerca di aiuto. Nessuno riuscì ad alleviare le sue sofferenze, finché un giorno un anziano di un villaggio le consiglio di recarsi dal Buddha; l’anziano la disse che se mai vi fosse stato qualcuno al mondo in grado di ridare la vita ad un defunto, quella persona non avrebbe potuto essere altro che lui.

Kisa Gotami partì immediatamente verso la dimora dell’illuminato. Finalmente davanti a lui, lo supplicò di accogliere le sue preghiere e di riportare in vita quel figlio così tanto desiderato.

Il Buddha la guardo e le disse: Sappi che io conosco un modo per riportare in vita tuo figlio.”

La donna presa da una gioia incontenibile si disse disposta a tutto pur di riavere suo figlio.

Allora il Buddha proseguì: “Se è così, trovami quello di cui ho bisogno. Devi portarmi un seme di senape. Ma non un seme di senape qualsiasi. Devi fartelo dare da qualcuno nella cui casa non sia mai venuto a mancare un membro della famiglia. Portami questo seme ed io ti prometto che ricondurrò alla vita tuo figlio.”

Kisa Gotami si mise subito alla ricerca di quanto le aveva richiesto il Buddha, ma ben presto, girando tutti i villaggi della zona, si rese conto che la sua ricerca non sarebbe stata affatto semplice. Nella prima casa che trovò, un uomo si disse ben disposto a farle dono di un seme di senape ma disse anche alla donna che in quella stessa casa si era spenta sua nonna. La stessa storia si ripeté di casa in casa, di villaggio in villaggio. Tutti quanti avevano perso qualcuno nel corso della propria vita.

La donna, allora, incominciò a percepire il proprio dolore in modo diverso, comprese che la morte colpisce ogni essere e che il dolore ci accomuna in quanto esseri viventi.
Questa comprensione le permise di fermarsi e di deporre il cadavere del suo bambino. Tornò quindi dal Buddha, questi le chiese:
Mi hai procurato i semi di senape?”.
La donna, con animo sereno le rispose:La gente del villaggio mi ha detto: i vivi sono pochi, ma i morti sono molti”.

Il Buddha allora le disse:Pensavi di essere la sola ad aver perso un figlio?”.

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