I big data ci osservano

“Quanto conosci te stesso”? Non è una domanda filosofica, è un problema reale. Gli algoritmi ad intelligenza artificiale possono arrivare a conoscerci meglio di noi stessi. Questo è possibile in quanto siamo costantemente osservati.

L’uomo moderno, in epoca di intelligenze artificiali e di big data, assorbe quotidianamente innumerevoli bit di dati consumando email, telefonate e articoli. Attraverso il pensiero, egli non fa che elaborare dati e ritrasmetterli nel grande flusso cosmico, dove altri nuovi bit viaggiano attraverso nuove email, videochiamate e messaggistica istantanea.

Dove i dati prodotti dall’uomo moderno si inseriscano nel grande schema delle cose, o come i bit di dati prodotti da ciascuno si colleghino con quelli prodotti da miliardi di altri esseri umani e da milioni di computer, è ancora cosa ignota.

Il flusso incessante di dati è una realtà in crescita costante; per questo motivo, la sua interruzione provocherebbe un collasso economico e sociale tanto indesiderato quanto inimmaginabile. Aderire ad una visione del mondo nel quale affidiamo ai dati una sempre maggiore fonte di autorità sulla nostra vita è oggi la scelta più facile.

L’uomo moderno, completamente integrato in questo processo globale, sente di non aver tanto bisogno di capire, quanto invece di rispondere più velocemente alle “email”, confidando nel flusso invisibile di dati. Non a caso il nuovo motto recita: << se si verifica qualcosa – registralo. Se si registra qualcosa – caricalo. Se si carica qualcosa – condividilo >>.

Oggi, l’uomo si trova di fronte ad una sfida esistenziale e l’idea stessa di libero arbitrio è completamente ribaltata. Le conoscenze neuro-scientifiche indicano che i nostri sentimenti non sono attribuibili a qualità puramente spirituali. Piuttosto, sono meccanismi biochimici che tutti gli esseri viventi utilizzano per prendere decisioni, calcolando rapidamente le probabilità di sopravvivenza e quelle di riproduzione: persino i sentimenti possono essere considerati traducibili in algoritmi.

Seguendo una tale logica, gli algoritmi ad intelligenza artificiali, dotati del potere di “riconoscere” (pattern recognition), possono acquisire l’autorità di guidarci nelle decisioni più importanti della nostra vita. Nell’Europa medievale, sacerdoti e genitori avevano il potere di scegliere il partner per le persone. Oggi, nelle società “aumentate”, il concetto di fiducia potrebbe essere attribuito ad un gigante delle tecnologie avanzate. <<Hey Smart System>>, potrebbe dire un giovane, attivando un sistema di intelligenza artificiale. << Sia Sofia che Anna mi piacciono; e mi piacciono in modo diverso; ed è così difficile decidere. Dato tutto quello che sai dei miei dati, cosa mi consiglieresti di fare?>>.

A questo punto l’algoritmo potrebbe rispondere: << Ti conosco dal giorno in cui sei nato. Ho letto tutti i vostri messaggi, ho registrato e analizzato tutte le vostre chiamate, vi ho osservato a lungo, conosco i vostri film preferiti, il vostro DNA e l’intera storia biometrica del tuo cuore. Ho i dati esatti su ogni appuntamento e posso mostrarti secondo per secondo i grafici dei livelli di frequenza cardiaca, pressione sanguigna e zucchero per ogni appuntamento che hai avuto con Anna e con Sofia. E, naturalmente li conosco così come conosco te. Sulla base di tutte queste informazioni – i mei algoritmi superbi supportate da statistiche di milioni di rapporti e dalla legge dei grandi numeri – ti consiglio di optare per Sofia. Hai tuttavia una probabilità dell’89% di essere più soddisfatto di lei nel lungo periodo.

Questa rivoluzione non toccherà solo il mondo degli affetti e delle scelte di vita ma anche altri aspetti del decidere umano. Gli algoritmi, senz’altro commetteranno degli errori, dovuti ad una carenza di dati, una programmazione difettosa, o definizioni confuse dell’obiettivo, ma non hanno bisogno di essere perfetti, gli basterà essere mediamente superiori a noi esseri umani.

E questo non è difficile, perché la maggior parte delle persone non conosce se stessa molto bene e spesso commette errori imperdonabili nelle decisioni strategiche della vita.

Gli esseri umani, più degli algoritmi, vivono in una condizione caratterizzata da insufficienza di dati, programmazione inefficiente, definizioni confuse di obiettivo e caos della vita. Possiamo anche fare un elenco dei molti problemi che caratterizzano gli algoritmi e concludere che la gente non farà mai affidamento su di loro. Ma è un po’ come catalogare tutti i difetti della democrazia e concludere che nessuna persona sana di mente appoggerebbe un tale sistema di governo. È nota l’affermazione di Winston Churchill secondo cui la democrazia è il sistema politico peggiore del mondo, a parte tutti gli altri. Giusto o sbagliato, si possono raggiungere le stesse conclusioni riguardo agli algoritmi dei big data: hanno un sacco di difetti ma pare non ci sia un’alternativa migliore.

Con la sempre più profonda comprensione del modo in cui prendiamo le nostre decisioni grazie alla scienza, è probabile che la tentazione di affidarsi agli algoritmi cresca. Scoprire i processi di decisione del nostro cervello non renderà solo più affidabili gli algoritmi di Big Data, potrebbe anche rendere meno attendibili i sentimenti umani.  

In certi paesi e in certe situazioni non verrà consentita alcuna scelta alle persone, che saranno costrette ad obbedire alle decisioni degli algoritmi dei big data. Anche nelle cosiddette “società libere”, però, gli algoritmi potrebbero acquisire autorità perché impareremo dall’esperienza a fidarci di loro per un ventaglio sempre più ampio di problemi e perderemo gradualmente la capacità di decidere in autonomia.

Pensiamo solo al modo in cui in appena due decenni, miliardi di individui hanno iniziato a fidarsi dell’algoritmo di ricerca di Google per uno dei compiti più importanti di tutti: la ricerca di informazioni rilevanti e affidabili. Non cerchiamo più informazioni: googleiamo. E nel fare assegnamento con sempre maggiore frequenza su Google per le risposte, diminuisce la nostra autonoma capacità di ricerca delle informazioni. Già oggi la “verità” è definita dal primo risultato di ricerca di Google.

Questo succede anche per quanto riguarda le capacità fisiche, come muoversi nello spazio: si chiede a Google di guidarci. Quando si raggiunge un incrocio, l’istinto ci dice di girare a sinistra ma Google Maps dice “svolta a destra”. Alla fine svoltiamo a destra per trovarci sulla strada giusta.

Ogni anno, milioni di giovani devono decidere che cosa studiare all’università. È una scelta fondamentale e molto difficile. Si subisce la pressione dei genitori, degli amici e degli insegnanti, che hanno tutti interessi e opinioni diverse. Ognuno ha poi le proprie paure e le proprie fantasie con cui fare i conti. È particolarmente complicato prendere una decisione saggia, perché non si sa davvero che cosa serva per avere successo nelle diverse professioni. E non si ha necessariamente un’immagine realistica dei propri punti di forza e punti di debolezza.

Che cosa serve per essere un avvocato di successo? Come me la cavo sotto pressione? Lavoro bene in gruppo? Una ragazza potrebbe iniziare gli studi di legge perché ha un’immagine falsata delle sue doti e una visione ancora più distorta di cosa vuole dire essere un avvocato (non si passa tutto il giorno a gridare “obiezione, vostro onore!”). Nel frattempo una sua compagna di scuola decide di seguire il ballo e realizza il sogno d’infanzia diventando ballerina classica, anche se non possiede la giusta struttura ossea per praticare la disciplina. In futuro potremmo contare su “Google” per questo genere di decisioni. L’algoritmo mi potrà dire che perderei tempo a studiare legge piuttosto che seguire il ballo o essere un infermiere felice.

Che cosa accadrà quando lasceremo sempre di più all’algoritmo il compito di stabilire cosa per noi è giusto e cosa è sbagliato? Oggi, per esempio, ci fidiamo dei film consigliati da Netflix e Google decide se dobbiamo girare destra o a sinistra. Ma una volta che contiamo sull’intelligenza artificiale per scegliere cosa studiare, dove lavorare e chi sposare, la nostra vita potrebbe cessare di essere un dramma decisionale. Le elezioni politiche ed il libero mercato potrebbero dunque rivelarsi insensate.

L’ascesa di tecnologie avanzate può davvero sconvolgere la nostra vita, dal mondo del lavoro, all’istruzione, fino ad arrivare al sistema sanitario. Oggi più che mai i filosofi si sono attivati per risolvere il problema etico delle intelligenze artificiali, in particolare, il dilemma del carrello che ha aperto la questione relativa alla determinazione e definizione dei valori che contraddistinguono la nostra civiltà e come vogliamo vivere in questo mondo organizzato da sistemi artificiali.

Immaginate la situazione dove avete acquistato la vostra nuova bellissima auto a guida autonoma, ma prima di poter iniziare ad usarla dovete aprire il menu delle impostazioni e selezionare una serie di opzioni. << in caso di incidente, vuoi che la macchina sacrifichi la tua vita o che uccida tutti i pedoni che attraversano la strada? >>.

Naturalmente procedendo con gli anni, oltre la metà della scacchiera, con algoritmi sempre più efficienti e intelligenti e potenze di calcolo più alte, si può immaginare la crescente perdita di posti di lavoro dovuta alla capacità di sistemi intelligenti di acquisire, sempre di più e sempre meglio, nuove abilità. In cambio ci saranno nuove opportunità per i filosofi, perché la loro competenza – finora priva di un grande valore di mercato – potrebbe all’improvviso risultare molto richiesta. Quindi se non avete idea di cosa studiare all’università, la filosofia non è una scommessa tanto screditata.

LINK UTILI:

Un filosofo al volante

La seconda metà della scacchiera

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