4 febbraio 1913: la dichiarazione della (breve) indipendenza del Tibet

Ci fu un tempo, non troppo lontano, in cui il XIII Dalai Lama dichiarò l’indipendenza del Tibet, prima di quel giorno ci furono secoli di lotte e dopo di esso una resistenza non-violenta, perseverante e tragica

Thubten Gyatso nacque nel 1876 (anno del Topo di Fuoco). Nel 1895 (anno della Pecora di Legno) Thubten Gyatso divenne il XIII Dalai Lama del Tibet e viene, ad oggi, ricordato con l’appellativo Grande Tredicesimo.

Nel 1904 il colonnello inglese Sir Francis Younghusband invase il Tibet, la marcia verso la capitale Lhasa provocò la morte di circa 700 monaci delle milizie tibetane. l’Assemblea Nazionale Tibetana trovò necessario organizzare lo spostamento del XIII Dalai Lama. Quest’ultimo interruppe la sua meditazione, cominciata tre anni prima, per lasciare la capitale e recarsi in Mongolia, ad Ulan Bator; la sua incolumità, allo stato dei fatti, era in pericolo. Questi sono gli antefatti che ebbero come esito la pronuncia della dichiarazione di indipendenza il giorno 4 febbraio 1913.

La storia che andremo a raccontare mostra l’esistenza di valori che, per la loro forza, non ammettono l’atto di arrendersi: le usurpazioni culturali e territoriali subite dal Tibet nella contemporaneità assurgono ad emblema di ciò che non può essere accettato senza un’attiva e continua messa in discussione dello stato dei fatti. La quiete apparente della regione tibetana è il simbolo di un’indipendenza agognata, è ciò che rimane della narrazione storica che ora leggerete.

Un grande passo indietro…

Fu il re Songtsen Gampo ad unificare il Tibet nel lontano VII secolo d.C. Nel corso dei cento anni successivi penetrò nella regione il Buddhismo indiano: evento determinante per l’assetto religioso e politico che caratterizzerà il Paese nei secoli successivi. I rapporti con i territori limitrofi, con la Cina in primis, non furono mai semplici; le mire espansionistiche dei grandi imperi necessitavano di essere costantemente tenute a bada e ostacolarono, nel tempo, l’affermazione di un forte potere territoriale tibetano. La monarchia, che aveva portato all’unificazione della regione, cadde lasciando il terreno alle lotte feudatarie. Il frazionamento del potere e la mancanza di unità che ne consegue, mineranno la futura affermazione del Paese. Nel corso dell’X e dell’XI secolo i rapporti con la vicina India si intensificarono; il buddhismo mise le sue radici in modo pressoché definitivo e divenne la religione predominante, anche grazie alle intensive promulgazioni imperiali. Il Tibet del XIII secolo conobbe l’egemonia mongola (nel 1279 la Mongolia conquistò la Cina) ma continuò, fino al XVI secolo, ad essere tormentato dalle lotte intestine feudali. Nel 1642 il mongolo Guhri Khan investì del potere temporale il capo supremo dell’Ordine (religioso) dei Berretti Gialli (colore delle cuffie e dei paramenti indossati): il V Dalai Lama: da questo momento la figura del Dalai Lama (capo teocratico) sarà fondamentale nella storia religiosa e politica tibetana. Fu proprio il V Dalai Lama a far costruire lo stupefacente palazzo del Potala (ex residenza dell’autorità tibetana), oggi convertito a museo dal governo cinese. I rapporti con la Mongolia, come ogni storia di assoggettamento insegna, non furono affatto facili; conquiste, brevi indipendenze e lotte caratterizzarono questo periodo. Con l’indebolirsi del governo mongolo, il Tibet rimase in balia della Cina. Dal 1720 quest’ultima cominciò la sua intrusione nel territorio tibetano grazie alla figura degli Amban (rappresentanti dell’imperatore cinese), che nel 1790 si stabilirono nella capitale Lhasa. In più, una legge del 1793, promulgata dal governo di Pechino, tolse alla nobiltà tibetana il privilegio di scelta del Dalai Lama. Ha inizio così il primo lungo assoggettamento cinese. L’India, nel mentre, era divenuta in toto territorio coloniale inglese (1757) e fu così che anche l’Inghilterra cominciò a volgere lo sguardo verso nord-ovest, verso il Tibet.

Potala, ex residenza dei Dalai Lama (Fino al XIV), trasformato in museo dal governo cinese

Il Tibet verso la sua indipendenza

Il colonnello Sir. Francis Younghusband fu nominato, nel 1904, dal viceré d’India (allora sotto il dominio inglese) alla guida della missione britannica in Tibet: le mire espansionistiche dell’Inghilterra, aldilà del confine indiano, sfociarono in un’invasione vera e propria della regione tibetana, fino a quel momento sotto il controllo cinese. L’invasione cinese ebbe come prima conseguenza il trattato di Lhasa anglo-tibetano con il quale la Gran Bretagna prometteva al Tibet confini sicuri e nessuna intromissione di potenze straniere. L’accordo di Lhasa subì delle trasformazioni nel 1907, quando Russia ed Inghilterra si impegnarono a rimanere al di fuori dei territori tibetani. Questi trattati sono i catalizzatori degli eventi successivi e del gioco di potenze che obbligò il Tibet ad aprirsi agli scambi commerciali e ad agognare una fatua indipendenza. A questo punto la Cina entrò nuovamente nel paese ed invase militarmente, per la prima volta, la capitale. L’assedio non durò molto; la rivoluzione in Cina e la caduta dell’impero cinese portarono ad un disinteresse per la causa tibetana. Ed è in questo scenario che i pianeti si allinearono per la dichiarazione di indipendenza del 4 febbraio 1913 del XIII Dalai Lama. Le parole, piene di speranza e consapevolezza, pronunciate in quell’occasione dal Grande Tredicesimo furono le seguenti:

Noi siamo parimenti riusciti a tornare nel Nostro sacro e legittimo paese, e stiamo ora procedendo ad espellere le residue truppe cinesi da Do-Kham nel Tibet orientale. L’intenzione cinese di colonizzare il Tibet per mezzo della relazione sacerdote-protettore è adesso svanita come un arcobaleno nel cielo. Siamo una nazione piccola, religiosa ed indipendente. Per adeguarci al resto del mondo dobbiamo difendere il nostro paese. Ognuno dovrà lavorare duramente per salvaguardare e mantenere la nostra indipendenza

Nel corso del trentennio successivo la situazione fu stabile e precipitò drasticamente solo quando in Cina la rivoluzione portò alla nascita della Popolare Repubblica Cinese (1 ottobre 1949). Il nuovo esercito popolare, con la scusa di rendere il Tibet libero dallo schiavismo e dagli imperialisti, invase nuovamente il paese.

Le parole profetiche del Dalai Lama

Il 7 ottobre 1950 la Cina di Mao Tse-tung occuperà militarmente il Tibet avverando la profezia del Grande Tredicesimo (XIII Dalai Lama):

Very soon in this land (….) deceptive acts may occur from without and within. (…) The property of all people, high and low, will be seized and the people forced to become slaves. All living beings will have to endure endless days of suffering and will be stricken with fear. Such time will come.

Gli anni tra il 1950 e il 1955 furono anni di resistenza armata contro le milizie cinesi. Il giorno 23 maggio 1951 fu approvato bilateralemente, e firmato a Pechino, l’Accordo dei 17 punti (per i cinesi: Trattato di liberazione pacifica del Tibet), il paese diveniva così ufficialmente territorio della Popolare Repubblica Cinese. Da questo momento in poi, la politica estera del paese sarebbe stata gestita dal governo di Pechino e le forze armate cinesi sarebbero entrare a far parte dell’esercito tibetano. In cambio il Tibet avrebbe goduto di autonomia regionale per le questioni interne e culturali. Così recita il punto numero due del trattato: «il popolo tibetano ritornerà in seno alla grande famiglia della patria, la Repubblica Popolare Cinese».

Il Tibet venne, di fatto, smembrato nelle sue regioni storiche (Amdo e Khan) che furono annesse a quattro provincie cinesi, mentre le altre due regioni che componevano il paese andarono a formare la Regione Autonoma del Tibet: nuova provincia cinese a statuto speciale.

Attuale territorio del Tibet: Regione autonoma del Tibet e parte annessa alle provincie cinesi

Il Dalai Lama, non senza remore, firmò l’accordo con l’intento di scongiurare ulteriori occupazioni militari del territorio tibetano ma, nonostante ciò, la lotta per la resistenza non si affievolì mai. Delle complesse dinamiche sino-tibetano si interessarono anche gli Stati Uniti che decisero di sostenere il Dalai Lama (la vicenda tibetana si inserì nella più ampia questione della guerra fredda). La CIA si fece carico dell’addestramento di una pattuglia di guerriglieri tibetani allo scopo di dar vita ad un movimento di resistenza. I guerriglieri in questione chiamati Cushi Gangdruk, armati di bandiera gialla (colore del buddhismo) con su sopra disegnate due spade (simboleggianti il coraggio), a partire dal 1958, sì batterono per uniformare la resistenza.

Bandiera del gruppo di guerriglieri Cushi Gangdruk

La lotta popolare sfociò in un sanguinoso scontro sino-tibetano nella capitale Lhasa il 10 marzo 1958, a seguito del quale il Dalai Lama fu costretto a fuggire in India dove costituì un governo in esilio parallelo a quello cinese. La Cina di Mao Tse-tung fece del Tibet il suo regno, la rivoluzione culturale cinese (anni ‘60 e ‘70) e le sue guardie rosse distrussero I simboli della cultura tibetana, quali templi, statue e dipinti. Nonostante la guerriglia dei Cushi Gangdruk continuò, questa non sì rivelò sufficiente al ripristino di una situazione di normalità. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Richard Nixon, si disinteressarono definitivamente alla causa e il Dalai Lama impresse alla resistenza tibetana un carattere sempre più volto alla non-violenza.

Dalla non-violenza al sacrificio

La via della non violenza, guidata dal Dalai Lama Tenzin Gyatso (vincitore del premio Nobel per la pace nel 1992), fu fautrice di una resistenza non armata, fatta di proteste pacifiche, cartelloni, immagini e simboli; un popolo che cura il suo risveglio e la sua aspirazione all’indipendenza con la forza di chi non ha mai perso la speranza di essere ascoltato e con la tenacia di chi non cede a rinunciare alla profondità della propria cultura. Il 2008 fu l’anno delle olimpiadi a Beijing (Pechino), l’occasione si rivelò buona per conferire risonanza internazionale alla questione tibetana. Approfittando del percorso della fiaccola olimpica, le guerriglie si intensificarono partendo dal territorio della Regione Autonoma Tibetana fino ad arrivare alle regioni tibetane annesse alla Cina. Le rivolte furono prontamente e proficuamente sedate dal governo cinese e la fiaccola attraversò il territorio tibetano mentre la popolazione, costretta in casa, assisteva all’ennesimo sfregio. Questo evento creò un allontanamento dalla protesta pacifica che fin dagli anni ‘80 si era mostrata, se non efficace, almeno esemplare nella sua muta compostezza.

Ed è con questi eventi che si giunge al momento più drammatico, evocativo e simbolicamente rilevante della storia contemporanea tibetana: le autoimmolazioni. Tra il 2011 e il 2013 circa 70 laici e 50 monaci si sono dati fuoco autonomamente in segno di protesta. Nonostante la religione buddhista condanni il suicidio, l’autoimmolazione con le fiamme diviene un atto sacrificale politico e collettivo che trascende la morte del singolo e sprigiona il dissenso, la sofferenza e la volontà di emancipazione. Si tratta di una delle più forti azioni di protesta e ciò lo dimostra la forte repressione cinese nei suoi confronti. Il governo cinese provò a limitare il fenomeno tentando di fermare le autoimmolazioni in corso, impossessandosi dei cadaveri per evitare il festeggiamento delle esequie e condannando aspramente il gesto che, in prima istanza, rappresenta la messa in scena più alta dei valori di quella cultura che la Cina continua ancora oggi a schiacciare.

Verso un nuovo 4 febbraio 1913?

Nel 2011 il Dalai Lama, ancora in esilio in India dal lontano 1959, cede totalmente i suoi poteri temporali agli organismi democratici della diaspora tibetana che eleggono un parlamento di 45 membri, con sede nella città indiana di Dharamsala. Il governo in esilio del Tibet attende di poter tornare nei suoi territori; è la speranza di un’indipendenza duratura e degna.

La storia tibetana, dal VII secolo ad oggi, mostra un paese che è riuscito a resistere malgrado le conquiste, le egemonie di altri imperi, i continui accordi, le concessioni di potere e le invasioni. Il Tibet, nonostante abbia attirato, senza volerlo, le mire di imperi e potenze, possiede una forte identità culturale che scalcia continuamente per prendere forma. Dalai Lama, governo tibetano in esilio, monaci e popolo esprimono a pieno la resistenza ad una storia che non restituisce ancora quell’umanità e quella pace che infonderebbero al paese una dignità nuova ma, sicuramente, non sconosciuta.

Per approfondire:

Maxwell, N. (1973). L’India e la Cina: Storia di un conflitto. Milano: Gabriele Mazzotta Editore. Edizione
originale Maxwell, N. (1970). India’s China war. London: J. Cape.

Mancuso, C. (2014). Il mantra del fuoco. Linguaggio, temi e simboli della protesta per l’indipendenza del Tibet. Iperstoria. Testi letterature linguaggi. No 3. Marzo 2014.

Mauri, F. (2011). Cina: la questione tibetana e i rapporti con l’India. Milano: Equilibri.

https://www.rainews.it/archivio-rainews/media/accadde-oggi-Il-Tibet-a-60-anni-dalla-rivolta-che-porto-a-esilio-dalai-lama-e1c66ba9-4c03-4e5a-9573-8fb785f69214.html#foto-2

http://www.italiatibet.org/

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