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Ama ossessivamente il tuo lavoro e non avrai vissuto un giorno in vita tua

“Ama il tuo lavoro e non lavorerai nemmeno un giorno in vita tua!”. Secondo Sarah Jaffe, autrice del libro Il lavoro non ti ama, questo sarebbe il più grande inganno dei nostri tempi. La differenza sta nell’uso della parola amore, lavorare non è più un mezzo di sussistenza, più o meno piacevole, ma l’ambito in cui l’essere umano è spinto a realizzare quasi ogni aspetto della sua sfera personale.

È amore, come quello per la propria famiglia, per gli amici, per compagni e figli e in certi casi diventa sostituto stesso di queste figure, racchiuse all’interno del mondo del proprio lavoro. Se il tuo lavoro è amore la sua realizzazione stessa è gratificazione, quindi non ci sono limiti di tempo e di spazio, non ci sono aree personali, non ci sono diritti sociali o sicurezze economiche. La tecnologia ha aiutato a rendere sempre più labili i confini: puoi lavorare sempre e ovunque, e tutti gli aspetti organizzativi – comunicazioni, mail, pianificazione, progettazione, ricerca – stanno in un telefono che ci accompagna 24 ore su 24. L’autrice spiega che la dislocazione dei servizi di produzione nei paesi più poveri – scelta che ha dato un duro colpo alle organizzazioni sindacali portando dalla lotta per i diritti alla lotta per la conservazione del posto di lavoro, anche a scapito dei diritti – ha cambiato completamente l’ottica lavorativa. L’occupazione si è atomizzata, singoli individui lottano tra loro, spesso al ribasso, per riuscire ad afferrare la propria realizzazione personale attraverso il lavoro, a scapito della salute, del tempo libero, degli affetti e in molti casi anche della propria stabilità economia. Il mood ‘essere imprenditori di se stessi’, in cui si diventa lavoratori autonomi con orari e impegni da dipendenti (ma senza i relativi costi per chi assume e diritti per chi è assunto – ferie, mutua, pensione) vuole dei lavoratori creativi, felici, dinamici, pronti a dare il massimo risultato con il minimo sforzo economico. “Non può certo essere considerato una vittoria – spiega l’autrice – il fatto che oltre al nostro tempo e al nostro cervello e al nostro corpo, il lavoro esiga anche il nostro amore”.

Quali sono le conseguenze principali di questa scelta totalizzante? La prima, più evidente, è il precariato, affettivo-umano-economico. Spesso si sopravvive appena, con il rischio di restare schiacciati da ogni spesa imprevista, in un magma di lavori diversi incollati tra loro, in un magma di rapporti umani incollati tra loro in ritagli di tempo sempre più piccoli. La seconda, evidente allo stesso modo, è l’effetto burnout. Lo stress cronico fonde, brucia, ha conseguenze pesanti sulla psiche e sul corpo. E genera un circolo vizioso: il mio lavoro è amore e sono il mio lavoro, a questo punto ne ho un bisogno che supera quello che dovrebbe essere di base il lavoro (fonte di sostentamento per la propria esistenza) perché tutto quello che sono è racchiuso in quello che faccio. Lo stress generato da questa situazione porta all’esaurimento psicofisico. Il corpo ha quindi bisogno di riposarsi, ma nel momento in cui il lavoro rappresenta quasi tutta la propria vita, e l’assenza di diritti e la concorrenza spietata rischiano di farci perdere tutto in ogni attimo di cedimento, ecco che il ciclo riprende, apparentemente senza fine.

Questa situazione è emersa con forza durante la pandemia, quando esasperati da questo circuito senza fine milioni di persone hanno deciso di abbandonare il lavoro, spesso anche senza averne un altro in sostituzione. Un’onda che è arrivata anche in Europa e che per ora più che un dibattito concreto sta solo facendo emergere il peggio di certi datori di lavoro, tutti scandalizzati al grido di ‘nessuno vuole più lavorare’, senza pensare ‘nessuno vuole più lavorare alle nostre regole’. Dove possa portare questo cambiamento non è ancora dato saperlo, è un segnale positivo dopo un lungo ristagno. La speranza è che si possa tornare a pensare che si lavora per vivere, non si vive per lavorare.

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