Bioarte, una questione di (est)etica

Avreste mai pensato di unire arte e scienza? Non parlo di arte intesa come disciplina scientifica, ma di Bioarte, un movimento artistico che utilizza sistemi biologici e tecniche molecolari per creare opere al limite della bioetica, spaccando brutalmente l’opinione pubblica

Bioarte o Bioart in inglese, Arte Biotech, Arte Genetica o Transgenica sono modi diversi per definire una forma d’arte che fa uso di materiale biologico, di geni lavorati in laboratorio e di organismi transgenici: un modo di fare arte che ha la vita stessa come protagonista e come suo strumento espressivo.

L’arte, di per sé, è un veicolo di messaggi, idee e ideologie che l’artista vuole esternare e trasmettere a chiunque si fermi a prestare attenzione. La Bioarte vuole comunicare il progresso tecnico-scientifico, in particolare biotecnologico, spingendosi ai suoi estremi limiti per creare curiosità ma anche sgomento nel pubblico, che viene costretto a interrogarsi sulla possibilità di “giocare” e sconvolgere la biologia così come la conosciamo, nel modo in cui la natura l’ha pensata.

“Lo scopo dell’Arte Biotech è sollevare il velo su quanto accade all’interno dei laboratori di genetica per interrogarsi sulle tecnologie e imparare a utilizzarle”- Jens Hauser curatore della mostra L’Art Biotech (Le Lieu Unique, Nantes, Francia, 2003)

Così, da un lato abbiamo l’arte, una disciplina universalmente riconosciuta come espressione della creatività, dell’estro, della fantasia, della trasformazione del pensiero astratto in realtà visibile, in alcuni casi palpabile; dall’altro la scienza che, nell’immaginario collettivo è invece fredda, rigida, risultato della logica e della schematizzazione razionale. Niente di più sbagliato: basta vivere nel mondo della ricerca, anche solo per poco tempo, per rendersi conto che il pensiero scientifico è solo il binario che per errori e tentativi muove gli scienziati verso la loro meta, che la maggior parte delle volte passione, ipotesi, intuizioni e serendipity nascono di fronte ad un tramonto, leggendo un bel libro o facendo una chiacchierata con un amico, e non davanti al bancone di un laboratorio.

Il connubio arte-biologia non appare più così irrealistico e antitetico come può esser sembrato ad un primo impatto. Anzi, scivolare da una disciplina all’altra è un filtro con il quale è possibile osservare i grandi stravolgimenti in campo biotecnologico, che si susseguono veloci, e riguardano molto da vicino anche la nostra esistenza. Adesso sembra naturale parlare di argomenti spinosi a causa dell’uso di materiali inediti e inusuali, frutto dell’avanzamento tecnologico, ma come fa notare Joe Davis, sono allo stesso tempo i più antichi della Terra: il DNA e microrganismi.

Joe Davis è un bioartista che per primo ha sfruttato la potenzialità espressiva del DNA, centrando la sua produzione artistica sul valore simbolico del codice genetico. La sua opera più famosa è Microvenus del 1986, ottenuta grazie alla collaborazione con Dana Boyd, genetista. L’opera è stata creata per contestare l’estrema stilizzazione del corpo femminile rappresentato sulle famose placche poste sulle sonde Pioneer 10 e 11, create con l’intento di essere lette da forme di vita extraterrestre.

Partendo da una coltura di batteri E. Coli, è stata codificata una runa germanica, legata alla dea femminile della terra e della vita, in linguaggio binario.

Schema dell’opera MIcrovenus di Joe Davis.
Fonte immagine: www.clotmag.com/biomedia/joe-davis

Con Microvenus, per la prima volta, una piastra di Petri, tecniche di biologia molecolare e un po’ di DNA artificiale diventano tela, pennello e colori: “Il DNA è diventato medium artistico” (cit. Jens Hauser)

Secondo Eduardo Kac, scrittore di origine brasiliana e ideatore del neologismo “Bioarte”, il bioartista, al contrario del semplice artista, non crea solo un oggetto d’arte ma attraverso la manipolazione della materia organica rende esseri viventi di diversa complessità, essi stessi forme d’arte.

Non a caso la sua opera più famosa è Alba, una coniglietta fluorescente.  

Alba, coniglio fluorescente, opera di Eduardo Kac.
Fonte immagine: www.genomenewsnetwork.org

Alba fa parte del progetto “GFP Bunny” del 2000, nome esplicativo dato che la fluorescenza dell’animale è stata ottenuta grazie alla proteina GFP (Green Fluorescent Protein), ottenuta dalla medusa Aequorea victoria, tramite tecniche di laboratorio ormai comuni e routinarie. La fluorescenza “acquisita” dell’animale è visibile grazie all’uso della luce blu o di particolari filtri gialli.

Ad ogni modo, l’opera è stata fonte di ovvie contestazioni: quali sono i diritti degli animali transgenici? Sono stati rispettati per la realizzazione dell’opera?  È giusto fare di un essere vivente un’opera senza poter avere il suo esplicito consenso? Inoltre, non bisogna dimenticare che il dibattito sulla creazione di animali transgenici e sui limiti dell’intervento dell’uomo sulla natura, è una questione delicata già in campo biomedico, che diventa particolarmente acceso se declinata per fini artistici.

L’intento di Kac, come lui stesso ha dichiarato, non si fermava alla sola creazione dell’animale fluorescente: il dibattito non si sarebbe dovuto incentrare esclusivamente sulla manipolazione genetica, ma la seconda fase dell’opera prevedeva che lo stesso Davis adottasse Alba, per mettere così in luce la problematica della vita sociale degli animali da laboratorio, destinati a vivere in cattività nello stabulario e chiaramente ad essere oggetto di sperimentazione.

Il passo da (bio)artista a (bio)attivista, a questo punto, è stato davvero breve.

Nel 1991 i francesi Marion Laval-Jeantet, artista e antropologa, e Benoît Mangin, artista, hanno creato il duo artistico “Art Orienté object” (AOo), per denunciare l’utilizzo di animali e vegetali nella ricerca medica e cosmetica e sensibilizzare sulla sperimentazione genetica, in particolare sull’uso dell’ingegneria tissutale.  I due bioartisti sono diventati famosi per essere soliti operare manipolazioni su loro stessi per esprimere i loro messaggi.

Per esempio, nel 1996 hanno realizzato la serie Skin Culture, in cui le opere d’arte sono dei tessuti epidermicidi, tatuati, ottenuti dalle loro stesse cellule epidermiche ingegnerizzate con Cavia porcellus. Con il progetto Skin Culture hanno voluto mettere in discussione i confini tra specie diverse, soprattutto perché la sorte dei tessuti-opere d’arte era di essere innestati sul corpo dei collezionisti desiderosi di acquistarli e sfoggiarli.

Lembi di tessuto epidermico umano ibridizzato con Cavia Porcellus, successivamente tatuati.
Fonte immagine: www.artscy.sites.ucsc.edu/2014/11/25/marion-laval-jeantet-and-benoit-mangin/

Gli AOo con le loro opere riescono a portare avanti una forma di Bioarte fortemente improntata al bioattivismo. Sono ironici, irriverenti e sconvolgenti, in molti casi. Per esempio, nel 2011 hanno eseguito la loro performance più nota “Que le cheval vive en moi”,  possa il cavallo vivere in me, in cui Marion Laval-Jeantet si fa iniettare sangue di cavallo, dopo che per diversi mesi si è lasciata somministrare immunoglobuline equine, sotto controllo medico, per preparare il suo fisico. Questo protocollo si fondava sul principio del mitridatismo, termine che deriva dal re Mitridate che si fece iniettare regolarmente piccole quantità di un certo veleno per diventarne immune.

La performance si concluse con il prelievo e il congelamento del sangue “ibrido” dall’artista. Per tutta la durata dell’esibizione l’artista ha indossato delle particolari calzature, da lei progettate, che terminano con degli zoccoli e che richiamano le forme degli arti dell’animale. Questo le ha permesso di entrare in contatto con l’animale, di calarsi nel suo Umwelt, ambiente, e di instaurare una comunicazione, che rappresentava lo scopo ultimo della performance.

Il modo in cui i diversi artisti fanno Bioarte deve scuotere il pubblico e mettere a nudo le ansie comuni, le paure sepolte e lo sconcerto per ciò che sembra essere una partita a scacchi con Dio. Può l’uomo sconfiggere il decadimento e le malattie smontando e ricostruendo il genoma, in cui è fondamentalmente scritto tutto ciò che siamo? Soprattutto, è giusto che intervenga su quello che è il corso naturale della sua esistenza: nascere, svilupparsi e andare in contro alla morte?

In questo modo il pubblico, inevitabilmente, si scontra con l’angoscia per le coltivazioni OGM, la pena per gli animali tenuti chiusi nelle gabbie, l’incomprensione sulla formulazione dei vaccini e su cosa contengono.

Lascio a voi il giudizio sull’estetica: sono opere che possono piacere oppure no, che possono anche essere considerate weird. La cruda realtà è che nell’arte non dovremmo mai fermarci al livello di lettura più superficiale, ma fare un passo ulteriore, scalfire la superficie dei nostri pregiudizi e cercare di capire perché quell’opera ci suscita proprio quelle determinate emozioni, anche dovessero essere di disgusto. Abbiamo già parlato del potere e del ruolo dell’arte nella società in questa intervista, ma è giusto ribadire che il suo scopo dovrebbe proprio essere di indurci a chiedere “perché” e spingerci ad indagare dentro noi stessi per capire il mondo dell’artista e il suo messaggio, aiutandoci così a comprendere un nuovo frammento di realtà.

Per saperne di più

Bioart: An introduction

Bioart

Immagine di copertina by Pinterest

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