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Il Biorestauro

Esiste un legame tra arte e scienza che si declina in modi diversi. Vale la pena approfondire uno di essi, che riguarda il modo in cui l’uomo applica le scoperte biotecnologiche all’arte del restauro, conosciuto come biorestauro

IL BIORESTAURO: SCOPRIAMO COS’É

Cosa vuol dire restaurare un oggetto? Il restauro è l’insieme di tutte le operazioni atte a reintegrare i particolari compromessi o deteriorati di un’opera d’arte o ad assicurarne la conservazione. Anche nel biorestauro, si perseguono gli stessi obbiettivi, a cambiare però sono i mezzi adoperati.

Vengono utilizzati, infatti, specifici microrganismi non patogeni e vitali, immobilizzati in un gel di laponite facilmente applicabile e rimovibile. Il gel in cui i microrganismi si trovano è preparato a una particolare concentrazione ed è un substrato che ne consente la sopravvivenza, mantenendoli in condizioni di giusta umidità. Il bioimpacco è di facile applicazione, anche su superfici verticali o soffitti e, alla fine del trattamento, è facilmente rimovibile e completamente atossico. 

Sono questi gli strumenti che hanno permesso al biorestauro di diventare la nuova frontiera del restauro, raggiungendo livelli di qualità e affidabilità di molto superiori a quelli dei metodi convenzionali e tradizionali. 

Preparazione di un micro-pack: microrganismi immobilizzati in una matrice di supporto – Enea.it

L’ADATTABILITÀ DEL METODO

La forza del biorestauro sta nella sua adattabilità al singolo oggetto da restaurare, infatti è possibile usare un unico ceppo o una combinazione di microrganismi in base al problema e al risultato che si vuole ottenere.

Grazie al vantaggio di poter scegliere la combinazione migliore di microrganismi, è possibile biorestaurare diversi tipi di materiali come la  tela e il legno, su carta, materiale lapideo e affreschi.
Infatti, la scelta dei ceppi più adatti, disponibili presso collezioni microbiche pubbliche, è basata sulla presenza di definite abilità come saper degradare la patina di sporco depositata nel tempo sulle opere d’arte oppure l’abilità di produrre sali minerali che vanno a rinforzare sculture, architetture e manufatti in pietra. Questi “strumenti biologici” permettono quindi sia processi di  biopulitura e che di bioconsolidamento, in base al tipo di problematica da affrontare.

Biopulitura di residui cerosi su ”Testa di donna” di E. Quadrelli, GNAM – Enea.it

Il biorestauro non lavora solo “su misura” ma offre altri vantaggi da non sottovalutare: la non tossicità del bioimpacco e la compatibilità ambientale, la selettività della procedura che non intacca la patina pittorica e la patina nobile sottostante, ma solo il deterioramento causato da fattori organici e inorganici e da circostanze ambientali ed assicura la sicurezza dell’opera d’arte

UN PO’ DI STORIA

Nel 1970 due restauratori inglesi, Anne Moncrieff e Kenneth Hempel del Victoria and Albert Museum di Londra, intuirono prima di tutti che era possibile sfruttare ea capacità di alcuni ceppi di batteri per rimuovere le croste nere sui monumenti. Furono i primi, quindi, a parlare di “impacco biologico” (biological pack).

Solo verso la fine degli anni Ottanta, però, si parla del primo vero studio di biorestauro ad opera di Ronald Atlas (Università di Louisville, Usa) il quale dimostrò che il batterio Desulfovibrio vulgaris era davvero in grado di ripulire il marmo senza causare alcun danno.
Questo studio ha rappresentato la nascita del biorestauro e della cooperazione tra restauratori e biologi, per cercare insieme i microrganismi più adatti da utilizzare nella pulitura di diversi tipi di materiali.

In Italia, il primo biorestauro è stato eseguito solo nel 2004 sull’affresco “Conversione di S. Efisio e battaglia” di Spinello Aretino, che si trova nel Camposanto Monumentale di Pisa. Nel 1944 questi affreschi avevano subito gravi danni a causa dei bombardamenti, ma già nel dopoguerra vennero restaurati utilizzando una colla di origine animale.
Questo trattamento ha causato rigonfiamenti, crepe e perdita di colore nell’opera. Per salvarla, sono stati effettuati tentativi per rimuovere la colla animale con i metodi tradizionali, ma i risultati non sono stati quelli sperati.

L’affresco è stato salvato, solo grazie agli studi condotti dai ricercatori delle Università del Molise e di Milano, in cui si trovano due dei centri di ricerca italiani più avanzati nel biorestauro, che hanno identificato Pseudomonas stutzeri, come candidato ideale per la rimozione della colla animale. I successivi test condotti sono stati un successo e l’opera è tornata finalmente alla sua bellezza originale.

 LA SCELTA DEL MICRO-RESTAURATORE

Il lavoro sporco, quindi, lo svolgono i microganismi che, come abbiamo già accennato, hanno particolari qualità che li rendono degli abili restauratori. Nella maggior parte dei casi, si tratta di sfruttare il loro naturale processo di respirazione in modo da trasformare le sostanze da rimuovere, di natura solide, in gas non inquinanti, in quanto sono già rappresentati in atmosfera.

Per esempio, le croste nere sopracitate sono causate dagli ossidi di zolfo, noti inquinanti atmosferici, i quali interagendo con i componenti del marmo come il carbonato di calcio, danno luogo al solfato di calcio biidrato, cioè il gesso. In questo caso, si chiede aiuto a Desulfovibrio vulgaris, un batterio solfato-riduttore che utilizza i sali a base di zolfo per le sue reazioni biochimiche, rilasciando il gas acido solfidrico, ma soprattutto riportando l’opera d’arte all’antico splendore.

MICRO4ART-solfati (MICRO4ART-s) – https://www.archeomatica.it/

Tra i microrganismi utilizzati non sono presenti solo i batteri, ma anche i microfunghi e alcuni lieviti. Il microfungo Beauveria bassiana, per esempio, è in grado di trasformare i composti di corrosione del rame, responsabili del degrado chimico di alcuni oggetti in metallo, in una patina stabile di ossalato di rame proteggendo così il metallo dal deterioramento.

I microrganismi possono essere usati anche per fortificare le opere in pietra: questa intuizione risale a oltre 30 anni fa, quando si osservò che Bacillus cereus e Myxococcus xanthus erano capaci di produrre in laboratorio dei cristalli di calcite, fenomeno  noto come biomineralizzazione. Il vantaggio dell’usare i batteri calcinogeni per consolidare le opere in pietra sta nel fatto che la loro calcite, detta biocalcite, si integra meglio con il substrato rispetto a quella prodotta con i metodi più tradizionali, ed è anche più resistente.

NUOVI MERCATI PER IL BIORESTAURO

Ogni bene culturale oggetto di biorestauro è un caso a sé stante e deve essere trattato come tale: non si può pensare che un procedimento applicato con successo ad un altro reperto sia necessariamente adatto al nuovo caso.

Finora l’adattabilità dell’utilizzo dei microrganismi è stata considerata unicamente come un bene, ma è bene considerare anche un’altra prospettiva: pur essendo vero che permette di essere totalmente su misura al caso studio in esame, blocca lo studio al livello sperimentale. É molto difficile, infatti, procedere per la che porta al brevetto e alla successiva commercializzazione del metodo e ad oggi esistono solo pochi brevetti per queste metodiche.

L’obiettivo, però, è di ampliare il più possibile l’impiego dei microorganismi creando un mercato ad hoc di nuovi prodotti “bio-based”, per rimpiazzare i vecchi solventi, più aggressivi sulle opere e tossici per operatori e ambiente, per entrare nell’era del restauro green.

Al momento si stanno studiano anche strategie alternative all’impiego di microrganismi completi, basate esclusivamente sull’uso di enzimi in grado di riparare selettivamente i danni del manufatto consolidando allo stesso tempo il materiale degradato. Gli enzimi maggiormente utilizzati sono le proteasi, le lipasi e le amilasi, tutti di origine biologica.
Sono spesso utilizzati per facilitare la rimozione le pellicole di natura proteica che spesso si formano sulla superficie delle opere d’arte.

Tuttavia è da sottolineare che gli enzimi sono attivi e funzionano solo in precisi intervalli di temperatura, pH e concentrazione, per cui il loro utilizzo su larga scala è, per il momento, ancora limitato.

CONCLUSIONI

Grazie all’aiuto di batteri, funghi e lieviti e di intuizioni sulle loro potenzialità nel settore dell’arte e del restauro, oggi in Italia è possibile ammirare la versione biorestuarata di diverse opere tra cui ricordiamo la Tomba di Mercareccia nella Necropoli di Tarquinia, i murali della Casina Farnese narranti la leggenda di Ercole e Caco, la Pietà rondanina di Michelangelo in tutta la loro bellezza e maestosità, donatagli prima dall’artista e poi restituita dall’intervento delle biotecnologie.

Casina Farnese: particolare dell’architrave della porta della loggia inferiore. (a)pre biopulitura (b) post biopulitura (c) a restauro finito – Enea.it

Se dopo aver approfondito il tema del biorestauro, risulta ancora difficile pensare alle biotecnologie in contesti differenti da un laboratorio di ricerca, probabilmente allora non si è compreso esattamente cosa le biotecnologie siano; esse abbracciano l’agricoltura, la medicina, la ricerca, l’industria alimentare, la farmaceutica e anche l’arte, appunto.
Non sarà così strano, quindi, sentir parlare di biotecnologie e microbi anche al di fuori di un laboratorio senza essere fuori luogo, per esempio, in un museo.

Per saperne di più

Enea.it

Archeomatica.it

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